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La decapitazione dei capi

Riproponiamo l'articolo pubblicato dalla "Gazzetta" il 16 agosto 2013

Tempo di elezioni: secondo una prassi ormai consolidata a Santa (e non solo) piuttosto che cercare soluzioni ai problemi si percorre la strada della copertina delegittimazione dell'avversario.
Ecco allora che alle numerose accuse all'amministrazione vigente, alcune ragionevoli, altre pretestuose, non si risponde sulla sostanza delle cose, ma evidenziando le "pecche degli accusatori" come se la frase di Gesù "Chi di voi è senza peccato, scagli per primo la pietra" si traducesse con "tutti impuniti".
Giustificando così l'atteggiamento di chi disprezza i politici non perché hanno il potere, ma perché quel potere lo amano, come fine e non come mezzo per qualcosa di più nobile.
Purtroppo questa visione della politica è ormai radicata nell'oligarchia cittadina e non resta che sperare in un ricambio generazionale che accenda un lume di speranza.
Italo Calvino aveva visto giusto quando, nel 1969, pubblicò sulla rivista satirica "Il Caffè" (Anno XVI, n°4) quelli che lui stesso definì «abbozzi di un libro che da tempo vado progettando e che vorrebbe proporre un nuovo modello di società, cioè un sistema politico basato sulla uccisione rituale dell'intera classe dirigente a intervalli di tempo regolari.» … uccisione da intendersi, ovviamente, in senso simbolico, al termine del mandato: "La decapitazione dei capi".

Giunto nella capitale di una nazione imprecisata, il protagonista del racconto s'imbatte nei preparativi di una grossa festa - la festa dei capi, a detta del barista con cui prende a chiacchierare.
L'uomo si fa, all'inizio, un'idea sbagliata del tipo di festa che si va preparando. Osserva l'allestimento solerte dei palchi, le bandiere che garriscono per le strade e s'immagina un anniversario pomposo in cui i capi vengano acclamati da masse osannanti, al suono solenne della fanfare. ghigliottina
Si sbaglia. Quella dei capi non è una festa come tante. Al culmine delle celebrazioni, difatti, saliti sui palchi, i capi non pronunciano alcun discorso; piegati su «comodi inginocchiatoi», poggiano la testa su un ceppo e lasciano che gli sia tagliata, placidamente. Un colpo secco e via: perdono il capo, smettendo così di essere capi.
Non è una punizione, s'intende. Non sono capi che hanno governato male, almeno né meglio né peggio di altri che li hanno preceduti. E' che, per quella imprecisata nazione, per le sue leggi, per la sua gente, sta proprio nella funzione specifica dell'essere «capi» che la fine dell'esercizio del mandato coincida con la perdita del capo.
Spiega al protagonista del racconto di Calvino un tizio con gli occhiali, che pare essere il più informato sui fatti: "L'autorità sugli altri è una cosa col diritto che gli altri hanno di farti salire sul palco e abbatterti, un giorno non lontano… Che autorità avrebbe, un capo, se non fosse circondato da quest'attesa? E se non gliela si leggesse negli occhi, a lui stesso, per tutto il tempo che dura la carica, secondo per secondo?"
Secondo per secondo. Anni addietro, in quella nazione, i capi tendevano a conservare il potere per un tempo spropositato. Bisognava mozzargliela di forza, la baratro testa, per toglierli di mezzo. Una barbarie che minava l'ordine e complicava dannatamente il perseguimento dell'interesse generale. Ma una volta fissato per legge che la vocazione a diventare capo era tutt'uno con l'epilogo della decapitazione in conclusione del mandato, le cose cominciarono a filare per il verso giusto.
Una società armoniosa stabilì che quel genere di esecuzione fosse un privilegio dei capi e che nessun altro collo potesse essere passato dalla lama. Crebbe così a dismisura sia la consapevolezza dei capi del loro specioso ruolo, sia il rispetto dei governati. Da allora, per l'intera durata della carica, un'aura di magnificenza accompagnò i governanti.
"Solo chi sente questa vocazione può diventare un capo, solo chi si sente già decapitato dal primo momento in cui siede a un posto di comando."
["A vita" di Antonio Funiciello, 2012 Donzelli editore]

La legge spietata dell'alternanza di governo per "estinguere negli animi ogni resto d'odio e di pietà", una testimonianza ulteriore del contenuto profetico nella prosa di Calvino.

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