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Il feudo dei Fieschi, "periferia" del Tigullio
che ha puntato tutto sul porto e ha perso
di Daniele Grillo

Il Secolo XIX – 21 giugno 2016

Il progetto del '73 sulla nautica da diporto si è trasformato in una colata di cemento

Lavagna. Nobili e papi nel dna, l'eterna voglia di risorgere rispetto alla sua dimensione popolare non l'ha maturata in pochi giorni, Lavagna, ma nei lunghi secoli foto Secolo che separano l'immagine di avamposto feudale della famiglia Fieschi da quella di periferia di fatto del Tigullio.
Casa per gli emigranti del Sud ma anche luogo di lavoro, fatica, così diverso dalla sponda ricca delI'Entella, così diverso dalla "borghese" Chiavari, c'è che a un certo punto non basta, non può bastare, l'antico connubio tra l'attività della pesca e quella dell'ardesia. Non può bastare perché questa economia nel Dopoguerra inizia a veder calare la propria capacità di sostenere, di sfamare.
E allora negli anni Settanta, qualcuno decide di barattarla, l'antica vocazione, in qualche modo cancellandola in virtù di un progetto allora modernista, positivo verso uno sviluppo sconosciuto ma al tempo stesso "pulito": la nautica da diporto.
Ed è soprattutto sul fronte mare, a partire dal '73, che Lavagna imposta il proprio cambiamento. La Democrazia cristiana viaggia forte, e in quegli anni inizia a presentare un tandem di persone capaci e popolari: Andrea Chiappe, mente della metamorfosi, e Gabriella Mondello, allora giovane vincitrice del Rischiatutto determinata a capitalizzare il successo televisivo in chiave politica. Era stato Chiappe, ad esempio, a voler risvegliare l'animo nobile dei lavagnesi con la commemorazione del matrimonio tra Opizzo Fiesco e Bianca De Bianchi, meglio noto come la grande manifestazione della Torta dei Fieschi. Un evento capace di portare in città ogni 14 agosto 20 mila persone, nei tempi d'oro.
Lavagna vuole rialzare la testa, ha vissuto un certo boom demografico e si sente capace di pensare in grande col suo porto, appunto, che nasce sovradimensionato già sulla carta. Il cemento inizia a correre sul mare, un'opera la cui costruzione non sembra terminare mai (l'ultimo collaudo è del 2015).
Il progetto è coraggioso ma snaturante, perché ben presto è chiaro che la piastra portuale turistica più grande del Mediterraneo, con i suoi 1.600 posti barca e oltre, fa un'ottima figura sui depliant in giro per l'Europa e sulle riviste degli appassionati, ma manca di un particolare fondamentale: un efficace collegamento foto aerea con la città vecchia e con quella meno vecchia delle case popolari.
E' come se Lavagna raddoppiasse sullo specchio acqueo la propria estensione, ma riempiendosi di non troppe attività capaci di dare lavoro e di abitanti saltuari o barche vuote, un benessere relativo carico di conseguenze.
Quella del '77, ad esempio, con la grande mareggiata che a lavori imbastiti devasta il fronte mare. E poi i continui ripascimenti delle poche spiagge rimaste, i pennelli a protezione degli arenili e i contenziosi che per anni contrappongono gestori e interessi attorno ai moli, il primo vero business (per pochi) che si respira da queste parti.
Alla fine il porto non è la vacca grassa che ci si attendeva e il riscatto rimane incompleto.
E' risaputo che il malaffare nasca dall'insoddisfazione e dall'assenza di prospettive, o per lo meno che nelle difficoltà trovi l'humus migliore. E così all'ombra del ricordo dei Fieschi e, del borgo dei pescatori, alle spalle della gente umile ma onesta che lavora, spera e vota, può crescere il peggiore degli effetti indesiderati, figlio di un pensiero ossessivo. Un pensiero lungo come via dei Devoto, la lunga strada che oggi, di fatto, separa la vera Lavagna dalla prima spiaggia. Dal mare.

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