la Repubblica – 30 ottobre 2011
L'altro giorno ad Alassio, nel bel convegno di Italia Nostra sui muretti a secco organizzato da Giovanna Fazio, qualcuno ha osservato come l'opposizione
tra distruttori spietati del paesaggio (i cementificatori) e conservatori ad oltranza di esso (gli ambientalisti) abbia contribuito a far dimenticare la
terza via dell'uso intelligente e appropriato dell'ambiente naturale, tipica dell'agricoltura tradizionale, alle cui opere di accorta trasformazione del
terreno (le fasce) si deve se la Liguria non è ancora tutta precipitata in mare.
La catastrofe delle Cinque Terre impone di rivedere alcuni parametri di valutazione dominanti. Prima di tutto, si capisce, quelli che considerano il
territorio solo come area disponibile all'edificazione, perché è la maniera più facile e rapida di ricavarne quattrini.
Tutti hanno constatato, ancora una volta, la pericolosità di costruzioni troppo vicine ai torrenti e notato come l'asfaltatura e la cementificazione
aumentino enormemente la furia e la pericolosità delle acque.
Ma va rivisto anche il principio della pura conservazione dell'esistente, del fondamentalismo verde, che non ammette neppure che si riparino le
conseguenze dell'abbandono delle campagne in nome di una loro religiosa preservazione da ogni cambiamento. Ispirato a una visione televisiva e idilliaca
della natura, l'ambientalista radicale ignora che essa, se non è cattiva, non è neppure buona ed è sempre irriducibile alla misura dell'umano.
Sarebbe ora di rivalutare una modificazione ragionevole e una manutenzione mirata del territorio, come quelle che l'agricoltura e la pastorizia possono
favorire, e anzi esigere.
Si dirà. Nessuno fa più questi lavori. Non rendono nulla, specie in rapporto alla fatica che comportano.
Ma l'agricoltura non rende se si continua a pensare che essa produce reddito solo con la vendita dei frutti della terra e dei suoi animali (olio,
vino, patate, latte ecc.) e non anche, e sempre più, con la sua opera di preservazione e cura dell'ambiente.
I muretti a secco sono l'investimento più grande che la Liguria abbia fatto per proteggersi e durare. Costruiti per coltivare anche là dove non c'era
spazio o c'era troppa pendenza, hanno assicurato un rendimento geologico secolare.
E' stata opera di uomini che non si facevano illusioni sulla bontà della natura, ma sapevano che era una divinità capricciosa e pericolosa, da
trattare con i guanti. Hanno usato l'intelligenza del bisogno per modificarla senza irritarla.
I maxëi [muri a secco], che hanno, fino a ieri, tenuto in piedi la Liguria, non sono un elemento del paesaggio naturale, anche se
sono così tanti e così antichi che finiamo per credere che lo siano, come le spiagge o le montagne; sono il risultato di un'ardita e riguardosa,
interminabile attività umana di trasformazione del territorio, promossa dalla necessità economica e condizionata, anche architettonicamente, dalla saggia
percezione dell'inferiorità irrimediabile dell'uomo di fronte alla natura.
Oggi ci vorrebbe, in Liguria più che altrove, un grandioso programma di rilancio dell'agricoltura e della pastorizia.
Ci sono migliaia di uomini e donne senza lavoro e senza pane che chiedono di venire da noi, e noi li ributtiamo a mare o li chiudiamo a logorarsi
nell'ozio e nella malinconia in mortificanti ricoveri. Perché non aprire loro le nostre campagne?
Ci sono (è stato detto ad Alassio) giovani che vorrebbero tornare alla terra, ma scarso reddito e difficoltà d'accesso (burocratiche, economiche) li
scoraggiano.
Gli svizzeri hanno capito da tempo che favorire economicamente il lavoro della terra è il miglior modo per conservarla in buono stato. Forse l'unico.
Certo, lo è più del purismo verde, che protegge quello che c'è com'è, e idealizza la natura, credendo che, se restasse incontaminata, sarebbe sempre
buona: favola tenera che resiste però solo nelle narrazioni dell'uomo moderno, quando progetta o ricorda le vacanze, e crolla tristemente di fronte a
eventi come quello di martedì scorso.
La tragedia delle Cinque Terre ha mostrato a tutta Italia com'è fatta la Liguria (a picco sul mare) e come l'agricoltura antica, per coltivarla,
l'abbia, fino a ieri, salvata (con il terrazzamento). Purtroppo ha anche dimostrato, una volta di più, che, sfruttandola intensivamente con un'edilizia
dissennata e abbandonandone la coltura, i liguri di oggi l'hanno ferita a morte.
E' tempo di correre ai ripari. A chi si impegna a lavorare la terra, a provvedere, per coltivarla, alla sua manutenzione, bisogna garantire un
reddito congruo, perché lavora anche per noi. Con i soldi che paghiamo a ogni disastro, investendoli in agricoltura, ne impediremmo tanti.