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Informati, ma non troppo
di Raoul Cuminetti

il Carabiniere – marzo 2004

Un bombardamento di notizie ci giunge ininterrotto dagli apparati multimediali. Il rischio, dicono gli scienziati, è che si perda la capacità di distinguere le informazioni importanti da quelle superflue. E suggeriscono come correre ai ripari.

E-mail, Internet, siti web, SMS, messaggi multimediali… E' sempre più lunga la lista dei modi di comunicare elettronicamente nel XXI secolo. Le distanze vignetta spaziali e temporali si annullano, la libera circolazione del sapere offre a tutti nuove opportunità e nuove sfide (almeno in quella parte di mondo più "sviluppata"). La scienza e la tecnologia continuano a fornire risposte a quell'innato, intimo desiderio dell'uomo di comunicare e di reperire informazioni.
Ma un'abitudine diffusa ad un uso cieco ed indiscriminato di questi nuovi media tecnologici ci sta incoraggiando ad assumere comportamenti e ritmi di vita che facciamo fatica a percepire come "naturali". Il risultato? Sempre più persone si sentono stanche, stressate, frustrate da un'esistenza della quale hanno ormai perso il controllo, da uno stile di vita "accelerato", ossessionato dal lavoro, e che pertanto ignora weekend, vacanze, pause e vita privata. Uno stile di vita in cui si è sempre "in": sempre col telefono cellulare acceso, con gli occhi sulla posta elettronica, con il lavoro che ti insegue. Altrimenti, sei un fallito.
Senza rendersene conto, molti di noi stanno scivolando verso quella che esperti e studiosi in materia di comunicazione hanno definito information overload, ovvero "sovraccarico di informazioni". Il numero di dati e stimoli a cui sottoponiamo quotidianamente i nostri organi di senso è ormai talmente elevato che gli individui cominciano ad avere serie difficoltà a distinguere, nel mare magnum informativo, ciò che è rilevante da ciò che è superfluo, o del tutto inutile.
Insomma, più o meno consapevolmente, ci ritroviamo immersi in troppo "rumore"! Quello del "rumore" è un concetto fondamentale nello studio di tutti i processi di comunicazione. Già nei lontani anni Quaranta, i due matematici Shannon e Weaver, che per primi hanno elaborato un modello teorico dei processi comunicativi (tra macchine), introdussero il problema della competizione tra segnale e rumore.
Nello scambio di informazioni tra due entità (siano esse uomini, macchine, o entrambi), affinché i segnali di comunicazione tra mittente e destinatario siano correttamente decodificati ed interpretati come informazione, è necessario che il cosiddetto "segnale utile" sia sufficientemente più grande di tutti i segnali di disturbo presenti nell'ambiente circostante. Maggiore è il rapporto tra la potenza del segnale utile e quella del "rumore", maggiore sarà la qualità e l'intelligibilità della comunicazione. Per capire meglio basti pensare alle difficoltà che si incontrano quando si prova a parlare in un ambiente molto rumoroso (come una discoteca, ad esempio), rispetto alla facilità di comunicazione che si ha in situazioni più tranquille e silenziose.
Oggi il rumore contro cui combattiamo non è più solo il disturbo sul segnale della linea telefonica, o il caos di determinati ambienti metropolitani. Abbiamo a che fare con un nuovo nemico, ribattezzato da alcuni "rumore semantico", che satura i nostri processi cognitivi e la nostra attenzione, e rende sempre più faticoso individuare ed estrarre contenuti utili dalla "marmellata" informativa che ci circonda.
Questo rumore lo sperimentiamo ogni giorno: è lo spam che intasa la posta elettronica; sono i mille siti inutili che dobbiamo sfrondare dalle risposte di un motore di ricerca; gli interventi superflui nei forum di discussione su Internet; le decine di pagine che dobbiamo girare a vuoto prima di trovare quello che ci interessa realmente; è la pubblicità che ci aggredisce in ogni momento su ogni canale; è la grafica invasiva che confonde o nasconde i contenuti su una pagina web o su una rivista cartacea. Un fenomeno allarmante, che sta pian piano contaminando tutti i mezzi di comunicazione che conosciamo, senza esclusione alcuna.
Prendiamo la posta elettronica, ad esempio: fino a pochi anni fa, gli impiegati scrivevano e ricevevano mediamente 4-5 e-mail al giorno. Oggi è stato stimato che durante una giornata lavorativa media, un impiegato scrive 20 e-mail e ne legge almeno 30, di cui più della metà sono in parte o del tutto irrilevanti! Se poi consideriamo anche il già citato fenomeno spam - ovvero la diffusione incontrollata di messaggi pubblicitari non richiesti e di offerte commerciali non volute - allora ci rendiamo conto di come l'utilità stessa di un mezzo di indubbia efficacia, come l'e-mail appunto, finisca per essere messa pesantemente in discussione.

redazione La redazione di un giornale di qualche tempo fa. Sembrano passati anni luce, invece è trascorso solo mezzo secolo.

Il problema è serio ed allarmante: l'informazione, nell'era di Internet, è ormai "inquinata", e il materiale veramente interessante è sempre più sommerso da "infospazzatura". Come ha recentemente dichiarato in un'intervista rilasciata all'Espresso Jacob Nielsen, uno dei maggiori esperti mondiali di "usabilità" dei siti web (una disciplina che si pone l'obiettivo di presentare i contenuti sul web in una maniera più immediata e facilmente fruibile): «Una massa di informazioni inutili, una marea di scritte e di avvisi ridicoli ci investono, rendendoci difficile trovare quelle di cui abbiamo bisogno. Negli USA è peggio che in Europa, ma tempo cinque anni e ci arriverete anche voi. Per esempio, nello Sheraton Hotel vicino all'Aeroporto Kennedy, in alto, sopra un monitor, c'è un'insegna digitale. Per leggere tutta la scritta c'è da aspettare un po', poiché è divisa in blocchi di parole che si alternano in ciclo. Essa dice: "Per tua informazione e comodità, il monitor qui sotto indicherà gli orari dei voli di tutte le linee all'Aeroporto JFK". Sarebbe bastato scrivere "Orari dei voli JFK"! Il problema è che vedo cose del genere tutti i giorni, in modi e contesti diversi. E' un furto di tempo. Il bene più prezioso, soprattutto in questa società: non si torna indietro. Non solo: è uno spreco di risorse tecnologiche e anche un danno alla comunicazione. L'utente, annoiato da tante informazioni inutili, smette di leggere e passa oltre».

Sette regole d'oro
In questo box presentiamo sette regole d'oro che secondo il già citato Gerry McGovern tutti i lavoratori che si trovano a dover fronteggiare e gestire quotidianamente una rilevante quantità di dati e di stimoli informativi dovrebbero tenere sempre ben in mente per non andare in overload ("sovraccarico").
Alcune di esse possono sembrare banali e scontate, ma, dopo un attento esame di coscienza, la maggior parte di noi si accorgerà di avere qualche "pecca":
  1. "Imparate a pensare meglio": prendere più decisioni non significa, necessariamente, prendere decisioni migliori. Probabilmente, vi ritrovereste a fare scelte più sensate limitandovi a prendere solo cinque decisioni al giorno.
  2. "Imparate a pianificare meglio": non limitatevi a reagire istintivamente a informazioni e dati a breve termine. Così si perde la prospettiva.
    Assicuratevi di pensare anche a medio e lungo termine.
  3. "Imparate a ricercare meglio": siate minuziosi ed accurati in quello che fate. Secondo un recente sondaggio, solo una persona su venti si spinge a controllare la seconda pagina dei risultati di un motore di ricerca. E non sapete quante informazioni si perdono nelle pagine successive!
  4. "Imparate ad organizzarvi meglio": date libero sfogo all'architetto che è in voi!
  5. "Imparate a creare contenuti migliori": pensate bene a tutto ciò che state in qualche modo pubblicando o scrivendo. C'è realmente qualcuno interessato a leggerlo? Non è vero che su Internet ognuno è editore di se stesso, così come non è vero che ogni e-mail di lavoro che scrivete sia assolutamente necessaria. In alcune organizzazioni, il tempo che i dipendenti sprecano sulle intranet (le reti locali delle aziende, dei ministeri, delle pubbliche amministrazioni, e così via) è talmente elevato che sembra quasi che esse siano state messe su da qualche competitor!
  6. "Imparate a collaborare meglio": lavorate verso un obiettivo comune. Lo scrittore Frances Cairncross, nel suo libro L'azienda del Futuro, sostiene: «La più diffusa rivoluzione nei posti di lavoro vedrà l'ascesa della collaboratività e il declino delle gerarchia».
  7. "Imparate a intessere migliori relazioni sociali": le persone sono la Rete migliore che esista.

Il problema, in sostanza, è il seguente: da un lato le nostre capacità cognitive, il nostro cervello, gli organi di senso tramite i quali recepiamo gli stimoli esterni sono sempre gli stessi, o perlomeno evolvono e si affinano con tempi "biologici". Dall'altro lato, invece, reti di comunicazione fisse e mobili, dinamiche, interconnesse, dotate di nuove interfacce elettroniche, moltiplicano le fonti di informazione ad un ritmo che il nostro sistema biologico non è più in grado di seguire e di controllare.
Il progresso tecnologico ha aumentato il numero di media, per cui diventa più facile e meno costoso inondare l'ambiente con i propri messaggi. I nuovi canali digitali sono in grado di veicolare contenuti di varia natura, formattati con tanti codici diversi e fruibili con modelli di interazione differenti. Internet è l'esempio più evidente: nella stessa finestra del browser (il programma che utilizziamo per "navigare" in Rete e che funge da interfaccia tra quest'ultima e l'utente) possiamo indifferentemente leggere un documento testuale, giocare a un videogioco, ascoltare musica, vedere un filmato, partecipare a una conversazione in una chat room e così via. E la stessa informazione ci può essere fornita indifferentemente in uno dei tanti diversi formati.
A seconda dell'utente, dei suoi modelli cognitivi, e dello strumento che usa per interagire, lo stesso segnale può rivelarsi in certi casi come informazione, in altri come rumore, e viceversa (un po' come accade, banalmente, nel mondo della musica o dell'arte). Il problema, quindi, non è solo di "contenuto", ma anche di linguaggio e delle modalità con cui viene "formattato" e veicolato un certo messaggio.

ape La pagina web di Gerry McGovern, guru del content management (gestione dei contenuti). Risulta sempre più complicato districarsi dalla marea d'informazioni - in prevalenza con scopi commerciali - che arrivano attraverso la Rete.

La questione, allora, si sposta su un problema di "filtraggio", di "selettività". Durante il suo processo di civilizzazione, l'uomo si è finora basato sul concetto che "di più è meglio", nella convinzione che, se si creano più cose, si crea al contempo più valore. Ma, come spiega l'irlandese Gerry McGovern, uno dei guru del content management ("gestione dei contenuti"), autore di numerose pubblicazioni a riguardo e public speaker in diverse conferenze, «ci stiamo dirigendo verso un'economia e una società "digitale", le cui regole sono diverse da quelle che governano un'economia "fisica". Un concetto importante è che, essenzialmente, non c'è scarsità, o c'è assai poca scarsità, di risorse in un'economia digitale, che muove costantemente verso processi più veloci e meno costosi, e dispositivi di memorizzazione che possono immagazzinare una sempre maggior quantità di contenuti e dati».
Una conseguenza di questo atavico istinto a fare di più, quindi, ci ha condotto a quella che David Shenk, autore newyorkese che ha scritto diversi articoli e libri sul tema, ha definito information obesity ("obesità dell'informazione"). «Una volta vivevamo in un mondo dove il cibo era una risorsa scarsa», scrive Shenk, «e gli individui cercavano di procurarsi le calorie necessarie per consentire loro di continuare a vivere. Oggi, il mondo industrializzato, ha il problema opposto. Nel mondo dell'informazione sta accadendo la stessa cosa. Noi, come esseri umani, abbiamo bisogno di informazioni, di contatti, di stimoli, ma siamo arrivati al punto in cui la sfida non è tanto procurarsi queste interazioni, ma discriminare a che tipo di stimoli vogliamo essere sottoposti. Ognuno può mettere le mani su un enorme magazzino di dati e stimoli in pochi minuti. Il difficile è selezionare l'informazione più attinente, più significativa, più contestuale, in modo da poterla poi trasformare in conoscenza e buon senso».

ape Una strada di Hong Kong: letteralmente bombardata dalle insegne pubblicitarie.

In poche parole, oggi la domanda che dobbiamo porci non è tanto «Di quale informazione ho bisogno?», quanto, piuttosto, «Di quale informazione non ho bisogno?». Abbiamo, per usare le parole di sir Arthur C. Clark, uno dei più grandi scrittori di fantascienza del nostro tempo e autore del best-seller 2001 Odissea nello Spazio, «la responsabilità del discernimento» (capacità di distinguere, di separare).
L'information overload è soprattutto un problema di saturazione: troppe sono le opzioni, le fonti da consultare, le scelte possibili. Davanti a tanta varietà la cosa più difficile è individuare dei criteri, dei filtri adeguati per selezionare quello che serve, senza farsi distrarre. Ma questi criteri non sono sempre gli stessi, e cambiano a seconda delle occasioni. Al di là di filtri "tecnici" da mettere in campo a monte, per limitare le fonti di disturbo (ad esempio abbonarsi ad un servizio di posta anti-spam, o bloccare le fastidiose finestre che si aprono da sole mentre navighiamo in Rete), il filtro più importante sta nella nostra testa. Un meccanismo di selezione che deve essere, per forza di cose, dinamico, flessibile, capace di adattarsi alle diverse modalità di presentazione dei messaggi che incontrerà di volta in volta.
Come si legge su un articolo apparso su MyMarketing.net, un portale sul marketing nell'era digitale, avente a tema "Giornalismo e Cittadini in Rete": «Michael Schudson, uno degli studiosi più autorevoli dei fenomeni legati alla comunicazione di massa, ha sostenuto negli ultimi anni un'idea dissacrante di come il cittadino deve considerare se stesso, nel mondo dell'information overload. Occorre superare, Schudson dice, l'ideale astratto del "cittadino informato", cioè del cittadino che deve essere informato su tutto per poter partecipare con razionalità alla vita pubblica. Il cittadino può limitarsi, in questo nostro mondo pieno zeppo di informazioni, ad essere "monitorante" (monitorial citizen). Deve, cioè, fare scanning dell'ambiente che lo circonda (scanning è una parola inglese che significa "esplorazione", "scansione"), in modalità a basso consumo cognitivo, ed essere pronto a diventare attivo solo quando il suo intervento sia rilevante».
Riuscire, quindi, ad esplorare efficacemente e rapidamente la mole di stimoli e interazioni a cui saremo sottoposti, mantenendo comunque la possibilità di approfondimento, sarà un'abilità e una competenza che riguarderà un po' tutti, specie quelle persone per le quali le informazioni avranno valore strategico, professionale e non.

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