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La scienza delle cose che non si sanno
di Giorgio Nebbia

La Gazzetta del Mezzogiorno - 17 giugno 1988

Fra la posta arrivata di recente sul mio tavolo ho trovato un fascicoletto, poco più di un ciclostilato, intitolato "Ignoratica" e presentato come primo numero del copertina 1 notiziario della sezione italiana di una sconosciuta "Società internazionale di ignoratica".
Avrei buttato via questa apparente stramberia se non avessi trovato, nell'editoriale, un riferimento a un vecchio libro, letto molti anni fa e dimenticato, del controverso scrittore Giovanni Papini (1881-1956). Nel "Libro nero" (pubblicato da Vallecchi nel 1951) Papini ha descritto ironicamente alcuni aspetti degli Stati Uniti agli albori della grande ondata post-bellica di progresso tecnico-scientifico.
In uno dei capitoli viene raccontata la storia di un certo dottor Naim che si presenta al ricco filantropo Mister Gog per chiedere un contributo di 300.000 dollari per la istituzione di una cattedra di Ignotica, disciplina che insegna le cose che non sappiamo e che forse non sapremo mai.
"Se l'Ignotica si occupa di ciò che non sappiamo - obiettò Mister Gog - come farete ad insegnare proprio quello che tutti ignorano?". "L'Ignotica - replicò il dottor Naim - ha dinanzi a sé un vastissimo campo: prima di tutto dovrà procedere ad un diligente inventario di quel che non sappiamo. Anche le scienze più progredite sono piene di misteri e di domande senza risposta. L'Ignotica si propone di dividere le cose non conosciute in due grandi classi: quelle che presentano una forte probabilità di essere scoperte in un futuro più o meno lontano, e quelle che probabilmente non saranno conosciute mai perché si riferiscono a questioni assurde o male impostate o perché mancano all'intelligenza umana i mezzi per svelarle. V'è poi un terzo compito per l'Ignotica quello di ricercare, attraverso la storia delle scienze, in quali modi e con quali metodi sono state scoperte quelle verità che nel passato era ignote agli uomini anche di potente genio".
Del dottor Naim sappiamo soltanto che, con queste convincenti osservazioni, ottenne il generoso contributo cercato.

Isadore Jacob Gudak è un matematico nato a Londra da una famiglia polacca il 9 dicembre 1916, che cambiò il proprio nome in Irving John (Jack) Good. Lavorò sulla crittografia insieme a Alan Turing e insegnò all'Università di Manchester prima di emigrare negli Stati Uniti dove insegnò alla Virginia Polytechnic Institute and State University. Morì il 5 aprile 2009.

La stessa idea di un inventario delle cose che non si sanno è stata esposta, nel 1958, da Jack Good, uno studioso inglese di statistica che da anni insegna in una università americana. I risultati degli esperimenti scientifici riusciti, le nuove scoperte, sono pubblicati nelle riviste e vengono così a far parte del patrimonio comune delle conoscenze umane: in questo modo progredisce la ricerca e la scienza. Ma ogni esperimento riuscito è il risultato di un lungo processo di pensieri ed è accompagnato da tanti altri esperimenti falliti: molte idee si intrecciano con altre. Gli articoli che appaiono nelle riviste scientifiche contengono solo una minima parte di questo complicato processo mentale. La maggior parte delle idee viene al più comunicata ai colleghi, o agli studenti nelle lezioni, ma in genere resta allo stato latente perché il ricercatore non ha tempo o voglia di approfondirle.
In genere gli studiosi affidano a un "quaderno" le osservazioni sugli esperimenti falliti o le idee che passano per la testa o che vengono suggerite dalla lettura di libri o articoli, idee che nessuno approfondirà anche se fra di esse c'è, magari, la soluzione di problemi importanti, forse fondamentali.
Dove sono finiti, si chiedeva il professor Good, i "quaderni delle idee" di tanti scienziati, celebri o meno noti? Che cosa potrebbe svelare la loro lettura?
Good diede il nome di "partly-baked ideas" (letteralmente idee mezzo-cotte e mezzo-crude), o PBI, al patrimonio di idee, alcune delle quali forse socchiudono una porta su qualche segreto della natura, ma che in genere sono destinate a restare inutilizzate e a finire dimenticate.
L'ignoratica, o l'ignotica di cui parlava scherzosamente Papini, è un po' la raccolta delle idee allo stato nascente, delle cose sconosciute di cui si intuisce appena l'importanza e che meriterebbero di essere esplorate.
Negli Stati Uniti anni fa sono state pubblicate due antologie di ignoratica - una curata dallo stesso Jack Good - piene di idee, alcune curiose, tutte stimolanti, in qualche caso divertenti. Qualcosa del genere tentò di fare in Italia la rivista "Genius" che uscì per un paio d'anni a Milano, diretta da Salvatore copertina 2 Giannella, e poi scomparve insieme alla sua rubrica di idee mezzocotte e mezzo-crude.
La scienza delle cose che non si sanno, che sono allo stato di idee gregge e che meriterebbero di essere conosciute e approfondite, l'ignoratica, appunto, si estende in tutti i campi, dalla matematica, alle scienze naturali a quelle umane. A molte scoperte scientifiche fondamentali si è arrivati partendo da idee suggerite osservando il mondo circostante, chiedendosi il "perché" di fatti anche apparentemente banali.
L'osservazione delle bolle di sapone ha portato alla teoria generale dei fenomeni che si verificano quando un liquido viene a contatto con un gas. L'osservazione che l'umidità atmosferica si condensa come acqua liquida, priva di sali, sulla superficie fredda del vetro di una finestra ha portato alla costruzione di distillatori che permettono di ottenere acqua dolce dal mare col calore del Sole.
Come giustamente notava il dott. Naim, molte scoperte sono state fatte cercando di dimostrare fatti considerati "impossibili" dalla cultura del tempo.
Ecco due esempi di idee grezze, o PBI, contenute nel primo numero del notiziario "Ignoratica". L'estrazione di acqua dolce dal mare o dalle acque salmastre è molto importante per risolvere il problema della sete nelle zone aride. In molti vegetali e animali che vivono nel mare o in zone salmastre la concentrazione dei sali all'interno delle cellule è inferiore a quella dell'acqua in cui le cellule stesse sono immerse. Con quale meccanismo biologico le cellule filtrano l'acqua e respingono i sali? E' possibile applicare tale meccanismo ad un processo industriale? L'altra PBI parte dall'osservazione che l'umidità si condensa sugli aghi di pino; è possibile eliminare o almeno ridurre la nebbia con piantagioni di conifere nelle zone nebbiose?
Già che ci siamo aggiungo di mio altri due contributi alla scienza dell'Ignoratica. Molti baresi e pugliesi conoscono il "pulo" di Molfetta, una specie di cratere che si considera dovuto ad un crollo di qualche formazione geologica sotterranea. Ricordo che un professore ha sostenuto per tutta la vita che si trattava di un cratere provocato dalla caduta di un meteorite e che la teoria potrebbe essere confermata o smentita cercando sul fondo tracce di metalli di sicura origine meteoritica. Sarà vero? Per quanto se ne sa proprio no.
Come i lettori sanno, l'esplorazione degli spazi stellari richiede specchi di grandi dimensioni; quanto più grande è lo specchio, tanto più lontano si può spingere lo sguardo, ma gli specchi molto grandi richiedono una grande e pesante massa di vetro da cui è difficile ottenere una superficie perfettamente parabolica. Settant'anni fa un professore di astronomia dell'Università di Bologna - si chiamava Guido Horn D'Arturo (1879-1967), un eccezionale studioso, ebreo, di origine triestina (il nome D'Arturo era quello da combattente nell'esercito italiano contro l'Austria) - propose di costruire un grandissimo telescopio mettendo uno accanto all'altro tanti specchi relativamente piccoli in un grande tassello, in modo che ciascuno specchio concentrasse l'immagine della stessa stella nello stesso punto.
Molti non l'hanno preso sul serio, ma proprio adesso è stata annunciata la costruzione di uno specchio a tasselli per un grande telescopio americano, probabilmente ignorando che qualcuno aveva avuto la stessa idea molto prima. Si è così perso mezzo secolo di progressi astronomici per la mancata circolazione di una idea rimasta allo stato di idea.
Trovo spesso dei giovani studiosi alla ricerca disperata di idee da approfondire per le loro pubblicazioni e trovo spesso ricercatori che studiano con grande dispendio di fatica e tempo degli argomenti banali e insignificanti. Eppure la natura è piena di misteri; un inventario di quelli che si intravvedono appena con le conoscenze attuali, che aspettano di essere svelati, offrirebbe suggerimenti per esperimenti sensati, aiuterebbe il progresso scientifico.

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