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Parole oltre la pandemia
di Giuliano Amato

Treccani - 27 maggio 2020

L'esperienza che stiamo vivendo e il futuro che vivremo dopo di essa si annodano attorno ad alcune parole. Sono parole non nuove, che tuttavia in taluni casi hanno bambino assunto significati ai quali la stragrande maggioranza di noi mai in precedenza avrebbe pensato; in altri hanno fotografato realtà e scenari che prima non conoscevamo.
Prendiamo la prima e più basilare in tempi di Coronavirus, la parola "contagio". Certo, il significato era ed è rimasto la trasmissione di una malattia infettiva da una persona malata a una sana. Ma era un altro il contagio che le nostre generazioni conoscevano, quello del morbillo fra bambini, o al massimo del raffreddore e dell'influenza fra adulti, fenomeni non gravi e comunque collocati sempre in segmenti limitati di una società, la cui vita prosegue in modi normali.
Certo sapevamo che c'era stata la spagnola, ma cento anni fa, così come c'era stata la peste secoli prima; e sapevamo di Ebola, ma lontano da noi nella meno fortunata e sanitariamente meno sicura Africa centrale.
Ed ecco che ora contagio prende ad esprimere un rischio, addirittura letale, che ogni altro rappresenta per ciascuno di noi. E' questo il significato che avevamo perso e che ha sconvolto non solo le nostre vite esteriori, ma anche i nostri sentimenti e i nostri atteggiamenti verso il prossimo, rendendo ciascuno il potenziale nemico di ogni altro.
Senza questo (ritrovato) significato della parola "contagio" non spiegheremmo la facilità con la quale ci siamo impadroniti di un altro significato rinnovato, quello della parola "tracciamento": una parola prima poco usata nel linguaggio corrente, perché serviva ad indicare la ricostruzione di un percorso attraverso le tracce o, per i progettisti, la topografia di un'opera progettata. Ebbene, ora per tutti noi tracciamento, nel primo dei due significati testé ricordati, riguarda non tanto l'inseguimento di un pellirossa o di una preda selvatica, ma la rilevazione, lungo il nostro percorso stradale, di altri come noi, ma infetti e fonte perciò di possibile contagio. E il punto è proprio questo, che il rischio è ovunque, chiunque può esserne portatore. E chiunque, se lo è, deve divenire "tracciabile".
E' questo che è sconvolgente. Certo, le nostre conoscenze - quel serbatoio immenso che siamo venuti allargando da quando siamo al mondo - ci hanno subito fornito il mezzo per provvedere a questo nuovo e peculiare tracciamento. Ma riflettiamo un attimo proprio sulla "conoscenza". Da oltre un secolo, ormai, era divenuta la nostra assicurazione nei confronti del mondo esterno, la garanzia che di quel mondo, proprio attraverso ciò che ne avevamo imparato, noi avevamo il controllo quasi totale.
Attenzione, i veri scienziati non ci hanno mai detto una cosa simile, il loro primo comandamento è essere consapevoli di ciò che non sanno. Così come i medici sanno di poterci curare, non di poterci sempre guarire. E tuttavia, grazie ai progressi enormi che comunque abbiamo fatto, grazie ai servizi e ai prodotti che ne sono usciti, ci siamo convinti che ce n'è uno per ogni possibile evenienza. Addirittura, siamo quasi sul punto di capire per tempo quando sta per arrivare un terremoto. E del resto, se lo vogliamo, siamo in grado di difendere le nostre case e i nostri ponti anche dai terremoti, con appropriati moduli costruttivi.
Ebbene è arrivato il Coronavirus e ha sconvolto tutte queste nostre certezze, giuste o sbagliate che fossero. E' un pericolo, una fonte di insicurezza davanti alla quale ci muoviamo a tentoni e non a caso siamo passati alla difesa che – leggiamo - si usava nel Medioevo: tenere le distanze dagli altri. Quello che ci è venuto a mancare è proprio il supporto della conoscenza. Davanti all'ignoto, al rischio che non siamo in grado di eliminare pigiando un bottone, le nostre reazioni possono diventare le più irrazionali: innocue – il corno rosso sempre a portata di mano - gravemente dannose – la repulsa immotivata dei propri simili, che li priva di ciò a cui hanno diritto purché stiano lontani da noi.
E questo ci porta a prendere atto delle nuove realtà che le vecchie parole oggi fotografano. Il caso più significativo è quello della parola "diseguaglianza". In passato l'abbiamo di già declinata in mille modi e ne abbiamo misurato il significato davanti alle situazioni più diverse – prima la discriminazione religiosa, poi la discriminazione razziale, dopo ancora quella di genere e da ultimo quella in base all'orientamento sessuale, nel corso di decenni durante i quali sempre più si prendeva coscienza del peso della diseguaglianza nelle condizioni economiche e sociali.
Tuttavia, mai ci eravamo trovati davanti alla diseguaglianza che subordina gli anziani ai più giovani ai fini di trattamenti sanitari scarsi (la terapia intensiva), che possono essere questione di vita o di morte; oppure alla diseguaglianza fra gli stessi anziani, a seconda che siano nelle loro case o che siano stati mandati dalle famiglie in case di riposo, dove il rischio di contagio, ed anche di morte, si è rivelato di gran lunga superiore. Nuove dimensioni la disuguaglianza da Coronavirus ha inoltre fornito alla stessa diversità di condizioni economiche e sociali: ha acquistato un peso che non aveva mai avuto in precedenza il digital divide, separando per primi i bambini che hanno potuto usufruire della scuola a distanza da quelli che in casa non avevano i mezzi per farlo; ha messo brutalmente in luce la differenza fra la clausura in villa e la clausura in appartamenti di pochi metri quadri, che si è tradotta in una differenza di equilibrio psicologico e di livelli di ansietà, mai sperimentata prima d'ora; ancora più brutalmente ha distanziato chi ha continuato ad avere uno stipendio e chi si è trovato senza un reddito e quindi in fila alla Caritas o altrove per ricevere un piatto di minestra (questa, purtroppo, non era un'esperienza nuova).
Ed eccoci allora alle prese con le parole che hanno più peso – e dovremmo essercene accorti in queste settimane - nella gestione del presente e, non di meno, giraffe nella impostazione del futuro: persona, solidarietà, responsabilità. In queste settimane tante cose ci hanno ricordato che in ciascuno di noi c'è una persona che, nella sua irriducibile dignità, è eguale ad ogni altra e che, proprio per questo, mai può essere sacrificata alle ragioni della comunità di cui fa parte. La già constatata inammissibilità dell'abbandono dell'anziano, proprio in quanto anziano, davanti alla scarsità delle risorse salvavita nasce proprio da qui: la nostra cultura respinge qualunque criterio categoriale che legittimi il sacrificio di alcuni di noi nell'interesse comune. Ricordiamocelo. Non è così per altre culture, né lo è per i regimi autoritari a cui taluni hanno preso a guardare con simpatia davanti alle inefficienze, che certo ci sono, delle nostre democrazie.
Il fatto è che la nostra cultura, che è in questo la cultura di ogni democrazia liberale, confida in primo luogo non sui divieti e sulle sanzioni, ma sulla nostra solidarietà reciproca e quindi sulla nostra responsabilità. Ce ne siamo accorti nelle trascorse settimane: davanti ai beni che erano in gioco, la salute, la stessa vita, siamo stati nell'insieme responsabili, manifestando, nell'esserlo, la nostra stessa solidarietà verso gli altri. E abbiamo ammirato con sincerità quelli di noi che, da medici, da infermieri, da addetti alle pulizie negli ospedali, hanno messo a rischio la propria vita per salvare quella di altri. Eccome se ci sono state, da parte loro, solidarietà e responsabilità.
La sciagura del Coronavirus è piombata su di noi in una stagione nella quale da tempo cresceva l'insoddisfazione per il dominio degli egoismi e quindi degli interessi individuali in società attraversate da fratture economiche e sociali sempre più profonde. Non a caso avevano preso a moltiplicarsi le voci a favore di una economia "generativa", tale cioè da mettere ogni azione ed ogni progetto economico al servizio non solo del suo autore, ma anche degli altri, in vista di un benessere "multidimensionale", che è poi il benessere in chiave di interessi (anche) collettivi.
Ebbene, applicate non all'economia, ma alla vita nei suoi aspetti più essenziali, le nostre scelte e le nostre azioni di queste settimane sono state "generative", perché hanno concorso al bene nostro e degli altri; alcune, addirittura, sono state ispirate esclusivamente al bene degli altri. Il legato che questa esperienza ci lascia è, se sapremo mantenerla, questa triade: persona, solidarietà, responsabilità, anche per il futuro. E mantenerla vuol dire averla dentro, come guida dei nostri comportamenti, a prescindere dai divieti e dalle sanzioni, a prescindere anche dalle circostanze che hanno fatto scaturire buona parte degli stessi comportamenti solidali – come oggettivamente è stato il rispetto della clausura - dall'egoismo, addirittura dall'istinto di sopravvivenza.
Sperabilmente queste circostanze verranno meno, ma non verranno meno le ragioni della responsabilità e della solidarietà. Al contrario, nel mondo che ci attende – un mondo nel quale risorse essenziali (a partire dall'acqua) potranno essere scarse ed eventi estremi, in questa o quella parte del globo, potranno moltiplicarsi con conseguenze umane disastrose (ma circoscritte) – quelle ragioni saranno ancora più forti e l'egoismo non ci suggerirà comportamenti produttivi anche di effetti solidali; ci suggerirà di badare soltanto a noi stessi. Dovremo custodire, allora, la memoria di questo tempo e mantener vivo per primo l'esempio dei tanti che sono stati responsabili e solidali con totale disinteresse personale.

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