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A Santa si fa cultura?

Cultura: che cosa significa? Nulla impedisce che ognuno abbia una propria definizione, ma la lingua italiana dovrebbe indirizzare tutti alla radice latina di cultu, derivato da cŏlĕre, ovvero coltivare. Vale a dire alimentare il patrimonio di conoscenze e tradizioni caratteristici di un gruppo vignetta sociale più o meno ampio, trasmettendole e sviluppandole di generazione in generazione.
Se dunque vogliamo parlare una lingua comune, a Santa si tengono molte iniziative, ma di cultura se ne fa poca e, soprattutto, quel poco non viene valorizzato per farne un unicum distintivo e attraente per residenti e ospiti.
Come nella periferia di anonime cittadine industrializzate, si privilegia la quantità sulla qualità e si reclutano personaggi e artisti di dubbio pregio, in assenza di un progetto culturale e in spregio al concetto di sussidiarietà: anziché valorizzare le numerose associazioni non-profit, la cultura è rigidamente centralizzata.
L'art.118 della nostra Costituzione afferma che "Stato, Regioni, Città metropolitane, Province e Comuni favoriscono l'autonoma iniziativa dei cittadini, singoli e associati, per lo svolgimento di attività di interesse generale, sulla base del principio di sussidiarietà", ma questo viene quasi sempre interpretato come asservimento alle idee dell'amministrazione anziché ad una effettiva compartecipazione. [Il principio della sussidiarietà orizzontale permette ai pubblici poteri di cedere il passo al soggetto privato quando quest'ultimo realizzi, nel suo agire, quei requisiti di efficacia, di efficienza e di economicità che gli consentano di erogare i pubblici servizi alla comunità degli utenti.]
Eppure, "se le comunità diventano protagoniste nella valorizzazione e gestione dei beni culturali, il vantaggio è doppio: i beni culturali diventano beni di tutti e le società diventano più coese, rafforzando i propri legami di territorio", oltre ad essere elemento di attrazione.
In un sistema come il nostro, che sostiene la cultura facendo perno sul ruolo delle pubbliche amministrazioni, una gestione come quella attuale fa temere per la sopravvivenza della specificità e per il futuro della produzione culturale e creativa.

Il principio di sussidiarietà risale alla dottrina della Chiesa ed alle teorie di Monsignor von Ketteler, vescovo, uomo politico ottocentesco e componente della Dieta prussiana, secondo cui l'intervento della Chiesa può avvenire solo quando non può operare la comunità dei non religiosi.
Questo principio, peraltro ripreso da papa Pio IX nel 1931, suggerisce di portare il potere decisionale il più vicino possibile ai bisogni da soddisfare e rappresenta un sistema alternativo a quello amministrativo centralizzato di stampo napoleonico.
Così, in base a questo principio, l'attribuzione della generalità dei compiti e delle funzioni amministrative avviene, prima di tutto, in favore dell'ente o della comunità di base, cioè del Comune, e solo successivamente in favore della Province [o Città metropolitane], della Regione, dello Stato stesso, secondo la dimensione territoriale, associativa ed organizzativa (sussidiarietà verticale).
Lo stesso processo di privatizzazione si inserisce all'interno del principio di sussidiarietà.

Prendiamo l'esempio del neonato "Museo del Mare": si è preferito un nome banale, ormai associato a musei ben affermati in altre città vicine, anziché trovare accordi con associazioni dedicate al mare come "La Corallina", che oltretutto avrebbe portato in dote un nome evocativo e ben più "marketing oriented".
Senza entrare nel merito di un "museo diffuso" che non investe nel patrimonio costituito dall'invidiabile Archivio Storico e ignora le pubblicazioni che valorizzano la storia di Santa. Che ne è della proposta a suo tempo avanzata da alcune associazioni di aderire alla Federazione Europea delle Città Napoleoniche, per creare sinergie anche in termini turistici ricordando il nostro passato di Port Napoléon?
Perché non ritornare alla concezione originale, quando i musei erano innanzitutto centri di ricerca: nel 1537, sulle rive del lago di Como, il vescovo Paolo Giovio non si limitò a raccogliere reperti, ma si cimentò con la ricostruzione virtuale dell'antichità attraverso l'accumulazione delle fonti scritte e dei ritratti di uomini illustri.

Nessuna iniziativa cerca di mettere a fattor comune le numerose, forse troppe, associazioni presenti a Santa Margherita che, oltre a costituire una scuola di "educazione permanente", costituiscono una fonte di invecchiamento attivo e utile per il trasferimento di esperienze.
Chissà se qualcuno si accorgerà, prima o poi, che cultura è anche partecipazione, ricerca, apertura al sociale, confronto fra le culture delle precedenti generazioni e quella attuale e, buon ultimo, promozione del territorio.

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