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L'aria era buona, la vita no
di Eugenio Scalfari

l'Espresso – 31 gennaio 2002

Debbo fare una dichiarazione preliminare: sono in tutto d'accordo con quanto scrive Guido Ceronetti1 da molti anni contro la manomissione Scalfari della natura, i danni provocati dal fumo attivo e passivo, l'inquinamento dell'atmosfera, la manipolazione dei cibi e delle bevande, la tecnologia ormai trasformatasi da serva in padrona dell'umanità. Come non consentire con queste affermazioni, con queste denunce così appassionate e formulate per di più con uno stile di scrittura che incanta e che non è una delle ultime ragioni del mio accordo con le sue tesi? Però…
Sì, debbo ammetterlo, c'è un però e mi proverò a spiegarne le motivazioni.
Per capire bene ciò di cui stiamo parlando bisogna riandare al mondo contadino del tempo in cui era ancora incorrotto dalle nequizie inquinanti che si sono poi diffuse con una geometrica progressione fino a cancellare di fatto (almeno nei paesi dell'Occidente evoluto) quel mondo e quel tipo di civiltà.
Ho conosciuto abbastanza bene quella realtà, quei tipi umani, la loro economia, i loro riti, la loro medicina, le loro credenze, sicché ne parlo con cognizione di causa almeno per quanto riguarda il Mezzogiorno profondo dei piccoli paesi, dei villaggi appollaiati in cima alle colline o appiattiti nei fondo-valle percorsi da torrenti schiumosi, in mezzo alle vigne, agli uliveti, ai giardini di aranci, bergamotti, limoni, tra greggi di pecore transumanti e di capre perennemente irrequiete.
Vedete? A descriverlo così sembra un paradiso perduto, un giardino dell'Eden verso il quale appuntare la nostra nostalgia. La realtà però era alquanto diversa.
Tanto per cominciare, quegli uomini e quelle donne avevano corta vita, ben al di sotto della media. Nonostante l'aria buona e i cibi secondo natura. Invecchiavano presto, si rattrappivano, si incartapecorivano, le ossa diventavano fragili e artritiche, le viscere soggette a ulcerazioni, le carni a tumefazioni misteriose. Lavori pesanti, pesante fatica, alimentazione monotona, vitamine scarse, calura d'estate, umidità e freddo d'inverno. E povertà, ai limiti della sussistenza. Promiscuità. Consanguineità sempre più rinforzata all'interno di paesi e villaggi chiusi agli scambi d'ogni genere.
La letteratura, oltre che l'esperienza diretta, ha più volte raccontato quanto l'Eden contadino fosse in realtà un inferno e non parlo del centro Africa, dell'Amazzonia o dell'Asia centrale, zone che non conosco che per qualche lettura: parlo del "deep south" italiano, delle colline piemontesi e lombarde, del lungo Po da Cremona alle valli del Delta, dei dirupi liguri. Ma potrei egualmente citare l'inferno contadino raccontato da Faulckner dove ce n'era abbastanza di degrado paesaggio materiale prima ancora che psicologico, anche senza macchine, smog, inquinamenti e cibi contro natura.
Voglio dire che la natura incorrotta non cessa di essere, in molti casi e per molti aspetti, aspramente matrigna; il che può andar bene per le specie animali che della natura fanno parte a tutti gli effetti, ma non per l'uomo che, essendo nato "faber" prima ancora di diventare "sapiens", ha avvertito fin dall'inizio della sua evoluzione il bisogno e dunque la necessità di modificarla a proprio vantaggio.
Da un certo momento in poi - e qui Ceronetti ha ragione al cento per cento - l'uomo non è stato più il padrone dei suoi strumenti ma il servo della tecnologia che aveva creato. E quegli strumenti hanno finito per divorare sia la natura sia l'uomo che avevano asservito alla loro cieca forza auto-riproduttiva.
Ecco il dramma nel quale viviamo a questo punto della nostra evoluzione-involuzione. Regredire nell'Eden incorrotto è impossibile, sarebbe una discesa agli inferi anziché al paradiso. Abbandonarsi alla dittatura tecnologica sarebbe accelerare consapevolmente la fine del pianeta su cui viviamo e di noi stessi in quanto individui.
La soluzione - semplice a dirsi, assai più difficile da realizzare - è quella di perseguire obiettivi mirati che riconducano macchine, fumi e nuove pestilenze sotto il controllo dell'uomo, utilizzando gli strumenti non contro ma in favore del pianeta, non contro ma in favore della nostra vita, che non sia quella di cavallette sterminatrici ma di api operose.


1 Scrittore, poeta, drammaturgo e marionettista nato a Torino nel 1927, intransigente e colto moralista, ha scritto numerosi elzeviri di denuncia di un progressivo imbarbarimento.

© La Gazzetta di Santa