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Un futuro per Santa
Associazione "Tuteliamo Santa"
avv. Ortona Francesco

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Buona sera a tutti, ringrazio Giovanni Galvani e Giulio Ciana, sempre ottimo ospite.
L’Associazione “Tuteliamo Santa” nasce l’anno scorso, nel maggio 2006, con lo scopo di tutelare il paesaggio e il patrimonio storico-culturale sammargheritese, perché lo consideriamo un unicum, una rarità che deve essere conservata.
In questo dibattito sul futuro di Santa, sulle direzioni da adottare per il rilancio di Santa Margherita, la nostra Associazione punta sulla tutela del paesaggio come fulcro, come fondamento di qualsiasi progetto e di qualsiasi intervento che si possa fare.
“Tuteliamo Santa” non è un gruppo politico quindi mi sembra opportuno che il mio intervento non sia teso a indicare un programma; probabilmente mi differenzierò dagli interventi precedenti. Voglio piuttosto illustrare lo spirito, la filosofia che anima questa Associazione e vorrei sottolineare due concetti imprescindibili, secondo me fondamentali: il primo è l’amore per Santa Margherita, un amore disinteressato, per il nostro meraviglioso territorio, un amore di patria, un senso di appartenenza (un’appartenenza a doppio senso: un luogo che ti appartiene come i tuoi beni più cari e tu che appartieni a quel luogo - quindi anche un senso di protezione).

Dobbiamo amare innanzitutto Santa Margherita in modo viscerale.
E per appartenere a un luogo, come dicono i poeti, devi legargli la memoria.
Purtroppo da 50 anni vediamo che la Liguria, come è stato detto anche prima, è la regione più martirizzata, più cementificata di tutta Italia. E’ proprio il senso di appartenenza che è mancato ai liguri, che hanno tanto maltrattato o lasciato maltrattare una delle regioni più affascinanti e più decantate d’Italia.
Un esempio per tutti è proprio la vicina Rapallo.
« Rapallo – dice Giorgio Bocca - è il capolavoro del turismo di massa, un capolavoro ligure-lombardo, in quanto il capolavoro milanese è quello di gente che per evadere da una città caotica e stipata non ha trovato di meglio che fabbricarsene una copia marinara, forse più stipata e caotica, mentre il capolavoro dei liguri è quello di gente che per avidità, per mancanza di senso di appartenenza e per il sospetto, ha favorito la nascita di un agglomerato urbano che le è quasi straniero e la nascita di un modo di vita turistico-residenziale che le è visibilmente ostile ...
La rapallizzazione non indica solo una urbanizzazione selvaggia, ma la volgarizzazione, l’appropriazione di massa di un luogo in precedenza esclusivo
»
Rapallo, come moltissime altre cittadine liguri, come “Maurilia” la città invisibile di Calvino, ha voluto diventare metropoli, ma così facendo non ha raggiunto la prosperità promessa e ha perso la sua grazia che oggi può essere goduta, con tanta nostalgia, solo nelle vecchie cartoline.
Fortunatamente Santa è diversa. Santa come Portofino, Camogli e poche altre realtà liguri, grazie al senso di appartenenza dei nostri padri, che l’hanno difesa strenuamente dalla modernizzazione degli anni '50 e '60, può ancora essere vista come “paesaggio dell'anima”, come uno dei pochi paesaggi della riviera che “non ha cessato di parlare al cuore degli uomini, che ti permette di contemplare, guardare, stare fermo, pensare, che è poi la libertà suprema dell’uomo”.
Santa è un unicum, una rarità e noi dobbiamo esserne orgogliosi.
Stupisce il fatto che ancora oggi debbano nascere associazioni come la nostra: tredici persone si sono riunite una sera per battagliare e per opporsi a opere pubbliche che implicano svendita e devastazione di un patrimonio storico e culturale unico.
Non me ne vorrà Gianni Costa, ma richiamo una frase del poeta tedesco Holderlin (amico di Schiller): « là dove è il pericolo, cresce anche ciò che salva ».
Nel 2007 il valore assolutamente primario del paesaggio e la sua massima tutela non dovrebbero neppure essere messi in discussione, ma anzi dovrebbero costituire il nostro vanto, esattamente come accade a Portofino, dove a nessuno verrebbe in mente di proporre, ad esempio, una diga foranea che partisse dall’Olivetta, per “raggiungere gli standard di sicurezza propri dei porti di nuova generazione” (così recita testualmente la relazione idraulica del progettato nuovo porto).
E’ paradossale, come dice oggi Salvatore Settis (storico dell’arte, Direttore della Scuola Superiore Normale di Pisa, Presidente del Consiglio Superiore dei Beni Culturali e Paesaggistici e massimo esperto del nostro patrimonio culturale), che « mentre l’Italia, la Liguria, Santa si è tenuta stretta i propri “gioielli” quando era un paese povero, oggi, che è un paese ricco, dovrebbe darli via ».
Anche a livello regionale vi è grande incomprensione per la ferma volontà di alcune amministrazioni locali, quali la nostra, quella di Sestri Levante, quella di Levanto, e quella delle Grazie di Portovenere, le quali in paesaggi assolutamente unici e rari ritengono di primaria importanza la costruzione o l’ampliamento o la trasformazione dei porti (quelle “marine senz’anima” come le ha definite Renzo Piano) che stravolgeranno drammaticamente il patrimonio territoriale.
E’ come se ognuno di noi, avendo nel proprio appartamento un bel dipinto dell’800 divenuto oramai raro decidesse di gettarlo dalla finestra. Tale gesto sarebbe ancora più grave se altri prima di noi avessero fatto lo stesso scellerato gesto anni prima e fossero oggi a rimpiangere il dipinto oramai perduto e sostituito alla parete con nostalgiche foto riproducenti l’originale.
Santa, invece di prendere esempio da paesi quali Portofino, che i suoi dipinti, per la verità di maggior pregio, custodisce con amorevole cura, ancora oggi e nonostante tutto, ha la spinta suicida di distruggere proprio ciò che la differenzia dalle limitrofe cittadine che il turismo di massa e i modelli della “vita metropolitana” hanno oramai devastato. Se non capiamo che ciò che fa la differenza sarà il nostro successo futuro, anche turisticamente, vuol dire che forse non abbiamo capito niente.
Parafrasando Charles Garnier (architetto francese dell’800 che lavorò in Costa azzurra e a Bordighera) dobbiamo capire che « Quando i foresti troveranno che Santa Margherita assomiglierà a tutti i paesi del mondo, che il loro paradiso si è ben allineato ai paesi limitrofi, capiranno che non varrà più la pena di piantarci la tenda ».

Il secondo concetto fondamentale è la continuità col passato, l’aggancio alla storia delle generazioni che hanno costruito il paesaggio nel quale abitiamo.
Il nostro patrimonio culturale, di cui il paesaggio è parte integrante, può essere veramente protetto solo in quanto sia considerato quale memoria storica che appartiene ai cittadini e quindi a ciascuno di noi.
Salvatore Settis dice: « Il nostro patrimonio culturale è la nostra città, le nostre chiese, i nostri palazzi, le nostre coste, i nostri porti, le nostre montagne. Il nostro patrimonio culturale non è un’entità calata dall’esterno, ma qualcosa che è stato creato nel tempo sul territorio e con cui le popolazioni hanno convissuto per generazioni, sentendolo per prime come la loro memoria e la loro anima ».
Fernand Braudel (storico francese del 900) dice che « la nostra storia, l’essere stati è una condizione per esistere ».
Il sociologo Franco Cassano sostiene che « la realtà della modernizzazione selvaggia ci sta mettendo drammaticamente sotto gli occhi una scoperta: che dopo lo sviluppo ritornano utili molte risorse che si erano gettate via con sprezzo dai finestrini del nostro viaggio insensato nella modernizzazione e nella globalizzazione. Anche il paesaggio avevamo buttato via dal finestrino, perché dall’alto del nostro sapere strategico ... non avevamo capito ciò che avevano capito i poeti (Calvino, Montale, Caproni, Sbarbaro): che senza un paesaggio non possiamo raccontarci e quindi non possiamo neppure esistere consapevolmente ».
Santa ha conservato queste caratteristiche, quindi deve costituire una entità territoriale più che mai gelosa della propria storia e della propria identità culturale e paesistica. E lo si deve per il turismo, ma innanzitutto per noi e soprattutto per le generazioni future.
Quindi cosa fare concretamente. Gli studiosi gli storici e i sociologi più attenti lo hanno già indicato; richiamo le parole di Settis e di Quaini (umanista e storico della cartografia nell’Ateneo genovese, grande studioso del paesaggio ligure).
Per Salvatore Settis: « Le furie modernistiche degli ultimi 50 anni in Liguria non hanno prodotto progresso vero, hanno consumato risorse delicate e oggi dobbiamo riconoscere il paradosso secondo cui le maggiori possibilità di sviluppo locale si annidano in quelle che allora erano rimaste sacche di arretratezza, in quelle terre che, essendo rimaste ai margini della modernizzazione, hanno mantenuto il loro storico paesaggio. Ne sono esempio le Cinque Terre e i paesi della montagna appenninica. Anche qui e ancora una volta sono stati gli stranieri a rifugiarsi e a indicare la strada della valorizzazione piuttosto che della distruzione del paesaggio tradizionale ».
Guardando allora alle prospettive della nostra città, che ha superato con pochi danni la stagione della modernizzazione, il futuro sta nella « consapevolezza del buon uso di risorse divenute oramai rare, piuttosto che nell’espansione economica del livellatore turismo di massa e della ”stradomania » (vedi il problema del tunnel Santa-Rapallo).
Massimo Quaini quanto al nostro futuro intravede una utopia conviviale. Prende ad esempio Levanto, « che contrariamente a quanto fino a ieri è avvenuto, si presenta al turista valorizzando le proprie tradizioni, il suo centro storico, le sue montagne, i suoi prodotti tipici e gli antichi ritmi di vita che ne hanno decretato la rifondazione come “città slow” (o del buon vivere) ». Quaini parla di « una nuova filosofia, la filosofia “Slow”, come contemplazione associata al viaggio lento e al gusto. L’utopia conviviale in contrapposizione all’ideologia devastante della globalizzazione ».
Santa allora deve essere concepita come « luogo di residenza alternativa alle invivibili aree metropolitane, alla globalizzazione del nulla, dove rivalutare le risorse del territorio, riscoprire le nostre tradizioni, collegate a nuove forme di viaggio lento e di turismo culturale », riscoprendo e rivalutando un altro bene unico qual è il nostro bellissimo Monte di Portofino.
« Al primato della circolazione, alle ragioni della globalizzazione in corso, alla banalità della modernizzazione deve allora opporsi e prevalere la ragione paesistica o primato dei luoghi e dell’uomo ».

Deve allora esserci un nostro atto di orgoglio. « Il vero progresso sta nella possibilità di rifiutare ciò che come “progresso” ci viene proposto e imposto arrogantemente dalla nostra civiltà, civiltà sempre più ossessionata dalla sua immaginazione produttiva e competitiva e della retorica della velocità. »
Quindi non accettiamo che si dica “la Costa Azzurra realizza 20.000 nuovi posti barca, la Liguria deve realizzarne almeno altrettanti”, la corsa alla competizione.
« Al meccanismo livellatore della competizione economica, sostiene sempre Quaini, che ha prodotto già i megaporti di Chiavari e Lavagna (che hanno fatto scempio delle spiagge e non hanno prodotto nuova ricchezza), deve contrapporsi il riscatto del paesaggio.
Il nostro territorio deve essere letto per quello che è e non per quello che dovrebbe essere secondo le regole del mercato. Il nostro territorio non come una scacchiera sulla quale qualsiasi mossa può darsi in funzione di ragioni economiche e di mercato,
ragioni che si sono peraltro già dimostrate fallimentari.
Il nostro ambito locale non deve essere stravolto ma valorizzato, dato che contiene in sé già le ragioni della propria evoluzione e del proprio successo turistico ».

Termino con un auspicio: che Santa nel suo futuro possa conservare e valorizzare sempre più il suo paesaggio, il suo patrimonio culturale, unico e meraviglioso, così che i turisti colti e i naviganti che entrano nel nostro splendido e storico porticciolo, ma soprattutto noi stessi e i nostri figli si possa continuare ad essere ammaliati e rapiti da tutto ciò. Grazie.