Testata Gazzetta
    Riferimenti

La Madre Terra bene comune
di Carlo Sini

viaBorgogna3 – 3/2016

Forse non molti sanno che il 22 aprile è la "Giornata internazionale della Madre Terra". Questa festività e ricorrenza venne stabilita dalla Assemblea Generale delle Nazioni Unite nel 2009, dopo insistenti sollecitazioni del Presidente della Bolivia Evo Morales, il quale vi ravvisò il primo passo di un cammino ancora tutto pescatore da percorrere: cammino, disse, "verso l'approvazione di una convenzione internazionale sui diritti della Madre Terra".
L'espressione "Madre Terra" ricalca la Pacha Mama degli Indios. L'indigena guatemalteca Rigoberta Menchù, premio Nobel per la pace nel 1992, così ricorda la lunga lotta contro lo sfruttamento dell'agricoltura locale da parte dei colonizzatori e delle multinazionali: "Abbiamo fatto una lunga strada, ma abbiamo ancora molto da combattere contro il razzismo e l'indifferenza. Non sono pochi i popoli che si ritrovano soli mentre cercano di vincere la fame, la malnutrizione, l'impossibilità di accedere alle tecnologie. La Terra è la nostra madre. E' vita, memoria e storia. E' il luogo storico dei nostri antenati, è il futuro dei nostri sogni. Per difendere i nostri diritti in Guatemala abbiamo subito violenze inumane. Abbiamo trovato oltre tremila fosse comuni. Migliaia sono stati i morti. Oggi vogliamo riesumare quei poveri corpi, ma non perché cerchiamo vendetta. Vogliamo che la terra possa riposare in pace. La Madre Terra sta proteggendo i nostri martiri, ma noi vogliamo liberarla da questa responsabilità e dare ai nostri compagni una sepoltura dignitosa. […] Ogni comunità indigena vive vicino a un bosco. Gli alberi producono nuvole, fiumi, bellezze e ricchezze. La nostra cultura è antichissima, era viva prima dell'arrivo dei colonizzatori. Per noi il centro dell'esistenza è l'equilibrio. Questo oggi vuol dire eliminare il divario tra ricchezza e povertà. Dimenticare la superbia"1.
L'equilibrio: ecco ciò che nella visione liberistica e neocapitalistica della economia globale e della economia dello sviluppo non può neppure venir pensato, poiché esso contrasta con il consumismo sfrenato e senza regole. Il consumismo a ogni costo determina però in modo inarrestabile la devastazione dell'ambiente, la distruzione della biodiversità e di migliaia di forme di vita, l'imposizione della legge della quantità, cioè del capitale finanziario, a detrimento della qualità, cioè del lavoro produttivo e della equa distribuzione delle risorse.
La situazione sta toccando livelli insostenibili. Le degenerazioni del clima sono un dato ormai incontestabile.
Riscaldamento degli oceani, scomparsa dei ghiacciai, desertificazione crescente e così via provocano scompensi sempre più inquietanti e onerosi sul piano economico; lo stesso accade delle economie locali, attraversate da guerre devastanti per il monopolio del petrolio e di altre risorse energetiche. In conseguenza di tutto ciò stiamo assistendo a una diaspora di interi popoli in fuga disperata per le terre e per i mari del pianeta, una fuga che non c'è forza militare o politica che possa arrestare.
L'economia globalizzata ha prodotto conseguenze globali, buone e cattive, ma certo tali da coinvolgere tutte le umanità e le culture della terra.
A questo punto diventa urgente rivedere ed estendere la tradizionale nozione di "bene comune", facendola consapevolmente agire in opposizione al concetto di "merce": ci sono cose che non sono mercificabili.
Ricordo in proposito la nota osservazione che dice: "il mercato ha certamente molti meriti, ma non è in grado di produrre nemmeno una goccia d'acqua". Se i beni comuni sono quelli essenziali della sussistenza, bisogna riconoscere che essi mutano con il mutare delle condizioni di vita storicosociali. La natura di questi beni esige altresì un ripensamento della nozione di comunità.
Ormai, proprio la visione universalistica e globale dell'economia impone che la comunità degli esseri umani non abbia confini: gli interessi di ogni luogo e di movimento ogni aspetto o carattere particolare divengono interesse di tutti. Per esempio è interesse comune che la natura, dalla quale tutti dipendiamo, ricchi e poveri, non venga più considerata come un "fondo di energia" (diceva Heidegger) disponibile a ogni progetto tecnologicospeculativo, in funzione esclusiva dei consumi. La natura non è un deposito potenziale di "materiali" per il ciclo produttivo e per il mercato.
Questa visione "analitica" da ingegneri contrasta, ha sostenuto Jean-Paul Sartre, con la natura sintetica della vita.
Riprendendo in forma nuova un antico detto, si può oggi affermare che "tutto ciò che è umano nelle attività produttive mi riguarda" e che i beni comuni sono un tema che è ormai di fatto coinvolto in qualsivoglia impresa economica, banche e borse incluse. Contro la follia dell'individualismo, questa astrazione intellettualistica, questo mito irrazionalistico e superstizione di comodo sui quali da gran tempo si fondano le pretese neoliberiste, ciò che oggi va affermato con forza è che in ogni punto del pianeta ne va anche della tua e della mia vita; che la vita medesima è il bene comune che dobbiamo salvaguardare in ogni azione produttiva, non importa dove o da parte di chi; e infine che l'istituzione di una politica internazionale capace di farsene carico è oggi il nostro grande, urgente, terribilmente arduo problema da risolvere: il nostro primo bene comune da realizzare e da difendere.


1 Cfr. R. Martufi, L. Vasapollo, Futuro indigeno. La sfida delle Americhe, Jaca Book, Milano 2009, p.20. E cfr. C. Sini, Del viver bene, Jaca Book, Milano 2015.

© La Gazzetta di Santa