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Le grandi epidemie nella storia e nella letteratura

Treccani - 26 febbraio 2020

Le grandi epidemie hanno accompagnato importanti passaggi storici, favorito la decadenza di alcune civiltà, imposto trasformazioni al lavoro e all'economia. In un vignetta momento di forte preoccupazione nella comunità nazionale per il diffondersi del Covid-19, può essere interessante riattraversare altri momenti, forse più drammatici dell'attuale, in cui le parole epidemia, contagio, quarantena risuonavano minacciose, trasformando il modo con cui gli uomini consideravano la loro vita.
Gli avvenimenti più tragici riguardano la peste nera che ha devastato l'Europa dal 1347 al 1352, sterminando 1/4 e forse più della popolazione, e l'epidemia di influenza spagnola che dal 1918 al 1920 contagiò 200 milioni di persone in tutto il mondo, portandone alla morte, secondo stime necessariamente approssimative, più di 10 milioni; secondo alcuni ricercatori le vittime furono 50 milioni o un numero ancora maggiore.
Storici e scrittori ci hanno riportato i tormenti fisici e morali causati da numerose epidemie nel corso dei secoli. Le loro parole aiutano a capire gli effetti della malattia sulla società e anche a comprendere alcuni lati nascosti dell'animo umano, che le difficoltà mettono in luce.
Tucidide nel Libro II di La guerra del Peloponneso descrive gli effetti devastanti sulla salute e sulla vita morale dei cittadini della peste nera che colpì Atene nel 430 a.C.: «I santuari in cui si erano accampati erano pieni di cadaveri, la gente moriva sul posto, poiché nell'infuriare dell'epidemia gli uomini, non sapendo che ne sarebbe stato di loro, divennero indifferenti alle leggi sacre come pure a quelle profane. […] ci si credeva in diritto di abbandonarsi a rapidi piaceri, volti alla soddisfazione dei sensi, ritenendo un bene effimero sia il proprio corpo sia il proprio denaro». La descrizione di Tucidide fu poi ripresa da Lucrezio, nel De rerum natura, dove vengono in modo analogo sottolineate sia la sofferenza dei malati sia la decadenza dei costumi causata dalla peste sui cittadini ateniesi.
La guerra ha favorito il diffondersi delle epidemie; una connessione che è stata evidenziata dagli storici e dagli scrittori. Giovanni Boccaccio introduce il suo Decameron con la descrizione della peste, che sconvolge i legami familiari e porta le persone a trascurare la cura dei malati e il rispetto per i corpi dei defunti: «era con sì fatto spavento questa tribulazione entrata ne' petti degli uomini e delle donne, che l'un fratello l'altro abbandonava e il zio il nipote e la sorella il fratello e spesse volte la donna il suo marito; e (che maggior cosa è e quasi non credibile), li padri e le madri i figliuoli, quasi loro non fossero, di visitare e di servire schifavano».
Fu proprio nel Medioevo che si sviluppò, come forma di prevenzione al diffondersi delle epidemie, la pratica della quarantena, che fu regolamentata a Venezia con l'istituzione di una polizia sanitaria marittima. La prassi di destinare alcune aree alla sosta forzosa dei viaggiatori che provenivano da aree considerate a rischio di contagio fu diffusa in diverse città, sull'imitazione di Venezia, nel corso del XV secolo. Il tempo di quaranta giorni di isolamento, da cui deriva il nome di quarantena, ha probabilmente un'origine più legata agli uguali periodi di purificazione religiosa che a considerazione sperimentalmente sanitaria.
Preservare i sani dal contagio dei malati è pratica necessaria ma che ha assunto nelle diverse epoche a volte connotati di disumanità e di spietatezza. La più celebre delle descrizioni letterarie della peste e dei suoi effetti sulle relazioni umane è forse quella proposta da I promessi sposi di Alessandro Manzoni, che indaga con pacata amarezza i comportamenti delle persone messi in uno stato di forte tensione dagli avvenimenti: l'incapacità delle autorità di prendere provvedimenti efficaci, i comportamenti emotivi e irrazionali delle masse, dominate dalla paura del contagio, la ricerca di un capro espiatorio e la caccia alla fantasmatica figura degli untori.
Nel Novecento, La peste di Albert Camus e Cecità di José Saramago hanno sondato in maniera indimenticabile la fragilità dell'animo umano e il suo confrontarsi con l'altro e con il mondo, attraverso la metafora del contagio.
Il Novecento è stato anche il secolo della più terribile epidemia della storia, chiamata influenza spagnola del tutto impropriamente. In effetti, gli storici sono nella maggioranza concordi nel ritenere che l'influenza si sviluppò all'inizio negli Stati Uniti contagiando anche i soldati in partenza per l'Europa. La Spagna, che non partecipava alla guerra, fu la prima a dare la notizia dell'epidemia, in assenza della censura in vigore nei Paesi belligeranti; fu quindi attribuito un nome del tutto improprio all'epidemia che devastò in due ondate l'Europa e il mondo. Secondo alcuni storici, le autorità dei Paesi coinvolti nella guerra approfittarono dell'equivoco affinché l'opinione pubblica non attribuisse al conflitto mondiale che aveva già causato tanti lutti anche la responsabilità dell'epidemia; un'attribuzione che sia pure in forma indiretta sarebbe stato corretto fare, tenendo conto, al di là del ruolo dei soldati nel diffondersi dell'influenza spagnola, che le popolazioni indebolite dalle privazioni provocate dalla guerra furono più facilmente vittima del contagio.
Le epidemie e le paure che suscitano sono una prova difficile, che naturalmente sarebbe meglio evitare, ma rappresentano anche un'occasione per conoscere un po' più a fondo, dentro questa forte tensione, la fragilità dell'animo umano e le fondamenta, anche esse forse meno solide di quanto ci aspettiamo, delle nostre società.

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