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    Attività del Comune

Elezioni e disaffezione

Sono trascorsi 26 anni da quando, di fronte all'instabilità amministrativa di quasi tutti i comuni italiani, fu varata la legge n. 81 del 25 marzo 1993 "Elezione Superman diretta del sindaco, del presidente della provincia, del consiglio comunale e del consiglio provinciale".
Dopo un ampio dibattito all'interno del Parlamento le forze politiche decisero di adottare un sistema elettorale in senso maggioritario, privilegiando l'obiettivo della governabilità a scapito di quello della rappresentanza. Da allora il sindaco non viene più eletto all'interno del consiglio comunale, ma direttamente dai cittadini: si limita così la "fluttuazione" delle maggioranze, perché in caso di dimissioni, sfiducia o impedimento del sindaco viene sciolto l'intero consiglio, con il ricorso anticipato alle urne.
Il sindaco nomina i propri assessori, che possono essere considerati più che altro dei collaboratori poiché la loro autonomia decisionale dipende dal gradimento del sindaco, unico garante politico: non più legittimati dal voto popolare e revocabili in qualsiasi momento dal sindaco, gli assessori sono scelti soprattutto per le loro competenze tecniche.
La forma di governo a prevalenza dell'esecutivo spinge poi i consiglieri di minoranza (4) a semplici funzioni di controllo (a volte solo pedagogico/tribunizia) di una maggioranza (sindaco + 8 consiglieri) che non ha nessun interesse all'approfondimento e al contraddittorio, essendo autonoma nell'approvazione dei provvedimenti: la storia insegna che la maggioranza finisce sempre per ratificare in fretta decisioni prese in altre sedi, sopportando con diagramma rassegnazione le intemperanze della minoranza.
A questo effetto evidente si somma la carenza nella formazione politica delle nuove generazioni dovuta al depotenziamento dei consigli comunali, fenomeno accentuato dalla crisi dei partiti.

Una situazione per molti aspetti simile a quella di 90 anni fa, quando la legge n. 237 del 4 febbraio 1926 (e i regi decreti legge 15 aprile 1926 n. 765 e 3 settembre 1926 n. 1910) sostituì consiglio, giunta e sindaco con un organo unico, il podestà. Anche allora si cancellò il principio della rappresentanza elettore elettiva degli organi comunali, della loro collegialità e pluralità: unica differenza il criterio della nomina governativa, anziché dell'elezione. Una differenza sostanziale, se non fosse che la partecipazione al voto è pesantemente condizionata da promesse che poi non sono mantenute.
La percezione di impotenza degli elettori è ben rappresentata dall'andamento dell'affluenza al voto, passata dall'83 % del 1995 al 58 % di quest'anno.
Un punto che dovrebbe essere affrontato dall'amministrazione e dal sindaco in particolare, attuando processi che favoriscano la partecipazione dei cittadini e attivino un circuito virtuoso in grado di valorizzare il contributo di tutti per migliorare la città.

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