Testata Gazzetta
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"In nome del popolo italiano"
film di Dino Risi (1971)
Soggetto e sceneggiatura: Furio Scarpelli e Agenore Incrocci
recensione di Vittorio Civitella

Interpreti: Ugo Tognazzi (giudice istruttore Mariano Bonifazi) - Vittorio Gassman (imprenditore edile Lorenzo Santenocito) - Enrico Ragusa (Riziero Santenocito, padre di Lorenzo) - Yvonne Furneaux (Lavinia Santenocito, moglie di Lorenzo) - Ely Galleani (giovane escort Silvana Lazzorini) - Pietro Tordi (perito settore prof. Rivaroli) - Renato Baldini (ragionier Cerioni)

La mia prima recensione dell'anno nuovo costituisce un ritorno all'antico con la proposizione d'un vecchio lavoro dell'allora cinquantacinquenne Dino Risi, anzi locandina qualcosa di più d'un semplice lavoro, piegandosi la trama più verso la denuncia sociale che verso la commedia all'italiana della quale Risi, come Monicelli e Comencini peraltro, è unanimemente ritenuto antesignano e poliedrico maestro.
La pellicola, rivisitata criticamente con gli occhi e la disposizione d'animo d'oggi a quarantasei anni di distanza dal suo esordio, si rivela come uno sconcertante specchio della peggiore Italia del nostro tempo: una vera e propria metafora fortemente allusiva, quasi l'allegoria ante litteram d'un Paese caotico volgare sguaiato e finanche aggressivo.
Mariano Bonifazi, giudice istruttore di Tribunale, è un funzionario integerrimo risoluto e incorruttibile ma anche scopertamente ideologizzato. Dino Risi nulla fa per nascondere o, quanto meno, mitigare questo connotato non secondario del personaggio, non peritandosi neppure di mostrarlo in possesso dell'Unità, quotidiano del PCI ed elemento di scontata identificazione.
Altrettanto incisiva ed efficace, tuttavia, è la proposizione del personaggio Lorenzo Santenocito, archetipo dell'inquinatore e del palazzinaro senza scrupoli, scena 1 verboso ampolloso esibizionista e cinico: figura quasi caricaturale con la quale Gassman si compiace sovente e da par suo di fare il verso a se stesso.
Manco a dirlo, mentre il primo si sposta a bordo di un modesto ciclomotore districandosi a fatica nel traffico cittadino, il secondo viaggia su una rombante Maserati-Ghibli dotata di chiassoso clacson bitonale.
Stabilito pertanto, inequivocabilmente, che gli strali di Dino Risi sono, nella fattispecie, diretti verso una triplice riprovevole realtà politico-sociale: quella del potere discrezionale (vero o presunto) di cui colpevolmente e scientemente la magistratura godrebbe avvalendosene, quella non meno occulta ma ben più pervasiva determinata dalle problematiche ambientali vitalizzate da tutte le possibili forme d'inquinamento e, ultima ma non meno importante, quella della scena 2 corruzione estesamente praticata in tutti gli ambienti dove siano in gioco interessi di parte, possiamo dare la stura al nostro sintetico percorso narrativo.
Il giudice Bonifazi, nel corso di una indagine istruttoria, scopre che il Santenocito potrebbe essere implicato nella innaturale morte della giovane Silvana Lazzorini, una ragazza utilizzata da una sedicente agenzia di pubbliche relazioni per accompagnare individui ricchi e facoltosi in occasione di feste o festini d'affari.
Egli si dispone quindi a interrogare il suo sospettato per verificarne l'alibi e scoprire eventuali motivazioni a sostegno dell'impianto accusatorio preliminare.
Santenocito, vistosi messo alle strette a più riprese, nell'intento di fugare ogni sospetto, tesse una arzigogolata teoria di false prove coinvolgendo dapprima sketch il vecchio padre, indi non facendosi scrupolo di corrompere un imprenditore suo sodale allo scopo di costruirsi un alibi inoppugnabile.
Gli elementi raccolti inducono tuttavia Bonifazi a disporre l'arresto dell'imprenditore ma, a cose avvenute, ulteriori prove pervenute nel contempo dimostrerebbero che Silvana non sarebbe stata assassinata ma si sarebbe addirittura suicidata: lo proverebbe principalmente il ritrovo fortuito d'un diario della ragazza che Bonifazi si attarda a leggere sulla strada del ritorno a casa.
L'amaro epilogo finale si reifica e si risolve in questo lungo cammino di sapore simbolista di un assorto e visibilmente turbato Tognazzi in una qualunque periferia romana degradata dove cumuli d'immondizia contrastano con l'abbacinante biancore d'un paesaggio simil-alieno che richiama alla mente certi scorci di scena 3 abitato freddamente razionalista nella pittura metafisica di Giorgio De Chirico.
L'integerrimo servitore della Giustizia si servirà di questa determinante prova affrettandosi a scagionare il suo inquisito, oppure la farà sparire del tutto nell'intento di liberare comunque la società dalla presenza d'un personaggio abbietto?
Bella domanda. Ma per una risposta si rimanda alla visione del film.

[© Vittorio Civitella 2017]

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