Quando ce vo, ce vo
di Stefano De Pietro
OLI Osservatorio Ligure sull'Informazione – N.315 11 ottobre 2011
Wikipedia Italia chiude per protesta e finalmente qualcuno appartenente alla stampa "ufficiale" parla chiaro e si schiera fieramente!
Wikipedia è un'enciclopedia online, collaborativa e gratuita. Disponibile in
oltre 270 lingue, Wikipedia affronta sia gli argomenti tipici delle enciclopedie tradizionali sia quelli presenti in almanacchi, dizionari geografici e
pubblicazioni specialistiche.
E' liberamente modificabile: chiunque può contribuire alle voci esistenti o crearne di nuove. Ogni contenuto può essere copiato e riutilizzato.
Wikipedia è gestita da Wikimedia Foundation, fondazione senza
fini di lucro, che supporta diversi altri progetti wiki dal contenuto libero e multilingue.
Un bello sfogo diretto, efficace, inatteso, profondo e liberatorio quello di Massimiliano Parente su
Il
Giornale web del 6 ottobre 2011, "Wikipedia Italia chiude? E chissenefrega, anzi io festeggio, non ne potevo più".
Un commento che esula un poco dal contesto del secolo nel quale viviamo. Speriamo che il link che abbiamo messo all'articolo da lui scritto sia
garantito nella sua stabilità dalla serietà del giornale sul quale pubblica il suo brindisi alla salute di quella che potremmo definire la "fossa
biologica della libertà", leggi il Ddl intercettazioni in discussione in Parlamento in questi giorni.
La stessa "serietà" che portò una testata "libera" e democraticamente gestita come Libero a rendere inattivo un articolo già pubblicato,
una falsa intervista a Philip Roth che scandalizzò il mondo dell'informazione e che fu
risolta in modo altrettanto funambolico: nessun richiamo ufficiale dell'Ordine dei giornalisti al direttore e, invece, disattivazione del collegamento
all'articolo sul web: peccato che alla redazione, composta di espertissimi del web 2.0, fosse sfuggito che Google ha una cache e che quindi il doppio
falso fosse stato tanto agevolmente scoperto e verificato da migliaia di persone.
il Giornale.it - 6 ottobre 2011
Wikipedia chiude? Altro che censura, si può vivere senza
di Massimiliano Parente
Il principio base di Wikipedia è la deresponsabilizzazione assoluta, dove viene scambiato per "censura" l'intento di impedire una dittatura
dell'anonimato, il contrario della libertà di stampa e di espressione
Wikipedia Italia chiude? E chissenefrega, anzi io festeggio, non ne potevo più. Tanto per cominciare perché a me già solo il principio di Wikipedia
fa schifo, e perché la voce Massimiliano Parente, scrittore italiano eccetera eccetera, era la prima pagina sul sottoscritto che saltava fuori su Google
e continuamente modificata per farmi dispetto, e non l'avevo creata neppure io e non certo i miei fan. In sintesi è dare la possibilità di disegnare il
vostro ritratto pubblico ai vostro peggior nemico.
Il principio base è la deresponsabilizzazione assoluta, dove viene scambiato per «censura» l'intento di impedire una dittatura
dell'anonimato, il contrario della libertà di stampa e di espressione. Chiunque, per esempio, può modificare la voce Massimiliano Parente senza firmarsi,
mentre io posso modificarla solo a condizione di mettermi, rispetto a Wikipedia, sullo stesso piano della fonte anonima che su di me vuole saperne più
di me.
Tuttavia, se vi sentite offesi o diffamati, potete provare a protestare, e sperare che vi ascoltino, perché Wikipedia si impegna «nel caso a
correggere, ove verificato in base a fonti terze, ogni contenuto ritenuto lesivo del buon nome di chicchessia», e chi sarebbero le fonti terze se
non conosco neppure le prime e le seconde? In ogni caso, ammesso che riusciate a ottenere la rimozione del contenuto lesivo nei vostri confronti, il
giorno dopo siete punto e a capo, un chicchessia in balìa di chicchessia appunto.
In generale, d'altra parte, internet funziona così: puoi scrivere tutto su tutto, non devi verificare nulla, non devi rispondere di nulla, non devi
firmarti, altrimenti è censura. Inoltre, per paradosso, la fonte non controllata e non controllabile, anziché screditarsi da sola, pretende di essere
autorevole. Eppure le informazioni anonime fanno pensare più ai regimi totalitari che alle democrazie; eppure per aprire un giornale si richiede un
direttore responsabile sottoposto ai controlli e alle sanzioni di un ordine professionale.
Così Wikipedia alla sola idea di dover rispondere di ciò che pubblica grida alla censura e chiude il sito, caspita, sai che perdita. Con un
comunicato drammatico e assurdo firmato da «Gli utenti di Wikipedia», i quali specificano che «Wikipedia non ha una redazione». E
chi lo ha scritto? Nessuno. Come se un giornale dicesse: noi non dobbiamo rispondere di nulla a nessuno, noi non esistiamo, firmato «I
lettori».
Insomma, Wikipedia chiude, alla fine è una bella notizia, alla fine purtroppo sarà solo una finta, ma io intanto mi godo l'attimo fuggente e stappo
uno spumantino e faccio cin cin con la mia Treccani.
Consiglierei quindi al giornalista di denunciare Google per aver impedito il sacrosanto diritto di quel giornale a ripensarci, non smentendo ma
cancellando, comodo, no?
Certamente l'affidabilità di Wikipedia, che tiene traccia di tutti i cambiamenti in nome di una trasparenza genetica e non imposta da un Ordine, non
è minimamente confrontabile con cotanta trasparenza editoriale.
Di una cosa abbiamo certezza, che Wikipedia ha già riaperto, perché una fonte di notizie gratuita, democratica, gestita da tutti
sopravviverà certamente molto di più di certe testate del giornalismo di parte e di partito, sopravviventi solo grazie ai finanziamenti pubblici.
Wikipedia raccoglie invece i propri fondi dal volontariato di milioni di persone e dalle donazioni dei suoi sostenitori: questo evidentemente è un
modello che non piace perché determina una cernita molto stretta di chi può sopravvivere solo per merito. Ci uniamo ai milioni di indignati, aggiungendo
la nostra indignazione per chi brinda al ripristino dell'oligarchia dell'informazione, mettendo a nostra volta in fresco una bottiglia per brindare alla
fine di certi atteggiamenti ottocenteschi nella stampa italiana.
OLI Osservatorio Ligure sull'Informazione – 31 marzo 2010
Informazione – Falsari e complici
di Paola Pierantoni
Nei giorni scorsi è venuto alla luce un episodio avvenuto qualche tempo fa. Lo scorso 22 novembre Libero aveva pubblicato, onorandola di un
titolo a quattro colonne, una intervista a Philip Roth. Intervista particolarmente spinosa, perché rivelava la profonda delusione del grande scrittore
americano per Barack Obama, di cui era stato convinto sostenitore: "Obama? Una grandissima delusione. Sono stato fra i primi a credere in lui, ad
appoggiarlo, ma adesso devo confessare che mi è diventato perfino antipatico".
Pier Luigi Battista coglie il ghiotto boccone, e il giorno dopo, 23 novembre, pubblica a sua volta sul Corriere della Sera un articolo dal
titolo "Se Philip Roth diventa un disertore", esercitandosi in analisi, commenti, valutazioni.
Solo che
l'intervista non era mai avvenuta. Inventata di sana pianta dalla prima parola all'ultima. Se ne accorge per caso Paola Zanuttini
intervistando a sua volta, ma questa volta davvero, Philip Roth lo scorso 26 febbraio: "Per caso, è insoddisfatto anche da Barack Obama? Da un'intervista
a un quotidiano italiano, Libero, risulta che lo trova persino antipatico, oltre che inconcludente e assopito nei meccanismi del potere".
"Ma io non ho mai detto una cosa del genere. E' grottesco. Scandaloso. E' tutto il contrario di quello che penso
Sono molto seccato per queste
dichiarazioni che mi vengono attribuite: non ho mai parlato con questo Libero. Smentisca tutto. Ora chiamo il mio agente."
Internet da tempo è pieno di riferimenti a questo episodio, che sui giornali ha fatto invece timidamente capolino solo in questi ultimi giorni.
Il primo a parlarne è stato il Fatto Quotidiano del 1 marzo che ricostruisce tutta la storia, incluse le reazioni del responsabile culturale
di Libero che "descrive ore complicate, annuncia un articolo a sua firma di spiegazioni esaustive per oggi, nega che il fatto di non incontrare
sul sito alcuna traccia del pezzo (lo hanno recuperato i bloggers, inneggiando al dio-cache di Internet che, com'è noto, nulla cancella) dipenda una
scelta precisa, riferisce di telefonate e mail di lettori arrabbiati, emana disagio dietro al tono tranquillo di chi ha forse deciso di liberarsi
definitivamente di una zavorra che aumenta di peso con il passare delle ore: "E' una storia che innegabilmente non mette in una bella luce il giornale".
Repubblica aspetta il 29 marzo per tornare sull'argomento, informando che "Non solo Philip Roth. Anche John Grisham è finito suo malgrado tra
gli intellettuali americani delusi da Barack Obama. Suo malgrado e senza essersi mai dichiarato: anche la sua confessione è stata inventata di sana
pianta. E dallo stesso intervistatore fantasma che aveva fabbricato la dichiarazione dell'autore del Lamento di Portnoy".
Episodi marginali? No, episodi gravissimi. Gravissimo il falso, gravissimo che non ne sia nato uno scandalo e che l'ordine dei giornalisti non abbia
costretto la testata ad una smentita. Il divario di discussione che si registra su questo episodio tra la stampa e la rete è clamoroso. Tutti troppo
uomini di mondo per sollevare uno scandalo?
Ah, per finire: teniamo d'occhio la scheda di Massimiliano Parente su Wikipedia i prossimi giorni, chissà che qualcuno non l'aggiorni con gli ultimi
suoi pensieri liberi e la marca di spumante che avrà usato per il suo brindisi.