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    Attività del Comune

Il conflitto d'interessi vale anche se potenziale
di Arturo Bianco

Il Sole 24 Ore - 14 luglio 2008

Considerando l'interesse per numerosi argomenti che saranno trattati dal Consiglio comunale, riproponiamo un articolo già pubblicato sulla Gazzetta il 15 luglio 2008

I consiglieri comunali e provinciali hanno l'obbligo di astenersi sulle proposte di deliberazione per tutti i temi per i quali essi non si trovino in una posizione di assoluta serenità a seguito della presenza di interessi personali o di propri congiunti o affini. parentele
Tale obbligo non è limitato solo alla votazione, ma matura già dalla fase della discussione e determina un vizio complessivo sull'intero atto, anche se il voto del consigliere con l'obbligo di astenersi non è stato determinante.
Sono questi i principi interpretativi molto rigidi dettati dalla quinta sezione del Consiglio di Stato con la sentenza n. 2970/2008.
Tali prescrizioni si applicano anche nel caso di deliberazioni che hanno un elevato tasso di discrezionalità politica, come la revoca del presidente del Consiglio comunale, poiché solo gli atti a carattere generale ne sono esenti, sulla base della normativa in vigore.
Nel caso specifico è stata annullata dal Tar, sentenza confermata in appello, la revoca deliberata da un Consiglio comunale del proprio presidente poiché alla discussione e alla votazione ha preso parte un consigliere comunale che è cognato del presidente revocato.
La norma che disciplina la materia è contenuta nell'articolo 78, comma 2, del Dlgs 267/2000, che impone l'obbligo di astensione dal prendere parte alla discussione e alla votazione per le «delibere riguardanti interessi propri o di parenti o affini fino al quarto grado», mentre introduce una parziale deroga per i provvedimenti normativi e per quelli urbanistici, richiedendosi in questi casi una correlazione immediata e diretta.
La rigidità della norma, introdotta in questa formulazione dalla legge n. 265/1999 e che consente ai consiglieri, a differenza del passato, la presenza in aula, discende da considerazioni di carattere generale. La disposizione vuole evitare che vengano in contrasto, anche solo «potenziale» interessi «diretti o indiretti, con l'interesse pubblico».
Tale principio discende direttamente dal vincolo costituzionale fissato dall'articolo 97 della imparzialità della attività amministrativa; esso è inoltre posto a tutela del «prestigio» delle Pubbliche amministrazioni, una regola «tanto ampia quanto insuscettibile di compressione alcuna».
Nell'applicazione i giudici di Palazzo Spada traggono alcune conseguenze. In primo luogo, l'obbligo di astensione matura per il «solo fatto che i membri del collegio siano portatori di interessi divergenti rispetto a quello generale»: in altri termini, non occorre nessun esame più approfondito. In secondo luogo, l'obbligo di astensione si estende anche alla partecipazione alla discussione, perché ciò può determinare un condizionamento della formazione della volontà dell'organo.
Non ha alcun rilievo la prova della resistenza, cioè se il voto sia stato determinante o meno: comunque la partecipazione alla discussione e al voto producono effetti di condizionamento.
L'atto è annullabile integralmente e non solo nella «parte eventuale che riguardi il solo componente incompatibile».
L'ultima conseguenza è che il semplice conflitto potenziale determina una lesione dell'immagine della amministrazione.
Questi principi si applicano anche al caso della revoca del presidente del Consiglio comunale. La natura per molti versi essenzialmente politica di questo atto non influisce, perché siamo in presenza di un atto che non può essere considerato come "espressione di indirizzo politico generale", cioè degli unici atti che dalla norma di legge sono esentati dal rispetto dell'obbligo dell'astensione in caso di conflitto, anche potenziale, di interesse.

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