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La Liguria è "un'area spiritualmente depressa?"
di Vittorio G. Rossi

Genova – novembre 1958

Vittorio G. Rossi in un brillante articolo lo sostiene e cerca, con innegabile effetto, di dimostrarlo. Ha torto o ha ragione? Forse un po' dell'uno e un po' dell'altro. Comunque bisogna riconoscergli il merito di aver portato alla ribalta un problema morale che pesa negativamente sul prestigio dei liguri.

Qualche mese fa ero alla Maddalena. La Maddalena è una strana isola; è un'isola di sardi, è Sardegna, ma con una quantità di nomi liguri. Mi venne la curiosità di domandare com'è; mi dissero che padri e nonni erano stati liguri, specialmente della mia Riviera, che è quella di Levante. La fusione tra sardi e liguri era stata V.G. Rossi facile e perfetta; credo che in Italia non ci sia nessun altro che abbia come noi liguri tanta rassomiglianza coi sardi. C'è in noi e in loro la stessa riservatezza, la stessa difesa della propria intimità personale, la stessa ripugnanza a essere teatrali; ma ci sono anche, tra loro e noi, grandi differenze. Recentemente ho scritto nel mio giornale, il Corriere della Sera, un articolo sui sardi; non ho voglia di ripetere quello che dissi di loro in quell'articolo. Essi hanno in sé alcune cose che noi non abbiamo, e sono cose umane bellissime, e fanno la vita degli estranei che si trovano tra loro gradevole come poche altre.
E dalla Maddalena andai a Caprera; volevo rivedere la casa di Garibaldi. E anche su quella visita scrissi un articolo nel mio giornale, dicendo che la cosa che a Caprera faceva più impressione, era la casetta che Garibaldi s'era costruito da sé con le sue mani, ed era una specie di gallinaio di muratura. L'uomo che aveva regalato al re del Piemonte mezza Italia, s'era poi rifugiato a vivere in quell'isola selvaggia, in quella casetta fabbricata con le sue mani; e andava a fare la spesa con la barca alla Maddalena, e vogava lui. E, stando a Caprera, m'era venuto in mente Bixio; anche lui, diventato generale e senatore, aveva piantato tutto, era tornato a fare il capitano mercantile, e a bordo della sua nave era morto di colera nelle acque di Sumatra.
«Questo è proprio ligure, mi dissi allora. Garibaldi era ligure, e anche Bixio era ligure; e tutt'e due avevano il disdegno per le apparenze, per il fare mostra e partecipare allo spettacolo; e questa è una delle buone qualità di noi liguri, specialmente in questa Italia dove alle apparenze, al fare mostra e spettacolo si dà tanta importanza». Pensando questo, provai una specie di fierezza; ma non lo scrissi nell'articolo che feci; sarebbe stata una vanteria, e allora avrei guastato il piacere che mi dava il nostro disdegno ligure per le apparenze. Alcuni giorni dopo ero a Cremona, nella piazza Marconi di Cremona. Uno strillone di giornali mi riconobbe, mi si avvicinò, mi disse alcune cose molto gentili, con la cordialità che hanno i lombardi. Mi domandò che cos'ero venuto a fare a Cremona; e io gli dissi che Cremona era la città di mio padre, e io ero venuto a Cremona per il piacere sentimentale di respirare quell'aria. Allora lui mi disse: - Così lei conosce il nostro Duomo, e il Torrazzo, e la Loggia dei Militi, e il Palazzo Comunale -. Nominava quelle meraviglie con la gioia di uno che possiede un tesoro, e lo mostra. Gli dissi che quelle sono tra le cose più belle che fanno così bella l'Italia. – E' stato all'abbazia di san Sigismondo? - mi domandò allora lui. Gli dissi che non c'ero mai stato; e lui mi disse: - Ci vada, ci vada. Vedrà quanto è bella. E' un po' fuori della città, ma bisogna che lei ci vada. Vedrà gli affreschi e i quadri dei nostri pittori del cinquecento -. Gli occhi gli splendevano di piacere.
E allora io mi dissi: «Questa è una cosa che da noi in Liguria non potrebbe mai capitare. Uno strillone di giornali o un altro uomo del popolo che prova tanta gioia a parlare di un'opera d'arte, e spinge con tanto entusiasmo un forestiero ad andare a vederla. E' una specie di incandescenza che nella gente ligure non c'è, forse non c'è mai stata».
E nel pomeriggio da una banca uscirono di corsa tre signori; ed erano il direttore della banca e due suoi impiegati. Anche loro mi avevano riconosciuto; e anche loro, come lo strillone, non mi avevano mai visto, non c'era tra me e loro nessun rapporto di amicizia, c'era il rapporto che c'è tra uno che scrive e quelli che lo leggono. E quei tre signori mi domandarono se potevano fare qualcosa per me; e io dissi che mi sarebbe piaciuto andare all'abbazia di san Sigismondo; e uno di loro corse via, tornò con una macchina, e tutti insieme andammo all'abbazia. «Questi tre impiegati, mi dicevo, hanno lasciato il loro lavoro nella banca, per venire a fare gentilezza a me, soltanto perché sono uno che scrive. Neanche questo da noi in Liguria potrebbe mai capitare».
Da noi in Liguria gli uomini sono divisi in due specie; quella dei «signori» e quella delle «leggere». Per noi liguri sono «signori» tutti quelli che hanno danaro; possono essere ignoranti come scarpe, e rozzi e cafoni, ma sono «signori» perché hanno danaro. Un uomo di grande ingegno, uno scrittore o scienziato o filosofo o artista, anche grande, per noi è una «leggera», se non ha danaro. E «leggera», nel modo come lo diciamo noi, non significa soltanto che è un povero; c'è dentro anche un disprezzo, qualcosa che umilia chi, qualunque cosa possa aver fatto come creatore di civiltà, non è stato capace da far danaro, o non ha voluto farne.
Questo mette naturalmente la Liguria tra le «aree spiritualmente depresse» dell'Italia; e sono quelle che danno molto pochi scrittori, scienziati, filosofi, musicisti, pittori, scultori e altri artisti. Ci sono in Italia «aree economicamente depresse», sono anche numerose; ma quelle «spiritualmente depresse» sono pochissime, e tra esse c'è la Liguria.
Non è possibile che i ragazzi che crescono nelle nostre case liguri, possano crescere con aspirazioni al lavoro dello spirito; l'aria che respirano, è un'aria di grande rispetto e ammirazione soltanto per il danaro e quelli che lo hanno; e di disprezzo per tutto quello che può portare a essere una «leggera», anche se è una «leggera» che con le sue opere aumenta la nostra civiltà. Conosco da noi innumerevoli case di gente molto benestante, dove non c'è un libro, se non quello sull'arte della cucina; e dove i discorsi che si fanno, se non riguardano le palanche (ma è difficile che non riguardino le palanche), riguardano il mangiare e le tasse da pagare.
Anche se per natura un ragazzo dei nostri ha lo spirito adatto a diventare scrittore o artista, per il solo fatto che vive in una casa dove tutto è mortificazione dello spirito, difficilmente troverà la forza e il coraggio di uscire alla bella avventura, e non mettere le palanche come fine supremo e più nobile e raggiante della vita.
Alessandro Magnasco è uno dei più grandi pittori di tutti i tempi e paesi, forse il più moderno dei nostri vecchi pittori. Lavorò quasi sempre a Milano, ma era genovese (anche Bernardo Strozzi era genovese, ma lavorò quasi sempre nel Veneto, dove i pittori e gli altri artisti erano e sono tuttavia molto rispettati); e Genova ha fatto una mostra splendida delle opere di Magnasco. A Milano quando c'era la mostra delle opere del Caravaggio, non si riusciva a entrarci, tanta gente ci andava; a Genova, alla mostra di Magnasco, io andai quattro volte, e non c'era quasi nessuno. «Un pittore, avranno detto; "una leggera", non interessa». E siccome nell'elenco dei telefoni di Genova non trovai che ci fosse una via Magnasco, domandai a un mio amico genovese dì informarsi se c'era o non c'era; e lui scoprì che c'è a Sampierdarena una via dedicata a Magnasco, una piccola via, disse. Dev'essere una via tanto importante, dissi io, che non c'è neanche un telefono. E Magnasco è una delle massime glorie di Genova.
Passavo in macchina tempo fa per certi paesini della Puglia, e vedevo «via Dante», «via Leonardo da Vinci», e altre col nome dì grandi scrittori o scienziati o artisti italiani, cioè di quelli che fanno dell'Italia un paese rispettabile, anche se è povero e non ha la bomba A e la bomba H. E pensavo che nella nostra Riviera di Levante (quella di Ponente è tradizionalmente più spirituale e colta, ha una tradizione di studi e arte; ha sentito la vicinanza della Francia) i nomi dei grandi scrittori e artisti italiani quasi mai figurano nelle pubbliche strade. O sono ignorati dagli amministratori pubblici che danno i nomi alle nostre strade; o sono da essi considerati «leggere», quindi nomi da non mettere in pubblico a dare il cattivo esempio.
Un giorno a Santa Margherita, che è il mio paese natale, un giornalista americano mio amico mi domandò chi era quello che aveva dato il nome a una certa piazza situata sulla dolce collina che sovrasta l'arco bellissimo del porto. Era il nome di un milanese che aveva fatto molti soldi con le mortadelle, i salami, la margarina e un condimento per la pastasciutta dei soldati nell'altra guerra; e aveva regalato al comune la terra per fare quella piazza e un pezzo di strada. (Altre strade di Santa Margherita hanno nomi di uomini e famiglie illustri per la stessa ragione; e questo succede in una città frequentata da gente di tutto il mondo, anche da gente che notoriamente sa leggere e scrivere). Quello che aveva fatto il regalo della terra, con quel regalo aveva fatto un buon affare; la piazza e la strada davano valore alle sue terre e case adiacenti; però era un uomo molto ricco, e questo da noi gli faceva gloria. Non potevo raccontare questa storia al giornalista americano; gli dissi: - Era uno che qualche volta invitava a pranzo il sindaco -. Gli americani sono molto semplici; lui la prese per buona, e scrisse nel suo giornale che a Santa Margherita Ligure dedicano le strade anche a quelli che invitano a pranzo il sindaco. Ma quello della piazza era un «signore», e questo bastava; Dante, Leonardo da Vinci, Galileo e altri non erano «signori», probabilmente erano «leggere», anche se i potenti della terra si inchinarono a essi e continuano a inchinarsi; ma da noi non meritano alcun rispetto.
E chi va a un concerto o a una conferenza da noi nella Riviera di Levante (quasi sempre organizzati dalla buona volontà di qualcuno che non è della Riviera di Levante, «area spiritualmente depressa» quanto altra mai), non trova tra gli ascoltatori gente del posto; loro sono sempre impegnati in cose assai più importanti, e chi parla di cultura o fa musica, non può essere un vero «signore», certamente è una «leggera». Infatti le più alte attività spirituali create da quelli del posto, sono la banda in piazza, le mostre di cani, le regate dei «gozzi» e gli spari tridui o quatriduani di mortaretti.
Si legge nell'Enciclopedia Treccani, cioè nella nostra enciclopedia nazionale, che i liguri sono «il "momento economico" della spiritualità degli italiani». E' un modo gentile e abbastanza complicato per dire che siamo dei bottegai. E l'essere dei bottegai non è affatto disonorevole, tutt'altro; però se si è soltanto bottegai, e si ha lo spirito dei piccoli bottegai anche quando si hanno e si maneggiano grandi ricchezze, allora la cosa è diversa. E' diversa, e manda indietro negli ultimi posti della civiltà nazionale.

Esiste un equivoco storico?
Lettera a Vittorio G. Rossi di Ettore Lanzarotto
Caro Rossi,
Dunque io e te, liguri autentici, apparteniamo ad una regione spiritualmente depressa e, peggio che peggio, come liguri della riviera di levante, ad una zona più marcatamente depressa nello squallore della generale depressione. C'è da esserne mortificati.
Non oso dire che tu abbia torto, ma l'articolo così fresco, vivace e pieno di colore che ti è scappato dalla penna con tanta immediatezza, mi pare riecheggi, anche se risente, e riflette, la situazione attuale, un equivoco storico che perseguita i genovesi da parecchi secoli.
Dio mi guardi dall'asserire che oggi i «bottegai» liguri brillino per eccesso sensibilità culturale: se tentassi di farlo potrei correre il rischio di andare contro corrente e anche di non essere giusto, perché l'apologetica campanilistica è un fenomeno passionale. Però bisogna inquadrare le prospettive. Ti spiace se provo?
Quel benedetto «Januensis ergo mercator» ha dato origine, se pur non l'ha confermata, alla abusata definizione cui tocca tramandare nel tempo il significato deteriore che ab imis non aveva. In fondo, è una mia convinzione personale, i liguri scontano sul piano morale non solo la loro istintiva capacità a commerciare, ma, soprattutto, il fatto di essere sempre e dovunque, dei commercianti abilissimi. Il che ha potuto suscitare invidia: di qui la fama poco lusinghiera di gente la quale tiene in poco conto la coltura, visto che per forza, secondo il luogo comune, mercante e coltura sono termini antitetici. Ci credi tu? Io no.
Erano i nostri antenati, lontani e prossimi, uomini intraprendenti, invadenti magari, ma intelligenti; dove mettevano piede finivano per imporsi e, il più delle volte, la loro presenza, la loro attività riuscivano ad essere determinanti. Ricordi le lamentele di Cicerone? Non gli andava giù che i liguri figurassero bene a Roma, dove, dopo aver ottenuto in virtù della legge Roxia la pienezza della cittadinanza romana, si erano trasferiti in buon numero, tanto da dar fastidio all'autorevole uomo, il quale, esagerato!, lamentava che l'Urbe non era più dei romani, ma dei liguri. Ed era anche seccato che un certo Elius ligux (Elio Ligure) trasferitosi anche lui a Roma ad esercitarvi l'avvocatura, riuscisse tanto bene nella professione fino a permettersi il lusso di farsi pagare per una causa ben 600.000 sesterzi. (Genovese al cento per cento, diresti tu).
Cerco come vedi di capire la storia e di rendermi conto del perché i liguri devono trascinarsi dietro una fama non meritata: fama, ecco l'assurdo, che resta tale anche quando l'espansione di Genova nel Mediterraneo è nella sua gloriosa efficienza; anche quando, nell'ultimo medioevo, i mercanti liguri sanno raggiungere un così elevato livello di coltura da costituire notevole ed indiscutibile apporto al diffondersi della civiltà.
Forse il capitolo, nel grande libro della storia italiana, dedicato alle vicende dei mercanti che nelle terre mediterranee rappresentavano con altissima dignità i loro paesi, specialmente la Repubblica di Genova, è ancora da scrivere. Ciò non esclude però che la loro opera fervida, costruttiva, densa di realizzazioni e, perché no?, di pensiero, resti documento vero di efficace partecipazione umana all'affermarsi e allo sviluppo dei valori spirituali.
Sarebbe facile, se i limiti e l'indole della precisazione lo consentissero, illustrare qui le tradizioni culturali genovesi, uso il termine anche in senso ligure, citando avvenimenti, fatti, episodi, nomi - che ne dici di quell'Ingeto Contardo, mercante genovese, che nel 1276 a Maiorca disputa pubblicamente, il lingua latina, con dotti ebrei sostenendo, in base all'antico Testamento e ai Vangeli di Giovanni e Matteo il compiuto avvento del Messia? - di chiaro risalto in un vasto interessante panorama storico, nel quale la tesi troppo convenzionale della insensibilità culturale dei genovesi, comunque si imposti e si consideri, non trova conforto alcuno. Se mai, come è stato autorevolmente riconosciuto, risulta proprio il contrario, perché non è affatto vero che l'istinto commerciale dei genovesi chieda il sacrificio di ogni spiritualità: l'assimila, invece, nella propria azione fattiva.
Ma di tutto questo sei più convinto di me: basta, per rendersene conto, fermare nel tuo articolo quel tanto di sorpresa che ti coglie quando, accennando agli uomini più rappresentativi delle energie liguri, hai l'aria di chiederti come è possibile che essi vengano fuori da una stirpe di mercanti. Niente sorpresa: stabilito di che mercanti si tratta, i prodotti sono assolutamente legittimi. (Erano mercanti i Doria, gli Spinola, i Grimaldi, i Centurione, i Della Volta, i Sacchi, i Giustiniani e il Notaio Antonio Gallo, primo biografo di Colombo, Cancelliere dei Banco di S. Giorgio, scrittore di cronache, finissimo diplomatico. Protagonisti di storia, dice Francesco Sapori).
Vediamo adesso se i genovesi sono rimasti fedeli alla tradizione e se, nonostante l'evolversi dei tempi, l'aprirsi di nuovi e più larghi orizzonti alle loro già vaste possibilità di commercio e di traffico, lo sviluppo e il perfezionarsi dei mezzi di comunicazione, continuano idealmente il tipo classico del mercante, o, fatalmente, si sono adagiati al basso tono dell'affare e della bottega, solo paghi del guadagno, riducendo tutto ad un comune denominatore: il danaro.
La diagnosi che fai dei liguri di oggi, ben inteso nel quadro clinico della loro sensibilità spirituale, impressiona, ed è, sotto certi aspetti, vera: direi, quasi feroce.
E' innegabile che il fervore di vita culturale che ha caratterizzato Genova e la Liguria almeno fino alla rivoluzione francese, è venuto man mano affievolendosi per l'accentuarsi di una mentalità pratica, che pur non rinnegando il passato, pur non irridendo alle cose dello spirito ha gravitato e gravita attorno ai problemi concreti delle attività produttive. Fenomeno, questo, che meriterebbe uno studio per stabilirne le cause, ma che, secondo il mio modesto modo di vedere, non è, fortunatamente, precipitato in un cinismo spregiatore. Quello che tu sottolinei sdegnato là dove accetti per buona una discutibile classifica secondo la quale in Liguria il ricco è «Signore», gli altri «leggere», compresi quelli che credono, nonostante tutto, nei valori spirituali. E i gustosi esempi che adduci, potrebbero, presi in superficie, farlo credere.
Constatato obiettivamente il fenomeno non si può discuterne in astratto; occorre analizzarlo per definirne la natura, accertarne l'intima logica.
I genovesi hanno sempre avuto, e hanno tutt'ora, rispetto per il denaro, senza per questo arrivare all'idolatria. Nei tempi aurei della Repubblica Genova commerciava la moneta. Ne prestava a Sovrani, Stati e Imperi fino a diventare la più accorta e autorevole negoziatrice di denaro dell'Europa. Per i genovesi la ricchezza è una funzione, vale in quanto serve. E bisogna onestamente riconoscere che ne hanno sempre fatto buon uso.
Questa concezione della ricchezza, la loro stessa fiducia nel lavoro spingono i liguri a cercare ed aumentare le fonti di guadagno, affinando con ogni mezzo l'istinto, non esclusa una specifica preparazione che comincia fin dalla prima età, dai primi studi. Nelle scuole genovesi, infatti, della fine del 400 gli allievi dovevano, tra l'altro, imparare a scrivere lettere «secundum usum mercatorum Januensium» e venivano aiutati ad orientarsi nei conti e ragguagli fra le valute del Mediterraneo sulle piazze italiane e straniere (non ti sembra di scorgere qui l'embrione delle moderne scuole professionali?).
Non credere che per amore della tesi mi lasci prendere dal gusto di fare della facile erudizione, tutt'altro. Solo mi sforzo di spiegare il fenomeno, non di giustificarlo, perché non è difficile dimostrare che i grandi industriali, i grandi armatori, i grandi commercianti, gli emigrati, i quali sono riusciti a portare oltre oceano tanto ardore di intelligenza, di tenacia, di operosità possono legittimamente essere considerati i continuatori degli antichi mercanti, sia che agiscano nel gioco delle pure vicende economiche, ben inteso nelle diverse condizioni di tempo, di ambiente, di mezzi, sia che operino nel clima delle tradizioni spirituali, sempre convinti che ogni attività, anche quella intellettualmente elevata, va concepita come forma di azione.
E in questa continuità dimostrano una coerenza che è tipica del loro carattere, il quale, è cosa notissima, non è incline ai subiti entusiasmi, alle incontrollate esuberanze, alle varie esibizioni, alle improvvisazioni. Tende al concreto nel modo più valido che la parola esprime, nel significato autentico che essa racchiude; sono, è vero, lenti a muoversi, ma si muovono e non si muovono mai a vuoto: anzi se s'accorgono di essersi troppo attardati si riprendono e, c'è da essere sicuri, arrivano.
E' quello che si verifica oggi, in questa nostra epoca tutta ansia e spasmi, tutta delirio di novità e di conoscenza dopo la tragedia che ha stordito gli uomini.
I genovesi, e in genere i liguri, non hanno sprecato un minuto a piangere sulle rovine causate dalla guerra: come se niente fosse, armati di volontà e di fede, hanno pensato subito ai fatti loro con i loro mezzi, senza chiedere e aspettare l'aiuto di chicchessia, non soltanto nel settore materiale, dove, per riconoscimento unanime, sono maestri, anche in quello spirituale dove consapevoli dell'insorgere di un nuovo umanesimo non si sono allarmati per i nuovi impressionanti problemi che ne scaturiscono e verso i quali puntano con geniale intuizione e con l'atavico senso della loro praticità, sensibili alle esigenze di trasformazione che sconvolgono il gigantesco mosaico dei popoli.
Qui faccio punto. Non è bene che vada oltre, addentrandomi, come vorrei, nell'analisi valutativa di quella parte del tuo articolo che delinea, tanto pittorescamente, l'attuale situazione della Liguria «zona spiritualmente depressa»; se non altro per confortarci a vicenda, perché, credi, è meno brutta di quanto sembra. Basta guardarla in profondità, indagando nel mistero dell'anima ligure, non insensibile, ma aperta alle genuine gioie dello spirito. Se continuassi potrebbe prendermi la mano il mordente della polemica con inevitabile pregiudizio della obiettività, alla quale tengo moltissimo, e dell'importanza stessa dell'argomento, che è davvero serio.
D'altra parte tu, con uno sfogo d'amore verso la nostra terra, del quale volentieri desidero darti atto, hai messo in stato d'accusa i Liguri, i quali, proprio per la singolare delicata natura della colpa loro attribuita, devono avere il coraggio di fare il processo a se stessi. Lasciamo allora che il processo si faccia; ne trarremo alla fine le necessarie conclusioni.
A me basta, pregiudizialmente, aver tentato di mettere a fuoco la prospettiva storica nella quale uomini e avvenimenti devono trovare giusta luce, evitando quei maligni errori di visuale pagati così cari dai liguri. Ci sono riuscito ? Lasciami, almeno, questa illusione.
Caramente
Ettore Lanzarotto

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