Relazione commemorativa nel Trentennale della Morte (Pinerolo 19/1/1890 - Roma 8/12/1981) tenuta il 7 dicembre 2011 presso il
Salone di Rappresentanza di Palazzo Tursi a Genova
Non esito a esordire con questo mio modesto contributo alla ricorrenza per la quale ci troviamo qui oggi tutti assieme a parlarci, rievocando d'acchito
un aneddoto breve, peraltro assai noto, liberamente tratto da una narrazione che ne fece il Prefetto di Reggio Emilia Vittorio Pellizzi con riferimento
ad una visita ch'egli stesso fece al Viminale una mattina dell'estate del 1945:
"[
] Fui accolto affettuosamente dal comune amico Giovanni Mira, divenuto suo malgrado capo della Segreteria particolare del
Presidente. Dopo una lunga attesa in una sala piena di gente d'ogni ceto, età e condizione, finalmente verso le 15 la porta si aperse ed egli comparve,
gli occhiali sulla fronte, i capelli quasi bianchi in disordine, soprattutto le gote scarne che davano la prova d'una grande stanchezza fisica. Mi
accolse molto affettuosamente abbracciandomi; terminati i convenevoli mi chiese premurosamente se avevo già mangiato; al mio diniego si illuminò tutto
dicendomi che sarei rimasto a colazione con lui e Mira. Ci trasferimmo in uno scarno salottino attiguo arredato con un tavolo, tre sedie e una brandina
militare sulla quale egli, per sua stessa affermazione, spesso si tratteneva a dormire. Poco dopo apparve un usciere che recava con sé un pacchetto che
depositò sul tavolino. Egli lo osservò attento e gli chiese: S'è ricordato che c'è un commensale in più? Ricevuta risposta affermativa, cominciò a
slegare il pacchetto con molta cura, conservando la carta che avvolgeva il contenuto: apparvero alcune fette di salame e tre pezzetti di formaggio, un
po' di pane verosimilmente annonario e qualche frutto. Sempre lui fece le parti e diede a Mira e a me un pezzo della carta che aveva recuperato; niente
posate, niente vino. Solo dopo un'ora di intenso colloquio l'usciere ci portò un caffè ed egli si premurò d'informarmi trattarsi d'un regalo
dell'Ammiraglio Stone. Prima di accomiatarmi mi chiese: Come t'abbiamo trattato? [
]".
Credo non occorra precisare che dietro quell'"egli" insistito artatamente per non svelarne subito l'identità si celava la figura dai tratti nobili,
alta, asciutta, severa ma d'una cordialità trasparente e percepibile, di Ferruccio Parri, allora Presidente del Consiglio dei Ministri, primo Gabinetto
democratico dell'Italia libera e unita e penultimo dell'era monarchica; quello stesso Presidente che, una volta affacciatosi alla massima carica
istituzionale e politica dell'epoca, escludendo la Corte Regia, aveva, per prima cosa, abolito il titolo di "Eccellenza" serbando per sé il più modesto
appellativo di "Professore".
La mia scelta di un incipit di così vago profilo è presto spiegata: la frugalità antica, financo imbarazzante ad osservarla con gli occhi
della realtà cui siamo avvezzi oggi, che aveva caratterizzato l'intimità di quella sorta di pranzo tra sodali, rappresenta in senso lato il motivo
dominante, l'archetipo, la metafora di tutta la vicenda umana di Ferruccio Parri, di tutta la sua parabola esistenziale, di tutta la sua impronta
caratteriale.
Quando ho sentore di qualcuno che si accinge a "ricostruire" la palesemente complessa parabola umana di questo signore esemplare, non posso
trattenere un sorriso d'incredulità: ricostruire che cosa? Nulla vi è da ricostruire; l'edificio che ne rappresenta l'esistenza, ritagliato sul suo
sembiante a più volti, è solido e inamovibile, così solido che non necessita né di revisioni né di particolari interventi restaurativi o conservativi.
Trattasi d'un complesso che non è ridondante definire granitico nelle sue peculiarità di fondo, peculiarità per le quali esso va ben guardato, va
esplorato, scoperto, osservato e studiato con animo scevro di preconcetti e presunzioni anche laddove potessero palesarsi ombre, contraddittorietà o
sintomi di fragilità che inducessero l'osservatore a metterne in forse la saldezza e lo autorizzassero ad asportarne tessere e frammenti di memoria.
Accingendomi a scrivere di Parri e a evidenziare di lui i molteplici aspetti meno percorsi, mi sono fermamente proposto di prescindere tout
court dalla descrizione di quelle "virtù eroiche" che ne hanno composto nel tempo la figura in termini agiografici e apologetici come normalmente è
d'uso e s'addice ad un esponente così emblematico della moderna patristica laica nazionale. Mi sono imposto invece di significare come le virtù eroiche
possano anche risiedere nell'esercizio dei rapporti sia interpersonali che con se stessi, possano identificarsi con una condotta proba e irreprensibile,
possano specchiarsi in una vita di idealità e di credenze degne d'essere trasmesse a chi segue come un magistero pedagogico da seguire ed imitare, senza
per questo dover necessariamente appartenere alla casistica evenemenziale più vieta e appariscente. Da qui la ricerca del Parri-uomo, del Parri
familistico che attinge con pudicizia alla mozione degli affetti, del Parri capace di quei sommessi e riservati, eppure di avvertibile spessore, slanci
di generosità, di altruismo, di umana comprensione e longanimità che solo le rivelazioni da lui inopinatamente concesseci attraverso epistolari, carteggi
e memorie ci consentono di apprendere e apprezzare.
Una delle cose che non cessa di stupire di Parri, e che non cessa altresì di far discutere ancor oggi i suoi critici e i suoi censori, è la sua
inopinata (e per certi versi pretesa) propensione a certe derive radicali. L'esempio più clamoroso tra tutti è quello che lo vide in giovane età
propugnare la rottura dell'Italia con la Triplice Alleanza e l'adesione alla corrente interventista a fianco delle potenze dell'Intesa. Siamo nel 1914 e
stupisce che un neolaureato di formazione tutta improntata all'etica sociale e alla cultura dello spirito, dall'aspetto e dal comportamento mite e
riflessivo, sia stato colto da un ardore così vivace tutto vòlto a promuovere le ragioni che nella fattispecie affidavano all'Italia il compito e il
dovere storico di completare l'opera di perfezionamento dello Stato unitario iniziata con l'epopea risorgimentale. Non spinte scioviniste e revansciste
guidavano quindi gli intenti di Parri nel suo credo interventista, ma piuttosto un ideale di patria capace di configurarsi in una catartica rigenerazione
morale e di avviarsi verso un modello compiuto di progresso civile e di uguaglianza democratica. Ci dirà la storia dei fatti succedutisi negli anni che
seguirono quanti elementi utopici risiedessero ancora in questo disegno di nazione.
Ferruccio si arruolò così in Fanteria e partì per il fronte il 6 Maggio 1915 legando il suo nome alle imprese compiute sui trinceroni del Merzli e
del Monte Nero, sopra l'Isonzo. Verrà ferito ben tre volte guadagnandosi altrettante medaglie d'argento e rimediando un congelamento agli arti inferiori
che per un nonnulla non degenerò in amputazione di entrambi i piedi. Mancherà al suo nutrito campionario di onorificenze l'Ordine Militare di Savoia per
essersi egli rifiutato di comandare un plotone d'esecuzione incaricato di fucilare alla schiena un gruppo di disertori: la più significativa
anti-benemerenza cui egli potesse ambire; un vuoto, quello del mancato riconoscimento regio, ricolmo di animo umano e di coraggio civile.
Nel corso delle sue febbrili attività al fronte Parri non si esimerà mai dallo stendere preziosi carnet di memorie e di referenze confidenziali che
per certi versi richiamano alcune pagine di "Un anno sull'altipiano" di Emilio Lussu o quelle del più recente "Sergente nella neve" di Mario Rigoni
Stern. Emerge da questi resoconti che la guerra stessa lo aveva indotto ben presto a pentirsi del suo primitivo interventismo a dispetto delle premesse
nobili di matrice storico-sociale che l'avevano animato. Scrive egli su un numero dell'"Astrolabio" (di cui era il Direttore) nel 1974:
"[
] Non un errore comunque la fedeltà ai doveri del combattente verso il mio paese. L'Italia ch'io idoleggiavo era una nobile
costruzione dello spirito e di consapevole volontà che aveva preso il via dal tempo del Beccaria ed il battesimo nel 1848. Noi fremevamo quando le armate
tedesche giunte alla Marna minacciavano Parigi. Noi credevamo necessario scardinare l'impero di Francesco Giuseppe, liberando i popoli di stirpe diversa
costretti a servirlo. Noi credevamo giusta e santa la liberazione di Trento e Trieste, che completava la necessaria indipendenza dello Stato Italiano.
Giolitti poteva aver ragione, ma una ragione di livello contabile, senza presa in tempi agitati, di gioventù tumultuanti e infatuate, ma ugualmente
lontana da gruppi di giovani portatori di nuove ricchezze ideali. Erano stati lettori della "Voce" fiorentina, ma del primo tempo, molto poi avevano
imparato da Salvemini, alte verità ritrovavano in Mazzini sulla via di una funzione liberatrice di una nuova Europa democratica. Mi pare che gli
studiosi di questa crisi italiana non abbiano ancora capito che cosa abbia significato nei fatti reali e nella storia di quella guerra quella corrente
giovanile. [
]"
Un racconto di guerra coevo è contenuto in una lettera indirizzata alla sorella Ninì il 22 Settembre 1915: la cronaca d'un attacco in tempo reale,
agghiacciante, paurosa, realistica come in un kolossal dei giorni nostri imbastito di effetti speciali. Vi si odono i colpi di mitraglia, gli scoppi
degli shrapnel, l'improvviso silenzio dei morti, le urla dei feriti, i lamenti di quei ragazzi appiattiti sul terreno, paralizzati dalla paura,
incapaci di fare un solo movimento. Eppure Fuccio (come si firma in chiusa di lettera) giunto al termine del racconto, non pensa a sé ma raccomanda alla
sorella di provvedere a spedire indumenti di lana, guanti, maglie, calzettoni per i poveri coscritti, per i suoi ragazzi
"spedendo direttamente
all'indirizzo di Ufficiali: allora arriveranno sicuramente e saranno distribuiti bene.".
Numerosa la corrispondenza intercorsa in quel periodo tra Parri e Giuseppe Prezzolini, direttore de "La Voce", che in una lettera del 29 Ottobre 1918
loda senza riserve il taglio e i contenuti del suo Memoriale. Solo più tardi si affacciano (e non solo epistolarmente) al limitare della sua vita di
docente illuminato e impegnato e di intraprendente militante antifascista personaggi quali, Ugo Ojetti, Riccardo Bauer, Carlo e Nello Rosselli,
Alessandro Galante Garrone, Riccardo Lombardi, Leo Valiani, Piero Calamandrei e lo stesso Luigi Einaudi. Aldo Aniasi, il Comandante partigiano
"Iso" nel corso della Resistenza, indi Sindaco di Milano e Deputato al Parlamento in quota PSI, per 4 volte Ministro, in una sua snella ma
esaustiva biografia di Parri licenziata nel 1991, ci lascia alcune pagine estremamente utili a sondare e a carpire di Parri l'essenza della sua composita
personalità. Scrive Aniasi dopo un accurato e scrupoloso giro d'orizzonte presso i suoi sodali:
"[
] A Milano Parri resterà per oltre trent'anni, salvo i periodi trascorsi in carcere o al confino. Tutti coloro che lo hanno
conosciuto concordano su due caratteristiche: riservatezza e ritegno. Tratta sempre gli altri con estremo rispetto, sia sul piano formale, con maniere
correttissime, sia sul piano sostanziale. Nelle discussioni non si accalora né tenta di prevalere sull'interlocutore, apparendo invece sinceramente
interessato al punto di vista dell'altro
il suo apparente distacco è in parte timidezza e soprattutto timore di disturbare, di prevaricare. E'
proverbiale la difficoltà di farlo restare a pranzo in casa di amici e pare che nessuno sia mai riuscito a portargli la borsa o ad aiutarlo ad infilarsi
il cappotto. Detesta sentimentalismi, enfasi, retorica e tutte le esteriorità che gli appaiono ben misere alla luce di un'ironia sottile e,
all'occorrenza, feroce
un'ironia che a volte disorienta l'interlocutore. [
]"
E Guglielmo Negri, un "giovane d'allora" che diventerà alto dirigente della Camera dei Deputati:
"[
] Capii subito dalle prime battute del colloquio che egli era stato sempre così: essenziale, schivo, sostanzialmente pessimista sulla
natura degli uomini, insomma un idealista senza illusioni con un suo malinconico ma efficacissimo humour anglosassone. [
]".
E ancora Leo Valiani:
"[
] Lo si prenderebbe per un inglese se non si sapesse che appartiene alla zona più testarda del Piemonte. [
]".
Per finire con Carlo Rosselli:
"[
] Guardo Parri. Come il suo viso fine, incorniciato da una barba di venti giorni spira nobiltà. Parri è la mia seconda coscienza,
il mio fratello maggiore. Se la prigione non mi avesse dato altro, la sua malinconica amicizia mi basterebbe. Questi uomini alti e puri sono tristi,
terribilmente tristi e solitari. Scherzano, ridono, amano come tutti gli altri. Ma c'è nel fondo del loro essere una tragica disperazione, una specie di
disperazione cosmica. La vita è per loro un dovere. Fino alla conoscenza di Parri, l'eroe mazziniano mi era apparso astratto e teorico. Ora me lo vedo
vicino, con tutto il dolore del mondo, ma anche con tutta la morale energia del mondo incisa sul volto. [
]".
Negli anni che seguirono all'epilogo del primo conflitto mondiale e videro l'avvento dell'aborrito fascismo, Parri conobbe tutta una gamma di prove
nelle quali la qualità delle sue scelte e il portato delle sue prese di posizione, sempre univoche, ferme e raziocinanti, danno ancor oggi la misura
della politezza della sua coerenza anche laddove tali scelte fossero aprioristicamente e in modo ineludibile foriere di sofferenze prossime, di ambasce,
di restrizioni ed emarginazioni, persecuzioni e castighi. Il che dimostra ancora una volta, ammesso che ve ne fosse bisogno, che il suo incondizionato
altruismo era secondo solo al valore e alla saldezza dei suoi convincimenti. Occorrerà, pertanto e per render merito all'unicità della sua memoria,
contestualizzare tali esperienze di vita in una sommaria sequenza temporale di eventi tuttavia attraversati e nobilitati dal crisma della straordinarietà.
Gli anni '20 sono caratterizzati da parte di Parri da una crescente opposizione al fascismo, opposizione che si esprime con modalità di
partecipazione di diversa natura e intensità, al punto da dover egli chiedere un'aspettativa al preside della scuola dove insegna. Al pomeriggio esercita
come giornalista al "Corriere della Sera" di Luigi Albertini (poi estromesso) che presto sarà costretto ad abbandonare insieme ad un pugno di giornalisti
dissidenti perché firmatario sia dell'O.d.g. contro le leggi fasciste che cancellavano la libertà di stampa, sia perché firmatario del manifesto degli
intellettuali antifascisti redatto da Benedetto Croce: per questo egli verrà anche radiato dall'Albo dei Giornalisti. Partecipa al progetto di redazione
della Rivista "Il Caffè" di impronta e matrice gobettiana subendo pesanti conseguenze censorie e ritorsive. Scrive al Sovrano una lettera indignata
("Signor Re
") denunciando la burbanza di Mussolini che s'era assunto la responsabilità del delitto Matteotti; all'indomani del quale Parri
appoggerà senza riserve la scelta degli "Aventiniani" di abbandonare per protesta l'Aula parlamentare. Con il varo delle "leggi fascistissime" e la
conseguente caccia ai dissidenti, Parri si adopera in prima persona per far passare clandestinamente la frontiera con la Svizzera a numerosi ricercati
politici tra cui Claudio Treves, Pietro Nenni e Giuseppe Saragat. La stessa cosa, ma con molte maggiori difficoltà e una congerie di espedienti
rocamboleschi e tentativi abortiti, gli riuscirà con Filippo Turati e Sandro Pertini. Per questa impresa egli, insieme a Carlo Rosselli, verrà catturato
e rinchiuso successivamente a Massa e a Savona; processato gli vengono inflitti 10 mesi di reclusione seguiti da 5 anni di confino che egli sconta in due
tempi prima a Ustica, indi a Lipari e a Vallo della Lucania uscendone solo nel 1932 in virtù d'una amnistia. Molteplici furono i tentativi intrapresi da
più parti per ottenerne la liberazione, tutte iniziative ch'egli rigettò sdegnosamente per non abbassarsi a chiedere la grazia rinunciando
contestualmente ad ogni attività politica. In una lettera scritta ai genitori il 21 gennaio 1929 egli così s'esprime:
"[
] E sappiate anche voi aver pazienza. Io non sono inciampato per caso nelle mie disavventure politiche. Avendo agito sempre con
chiarissima consapevolezza, devo adattarmi in santa pace alle conseguenze dei miei atti. Se io chiedessi clemenza e chiedessi che si consideri il caso
mio e non altro, se amate la sincerità, avrei due volte torto: primo perché riconoscerei e darei il mio benestare alla ragione e al diritto , che
contrasto pur recisamente, dei miei avversari; secondo perché nel caso mio e con i miei precedenti – sempre se vogliamo chiamare le cose con il loro
nome – sarebbe un atto di vigliaccheria.".
Intanto, nell'estate del 1929, con la mitica fuga da Lipari di Carlo Rosselli, Emilio Lussu e Fausto Nitti nella quale Parri si era riservato il
ruolo di "consulente"1, si era aperta la stagione di "Giustizia e Libertà" costituitasi a Parigi con l'intento di promuovere
direttamente in Italia un'azione di opposizione al regime fascista su basi rivoluzionarie e clandestine. Parri non aveva perso tempo ad aderirvi facendo
proprie quelle premesse libertarie improntate da quella giustizia sociale e da quei valori democratici che ne avevano innervato l'identità sin dalla sua
insorgenza.
Rientrato a Milano e ripreso il lavoro, nel 1934 viene assunto alla Edison di Giacinto Motta dove si occupa di studi di Economia globale molto
apprezzati anche all'estero. Gli anni '30 sono anni di crisi per G&L che entra ed esce dalla Concentrazione Antifascista di Parigi e che nel 1934 deve
anche subire il pressoché totale smantellamento della rete clandestina di Torino dopo che Milano aveva subito egual sorte alla fine del 1930 con ben 60
arresti di militanti di diverso livello e ruolo per mano dell'OVRA di Arturo Bocchini. Quelli che vanno dal 1936 al 1939 sono gli anni della terribile
Guerra Civile di Spagna che vedrà opporsi militarmente i contingenti italiani, inviati da Mussolini a sostegno del colpo di Stato franchista, alle
Brigate Internazionali e a quelle Garibaldine dove erano spontaneamente accorsi in difesa della Repubblica legittima numerosissimi antifascisti nostrani
d'ogni ordine e grado vissuti in clandestinità o in forzoso esilio: una contrapposizione di natura fratricida che configura inopinatamente
l'anticipazione, quasi una prova generale, di quello che accadrà di lì a pochi anni in casa nostra. Nella circostanza G&L non manca di inviare un
contingente di volontari a sostegno della Repubblica catalana. Nel 1937 questi e tutti gli altri esuli politici italiani confluiranno nell'Unione
Popolare Italiana (UPI) che avrà vita sino a quando non interverrà il Patto Molotov-Ribbentrop a rimescolare le carte nel modo che ben conosciamo. Ma
quel che è peggio è che nello stesso anno i fratelli Carlo e Nello Rosselli cadono sotto i colpi di pugnale dei cagoulards francesi a Bagnoles-de-l'Orne
con il concorso del SIM italiano. Nel 1938 si rafforza l'asse Roma-Berlino ed anche in Italia vengono emanate le Leggi razziali. Parri non demorde un
solo attimo dall'esercitare a largo spettro la sua attività cospirativa stabilendo continui contatti e organizzando cellule di resistenza a latere d'una
incessante azione politica. Ma, quando nel 1942, nella riunione di Casa Comandini a Firenze, vengono gettate le basi per la fondazione del P.d'A. egli è
assente perché di nuovo incarcerato e sotto processo: difeso incredibilmente dallo stesso P.M., Santoro, il processo si rivelerà un clamoroso
boomerang avverso le pretestuosità del Tribunale Speciale e Parri ne uscirà indenne.
Con la caduta del Fascismo nel Luglio 1943, egli impegna tutto il fuoriuscitismo antifascista in un'attività serrata e febbrile tesa a ricostruire il
tessuto sociale e politico del paese in una prospettiva di rinuncia radicale alla cobelligeranza e di abbandono dell'opzione monarchica, ma l'occupazione
del territorio da parte delle truppe germaniche finisce con lo spaccare il paese in due tronconi dei quali tutta la parte centro-settentrionale conoscerà
una lotta senza quartiere tra le forze nazifasciste italo-tedesche e le armate alleate supportate da decine di migliaia di giovani organizzatisi nella
Resistenza armata sia in montagna che nei centri abitati. Semplificando, di queste bande armate identificantesi tutte nel C.V.L. Ferruccio Parri verrà
nominato Vice-Comandante Generale nonché Comandante Generale delle formazioni partigiane di G&L, vero e proprio braccio armato del P.d'A. in seno
all'esarchia antifascista del CLN.AI. In tale veste egli si premurerà altresì di intensificare i contatti sia con l'americano OSS (nella persona di Allen
Welsh Dulles, conosciuto come "Arturo") sia con il britannico SOE (nella persona di William J. McCafferty, conosciuto come "Rossi"),
attraverso opportuni canali svizzeri ch'egli visiterà spesso, a rischio della propria vita.
Nelle more di tanta solerte, ardimentosa e contrastata operosità, egli battezza il 1944 con due iniziative cruciali: la prima, tutta politica, lo
vede affrettarsi ad aderire al MFE di A. Spinelli; la seconda lo porta oltre le linee a Roma e a Caserta a capo d'una delegazione del CLNAI per trattare
con gli Alleati il riconoscimento del partigianato.
Il tempo tiranno più che mai m'ha costretto ad andare piuttosto di fretta ripercorrendo in modo essenziale fasi storiche note ai più ma saltando a
piè pari dettagli importanti e preziosi di questo ventennio: occorreva che prima di giungere al punto cruciale che m'ero prefissato, io dessi una forma
più compiuta al contesto nel quale e dal quale l'indole identitaria di Parri emerge in tutta la sua peculiarità.
Arriviamo così a grandi balzi al 2 Gennaio 1945, quando Parri viene arrestato insieme alla moglie Ester nel modo più casuale e banale possibile (un
caso di serendipità antropologica) a Milano in casa Zoller (Via Monti, 92)2 dove erano rifugiati sotto il nome di "coniugi
Pasolini", "ospiti" del partigiano olandese Walter de Hoog conosciuto come "Martino". Per colmo di ironia essi non furono riconosciuti subito ma
solo dopo qualche tempo quando Ferruccio, percosso e brutalizzato per giorni a S. Vittore, sotto interrogatorio delle SS all'Hotel Regina di Milano, fu
riconosciuto da un poliziotto italiano che l'aveva arrestato una volta nel 1942. Scriverà Ferruccio molti anni dopo a proposito della dolorosa
prostrazione conseguente al trattamento subito per mano degli sgherri nazisti: "Non dovevo ammalarmi perché ai nemici, a quei nemici, non si doveva
dare lo spettacolo della propria miseria fisica". A questo imperativo autoimpostosi va aggiunto di nostro che la sua preoccupazione più assillante
non era legata alle incognite per la propria sorte ma alla garanzia che la moglie Ester e il figlio Giorgio non dovessero subire trattamenti restrittivi
troppo severi e per tale ragione non perdeva occasione di perorare la loro totale estraneità ai fatti che gli venivano imputati chiedendo insistentemente
per Ester l'immediato rilascio, rilascio che avrà luogo solo il giorno 25 insieme alla Sig.ra Zoller, mentre Giorgio riparava in Svizzera.
Ma dopo il riconoscimento anche a Parri in persona viene riservato un trattamento diverso, meno aspro e violento ma non per questo meno pressante.
Adesso si occupa di lui il Cap. delle SS Theodor Emil Saewecke che lo torchia a dovere ma senza cavare in realtà un ragno dal buco giacché Parri parla
parla senza apparenti reticenze ma senza in realtà dire alcunché di significativo o di compromettente. Al contrario, e questo è l'autentico capolavoro
tattico che va assolutamente rimarcato, descrive l'apparato resistenziale come una forza molto ben articolata, militarmente organizzata e in grado di
impegnare l'esercito occupante con azioni di guerriglia a largo respiro infliggendogli severe perdite. Rilascia anche alcune roboanti dichiarazioni
sull'organigramma del Comando Generale del partigianato e del CLN facendo nomi che non significano nulla in quanto tutti nomi di copertura di difficile
se non impossibile identificazione. Saewecke è visibilmente insoddisfatto, perplesso e indispettito e non riesce a celare una certa preoccupazione. Le
cose precipitano quando un temerario tentativo di liberare Parri dall'Hotel Regina condotto da Edgardo Sogno, avverso il parere negativo di Ferruccio
medesimo, si traduce in una catastrofe. Il 4 febbraio Parri viene trasferito nel più tetro carcere di Verona sotto la diretta dipendenza del Comando
Superiore delle SS.
Come è noto dalle segrete del carcere di Verona, Parri uscirà per esser condotto in Svizzera su disposizioni del Generale Karl Wolff, Comandante in
capo delle SS in Italia, e consegnato nelle mani di Rossi e Arturo (rispettivamente Allen Dulles e McCafferty) in segno di buona volontà e
per ottenere condizioni di favore in vista d'una resa che gli stessi tedeschi consideravano ormai non del tutto improbabile.
La gioia per la ritrovata libertà fu offuscata dall'amarezza e dalla delusione per aver mancato di sottoscrivere l'ordine d'insurrezione generale,
emanato la mattina del 26 a Milano, perché ritardato da una nuova improcrastinabile missione al Sud, nonché offuscata dal dolore per la perdita di tanti
compagni di lotta e collaboratori irrinunciabili; egli ebbe a piangere in particolare l'uccisione di Sergio Kasman, il giovane Comandante "Marco"
delle SAP di città, Capo di Stato Maggiore del Comando Piazza in quota G&L, destinato a succedergli. Dopo il conflitto egli volle scendere a Chiavari per
conoscerne la madre, Maria Scala, e parlarle dei successi ai quali il figlio era destinato per le capacità rare manifestate nell'espletamento dei compiti
più ardui.
Ma la peggiore disillusione Parri doveva soffrirla quando, scelto all'unanimità per guidare il primo governo dell'Italia liberata e avviata verso un
lungo e tormentato processo democratico, egli venne di fatto esautorato dopo soli 5 mesi dai meri calcoli politici d'una partitocrazia incipiente ma già
cinicamente agguerrita e vorace che non s'era peritata di volger le spalle a chi la battaglia della riconquistata libertà l'aveva vinta ma recava ancora
con sé troppe identità giacobine che facevano ombra ad altrui rendite di posizione ideologiche retrive e conservatrici. Aggiungiamovi le manovre di
corridoio d'una burocrazia vischiosa, gelosa di sé e dei propri privilegi, arroccata a difesa della propria inamovibilità, nonché l'inefficienza e la
corruzione del sistema amministrativo che preesisteva al fascismo e il quadro sarà pressoché completo. A sconfiggere Parri non fu, dunque, una presunta
incapacità, una presunta debolezza di carattere, una presunta insipienza come da molti settori del bigottismo politico e del mondo dei benpensanti si
volle strumentalmente imputargli. A sconfiggere Parri fu la sua coerenza, non una coerenza stolida in quanto tetragona e pervicace, ma una coerenza
virtuosa ch'era la stessa che aveva connotato e animato le sue scelte e il suo weltanschauung, ovvero le sue visioni del mondo e della società
nazionale in tutte le fasi della sua attività resistenziale e non, così ricca di ruoli, di compiti e funzioni adatti a compiere e a far compiere quel
salto di qualità che il nostro paese da troppo tempo si attendeva e di cui da troppo tempo ancora abbisogna.
Dovendo necessariamente concludere mi piace farlo con le parole che Luciano Bolis gli indirizza nella chiusa d'una lunga commovente lettera
scrittagli all'indomani della sua morte, nel 1981, e ancor oggi d'una sconcertante attualità:
"[
] Forse saremo condannati ancora per molto tempo a questa coesistenza impossibile di due Italie di cui l'una ci è madre e l'altra
matrigna. Ma ti promettiamo, Ferruccio, che finché il tuo ricordo resterà vivo, come restano quelli dei Mazzini e dei Garibaldi che hanno fatto
l'Italia, se non proprio gli Italiani, la partita non sarà rimessa e l'impegno sempre tenuto, come se tu fossi ancora là a guardarci con sorniona
mestizia da sotto gli occhiali."
1 Mentre i 3 si imbarcavano di soppiatto alla volta della Tunisia sul 12 m "Dream V" al comando del Cap. Italo Oxilia assistito da
Gioacchino Dolci, cercando di non dare nell'occhio, Parri passeggiava nervosamente di fronte al caffè dove erano seduti gli ufficiali della milizia
fascista. Era il 27 Luglio 1929 e Parri non avrebbe più rivisto Rosselli vivo.
2 Nel libro del partigiano olandese Walter de Hoog "Tulipano" (Ed. Carocci, 2009) questo episodio è descritto nei particolari,
essendo egli a quel tempo un membro della Resistenza Italiana attivo a Milano col nome di "Martino". In realtà gli agenti del controspionaggio
cercavano tale Teresio Grange (nome di copertura "Catone") che risiedeva al piano di sopra. Quando Martino salì da lui per comunicargli
importanti disposizioni giuntegli dal CNL, fu arrestato anch'egli e gli agenti scesi nell'appartamento sottostante da lui occupato per perquisirlo si
imbatterono casualmente nei "coniugi Pasolini", identità sotto la quale si celavano Ferruccio ed Ester Parri "ospitati" da Martino su richiesta
del CLN di Milano. Walter de Hoog divenne addetto stampa di Parri durante la sua Presidenza al Viminale. Oggi vive a S. Barbara in California.
[© Vittorio Civitella – 2011]