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Estetica della memoria
di Pasquale Barbella

Dixit Café – 17 settembre 2016

Marat Jacques-Louis David, Morte di Marat, 1793.
Bruxelles, Musées Royaux de Beaux-Arts.

La memoria è il più efficace dei cosmetici.
Si prende cura del passato, lo idrata e tonifica con creme miracolose, lo acconcia e lo infiora in modo da renderne meno indecente l'aspetto.
Rimuove cisti e incrostazioni immeritevoli di nostalgia, ripulisce, sterilizza, deodora a dovere i momenti importuni, anestetizza dolori e delusioni, risciacqua frustrazioni, igienizza il salvabile rendendolo vivo e luminoso come l'argenteria strofinata col bicarbonato. Centrifuga milioni di esperienze, ne espelle la maggior parte, sublima il volto della malinconia esaltandone il biancore pensoso e un po' madonnesco.
Tutto ciò che sembrava perduto, o semplicemente tetro e insolente, si rinnova e commuove come un autunno nel Vermont. Il passato, soprattutto se remoto, diventa più giovane e fresco di qualsiasi futuro.
Il trattamento funziona più nella sfera individuale che in quella collettiva, che chiamiamo "storia". Ma ci sono eccezioni su entrambi i versanti. La memoria personale è un beauty saloon che non sempre funziona in modo ottimale: Freud ne sapeva qualcosa. Certi traumi lasciano tracce persistenti, bisognose di interventi drastici. La storia, invece, presenta ferite di due tipi: le recenti sono irrimarginabili, le più antiche si lasciano depurare che è un piacere.
Era buono o cattivo, Giulio Cesare? Chi se ne frega. E Napoleone? C..zi suoi. Ma Hitler e Mussolini è come se fossero ancora vivi. Possono trovare estetisti efficienti solo nelle file dei loro simpatizzanti. Passeranno altri cent'anni prima di sfumare nell'opacità dell'indifferenza.

Austerlitz François Gérard, Napoleone sul campo di battaglia di Austerlitz, 1805.
Reggia di Versailles, Galleria delle battaglie.


Per quanto instabile e manipolabile, il passato - personale o universale che sia - deve però fare i conti con un controllore severo: i documenti, quando esistono. La memoria di una giovinezza meravigliosa e seducente può essere smentita da una banale istantanea. Allo stesso modo, chi osi negare la verità di un genocidio avvenuto l'altro ieri inciamperà in una congerie di prove documentali e testimonianze tali da chiarire la differenza tra i fatti e le opinioni.

Dio non concede interviste
I documenti svolgono un ruolo decisivo nell'ordine mentale dei razionalisti: sono le proteine della storiografia. A volte sono attendibili ed esaurienti, a volte no. A volte sono puri, a volte manipolati, a volte complicati da opinioni e interpretazioni che ne influenzano la portata. La Bibbia, per esempio, è considerata documento inconfutabile solo dai credenti più tenaci; per gli altri è semplicemente un insieme di narrazioni popolari messe per iscritto a posteriori e tramandate ai posteri.

Cicerone Cesare Maccari, Cicerone denuncia Catilina in Senato,
affresco, 1880. Roma, Palazzo Madama.

Se nell'Eden c'erano solo Adamo ed Eva, dobbiamo arguirne che non c'erano né cronisti né fotoreporter né altri testimoni in grado di raccontarci cosa e come è successo da quelle parti. Quanto a Dio, è notorio che non concede interviste.
Questo per dire che esistono anche memorie non suffragate da documenti: la lacuna, per quanto grave secondo gli standard più severi, le irrobustisce anziché demolirle. E' un paradosso immenso, il più potente che l'umanità abbia mai concepito. L'uomo sembra preferire le convinzioni condivise all'accertamento dei fatti. E' fiero di aver inventato la scrittura, il disegno, la registrazione, i giornali, la fotografia, il cinema e la televisione; ma al bivio tra sentimento e ragione, propende istintivamente per il primo. All'evidenza antepone le idee: ciascuno le sue; la storia di sé e la storia del mondo passano attraverso un caleidoscopio di filtri personali o epocali, generando visioni diverse e talvolta incompatibili dello stesso fenomeno.

Alcuni vorrebbero essere romantici e illuministi in pari misura e sognano l'equilibrio perfetto tra sogno e realtà, illusione e scienza. Ma sono anch'essi preda di memorie voraci e ballerine: il tempo che passa offusca e inaridisce anche la più fedele e didascalica delle documentazioni, la seppellisce nel buio di archivi frequentati solo dagli studiosi più ostinati. Di buono c'è che sui libri, e non solo, si trova ormai di tutto, o quasi; non tutti sono infallibili, ma se sul medesimo evento si danno versioni divergenti c'è sempre spazio e sostanza per confronti e rielaborazioni.

La storia e le immagini
La stele di Rosetta mette insieme parole che sembrano immagini, ed è essa stessa un'immagine. Le figure sono sempre state un potente coadiutore della memoria, ben prima dell'avvento della fotografia. Le arti, l'artigianato, l'architettura testimoniano, quanto e più della scrittura, l'evoluzione delle civiltà. L'odierna proliferazione di immagini, tuttavia, insospettisce molti teorici della comunicazione, critici d'arte e investigatori dell'etica.
In talune occasioni, il fotoreportage è ritenuto più scandaloso del suo contenuto: è successo anche di recente con la foto di Alan Kurdi, il piccolo profugo di Kobane annegato e ritrovato su una spiaggia di Bodrum, in Turchia. La rappresentazione del reale sconvolge emotivamente più di quanto sconvolga un rapporto scritto o addirittura la stessa verità rappresentata: difficile decidere se e quando far tacere l'immagine, perché il male non si riduca a morboso oggetto di contemplazione.

Rehousing Venezia, Biennale d’Arte, 2015.
Peter Friedl ha esposto Rehousing, serie di modellini architettonici realizzati tra il 2012 e il 2014. Il titolo si riferisce a un progetto statunitense per il rialloggio dei senzatetto, ma i modelli miniaturizzati rappresentano edifici politicamente allusivi come la residenza privata di Ho Chi Minh, una baracca americana per schiavi dell’Ottocento, il capanno del filosofo Martin Heidegger nella Foresta Nera, etc.

Arte, fotografia, architettura e letteratura sono il lievito della memoria nonché i clienti più sexy del suo laboratorio. Raccontano la storia e le storie d'ogni tempo in modo attraente, secondo codici estetici d'autore. Un conto è leggere il verbale di polizia sull'assassinio di una vecchietta, un conto è leggere Delitto e castigo. Quale dei due testi rende in modo più realistico e appropriato il movente, le modalità, l'atrocità dell'episodio? Quello di Dostoevskij, diremmo d'impulso; ma un romanzo è pur sempre un romanzo, un'opera d'arte, un parto d'autore – anche se d'un autore che, in quanto ipersensibile alla storia e all'osservazione della società del suo paese, ha tutto il diritto di stare "sul banco dei testimoni".
I libri usano la lingua delle parole, mentre i manufatti e le icone parlano la lingua dello sguardo, che è quella dell'immediatezza. Le figure dicono di più o di meno di un libro o di un articolo di giornale? La concezione estetica di un pittore o di un fotografo avvalora il dato informativo o lo abbellisce soltanto? Che cosa ci commuove in Guernica: la guerra civile spagnola o il talento incommensurabile di Picasso? Che cosa racconta quel dipinto ai ragazzi delle medie: l'incursione della Luftwaffe e dell'aviazione legionaria fascista italiana osemplicemente l'orrore della guerra – qualsiasi guerra? Quando un fotoreporter guarda nel mirino e decide l'inquadratura, di fatto sta applicando un effetto speciale di natura estetica al reportage. Giusto o sbagliato?
Direi che sbagliato non è, ciò che conta è il piccolo Alan morto in riva al mare, l'inquadratura è "bella" e funzionale al tempo stesso (a proposito: la fotografa, turca, si chiama Nilüfer Demir e lavora per la Doğan News Agency). Quella foto avrà un senso anche a distanza di secoli dalla data e dalle circostanze dello scatto, perché riproduce l'orrore della morte infantile, un tabù che si spera universale e senza tempo. Nel frattempo, per altre ragioni legate soprattutto all'evoluzione delle tecnologie che consentono di manipolare a piacere le immagini, organizzazioni prestigiose come World Press Photo e Visa pour l'Image si stanno interrogando sull'etica del fotogiornalismo e molti sono gli operatori che auspicano la compilazione di regole precise e di un codice deontologico aggiornato.

L'arroganza dell'oblio
Nemico giurato della memoria, l'oblio rivendica da anni l'importanza del suo ruolo – liberatorio o narcotizzante, decidete voi – e aspira alla supremazia assoluta, assistito da sistemi politici che hanno tutto l'interesse a far dimenticare le bugie e le malefatte del passato per poterle replicare a piacimento. Anche qui un paradosso notevole: larghe fasce del genere umano si mostrano refrattarie agli insegnamenti dell'ex "maestra di vita" proprio nell'epoca della massima proliferazione e disponibilità di informazioni.

Biennale 1 Venezia, Biennale d’Arte, 2015.
Dettaglio di Urban requiem, installazione di Barthélémy Toguo, artista del Camerun che vive a Parigi. Giganteschi timbri di legno e gomma ricordano busti umani sistemati come teste tagliate su scaffali triangolari. Per le sue sculture, Toguo usa la sega elettrica.

Il www trabocca di memorie a portata di mano e a portata di tutti, ma di quelle memorie ciò che interessa è un'estetica pura e muta, come pure e mute risultano le ricorrenti indulgenze al revival e al vintage. Il passato è un pantalone a zampa d'elefante: largo ai piedi, le parti più lontane dal cuore e dal cervello, si restringe man mano che si avvicina alle nostre zone più sensibili. La storia, anche recente, è un album di immagini curiose, una consunta collezione di indizi color seppia.

A proposito di colori. Uno studente di lettere e filosofia, al quale avevo mostrato un cinegiornale propagandistico dei primi anni sessanta realizzato dalla Fiat per il lancio d'una nuova autovettura, desunse senza esitazioni che il documento risaliva al ventennio fascista.
Gli feci notare che il filmato era a colori, dunque di gran lunga successivo; per non dire della presenza di Vittorio Gassman, dello stile della vettura e di centinaia di altre informazioni recepibili dal contesto visivo e narrativo. Non era un tonto: era semplicemente pervaso da oblio generazionale, una sottospecie dell'oppio. E forse era stato tratto in inganno da qualche film a colori ambientato negli anni del fascismo. Le informazioni di cui disponeva si erano miscelate nella sua mente e riorganizzate in modo destrutturato: l'intero ventesimo secolo confluiva nello stesso imbuto o, peggio, nello stesso tritacarne, rendendo irriconoscibile la singolarità dei suoi ingredienti.
Peter Friedl, artista e teorico austriaco attivo a Berlino, è una figura di spicco dell'arte concettuale contemporanea. Ex critico teatrale, è interessato alla meccanica delle relazioni intercorrenti fra arte, storia e politica. Anselm Franke, critico e curatore di importanti rassegne che lo ha intervistato nel 2010 per Mousse magazine, ha sintetizzato con chiarezza il pensiero di Friedl: «Nel suo rapporto con l'arte, la storia è stata spesso appiattita a un repertorio iconografico da cui attingere acriticamente, un approccio che premia la fascinazione dell'immagine rispetto ad un confronto (problematico) con il suo portato politico. Questo procedimento di standardizzazione per immagini emblematiche è, per Peter Friedl, il punto di partenza su cui operare una confutazione e ri-scrittura estetica.»
Friedl si mostra scettico sulla capacità dell'immagine di continuare, senza il corredo e il sostegno di un testo, a comunicare adeguatamente la storia: «[…] sono convinto che l'arte sia un modello in esaurimento. Mi sento molto più vicino ad artisti che erano connessi organicamente alla storia, che conoscevano l'origine e le mutazioni di una certa forma di rappresentazione. Lo stesso valeva per i grandi registi. Ma nel frattempo l'orizzontalità e la proliferazione delle immagini hanno posto fine a tutto ciò.»

Biennale 2 Venezia, Biennale d’Arte 2015.
Out of bounds, monumentale installazione di sacchi di juta lungo le pareti del Troncone dell’Arsenale. Autore il ventottenne ghanense Ibrahim Mahama.

Non è il solo, probabilmente, a pensare che l'esorbitanza delle immagini nel mondo attuale e le relative modalità di consumo abbiano fiaccato irrimediabilmente il significato della creazione artistica, almeno per come l'abbiamo concepita fino a ieri.
Tutto ciò è condivisibile, soprattutto da quando i linguaggi dell'arte si sono fatti infinitamente meno descrittivi, più sottilmente allusivi che in passato. Scomparse o ridottesi le suggestioni visive di presa immediata, il visitatore di gallerie, mostre e manifestazioni è costretto a integrare la visione con la lettura o l'ascolto di testi esplicativi. L'artista di oggi sembra rivolgersi più alla mente che al cuore del grande pubblico, e forse è giusto così. Il nuovo rapporto fra opera e fruitore implica alcune conseguenze sulla percezione media del panorama artistico.
A torto o a ragione si è indotti a pensare che le installazioni, per esempio, non siano fatte per durare nei secoli (come gli affreschi di Giotto o Guernica di Picasso, per intenderci), ma restino confinate nell'attualità, dedicate ai contemporanei più che ai posteri.
Ciò non toglie che l'arte sappia ancora sorprendere con interventi sul reale illuminanti e intensamente provocatori. Come mutanti sempre più a corto di memoria useremo sguardi diversi per le opere del passato e del presente: lasciandoci sedurre dal pathos e dall'aura delle prime, e dalla momentanea energia didattica delle nuove.

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