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Quello che sappiamo del Covid-19
di Antonella Viola

Treccani - 23 ottobre 2020

L'innalzamento della curva dei contagi da Covid-19, che negli ultimi giorni ha subito un'impennata, è davvero preoccupante. Come ribadito più volte, il virus non è mascherina mutato in questi mesi. Con l'arrivo dell'autunno ci si aspettava un incremento dei contagi e lavorare insieme per cercare di tenere piatta la curva era e rimane l'imperativo da osservare. Siamo solo ad ottobre e ci attendono molti mesi prima di giungere di nuovo all'estate, quando verosimilmente il virus allenterà la sua morsa; in questi mesi bisogna cercare di limitare al minimo attività, spostamenti e incontri per non trovarci di nuovo con gli ospedali pieni di malati.
Dal punto di vista dello studio della malattia Covid-19 sono stati fatti molti passi avanti, anche se non ci sono grandi risultati dal punto di vista delle cure.
Nella prima fase era emersa in maniera evidente la capacità del virus di scatenare in alcuni pazienti una potente risposta infiammatoria, con produzione di citochine in grado di danneggiare polmoni, reni, endotelio, intestino e cervello. Più studi stanno cercando di capire quali siano le cellule e le molecole responsabili della minore o maggiore suscettibilità all'infezione, sia a livello individuale sia a livello di gruppi di pazienti. Tra i fattori di rischio, il primo continua ad essere l'età avanzata, poiché con l'invecchiamento tendono a comparire una serie di co-morbidità (diabete, ipertensione, problemi al cuore o ai reni) che contribuiscono ad aumentare il rischio di sviluppare la malattia in forma severa. Non solo. Con il passare degli anni il sistema immunitario cambia: la sua capacità di generare risposte protettive diminuisce, mentre aumenta l'infiammazione silente, specie in presenza di altre patologie. L'infiammazione, quindi, sembra essere alla base di tutte le condizioni che espongono a un maggiore rischio di morte in caso di Covid-19. Anche l'obesità è un importante fattore di rischio per Covid-19: i pazienti obesi, oltre ad avere spesso altre complicazioni tra cui il diabete, hanno livelli di infiammazione più alti rispetto ai normopeso e questo li espone a un rischio maggiore di reagire in modo sbagliato all'infezione da SARS-CoV-2.
Un aspetto interessante riguarda invece la differenza di genere nella risposta al Covid-19. Le donne sono meno colpite da questa malattia, nel senso che sviluppano in media sintomi meno gravi degli uomini. Le ragioni di questa differenza non sono del tutto chiare, ma giocano senza dubbio un ruolo importante i fattori genetici che regolano l'espressione dei recettori utilizzati dal SARS-CoV-2 per entrare nelle nostre cellule così come i geni che regolano il sistema immunitario. Recentemente, uno studio ha evidenziato nei pazienti più gravi la presenza di anticorpi capaci di bloccare una molecola importante per la risposta antivirale dell'organismo; sembrerebbe che questi anticorpi siano presenti prevalentemente negli uomini.
Per quanto riguarda i bambini, è chiaro che essi sono meno suscettibili al Covid-19. Anche in questo caso, le ragioni non sono chiare e potrebbero coinvolgere una minore espressione di recettori di ingresso per il virus così come un sistema immunitario giovane e meno propenso all'infiammazione.
In aggiunta a queste differenze che riguardano genere, età e presenza di altre patologie, anche la genetica sembra giocare un ruolo nella suscettibilità al Covid-19. Uno studio, in particolare, identifica una regione del cromosoma 3 associata a un quadro più severo della malattia. Questa regione (che pare abbiamo ereditato dai cugini di Neanderthal) è diffusa in modo diverso nelle popolazioni asiatiche, europee e africane. Il meccanismo, però, per cui sia associata alla maggiore suscettibilità non è noto, ma in questa regione ci sono diversi geni coinvolti nella risposta immunitaria. Un altro studio, invece, dimostra che nei pazienti gravi vi è un difetto nella via dell'interferone di tipo 1, una molecola con proprietà antivirali.
Per il momento queste informazioni non aiutano a combattere la pandemia, tuttavia sono tasselli importanti per capire la patogenesi del Covid-19.
Cosa sappiamo invece dell'immunità? In buona parte dei pazienti guariti si genera una risposta anticorpale protettiva, ovvero si sviluppano anticorpi neutralizzanti in grado di bloccare l'ingresso del virus nelle cellule. Tuttavia, sappiamo anche che il titolo anticorpale non si mantiene alto nel tempo, calando drasticamente tra i tre e i quattro mesi dopo l'infezione. Inoltre, sappiamo anche che il virus attiva molte cellule coinvolte nell'immunità e questo ci fa sperare che, almeno nella maggior parte dei pazienti, si possa generare una protezione che duri nel tempo.
Bisogna però riportare la notizia che, seppure pochi, casi di reinfezione documentata sono stati segnalati; questo indica che non è escluso che l'immunità svanisca rapidamente, almeno in alcuni soggetti.
Sul fronte delle cure, nonostante una enorme ricerca di farmaci antivirali, non abbiamo in mano nuovi strumenti specifici per la lotta al nuovo Coronavirus. I farmaci antivirali hanno dato risultati scarsi o del tutto nulli, e anche le terapie con farmaci biologici che spengono la risposta immunitaria non sono particolarmente efficaci. L'unico vero successo si è avuto con un farmaco vecchio e molto noto per la sua azione immunosoppressiva, il desametasone, che si è rivelato molto efficace nel trattamento dei pazienti più gravi.
Si è molto discusso dell'uso del plasma iperimmune per trattare i pazienti la cui risposta immunitaria sembra inefficace nel combattere il virus. Il metodo, già utilizzato in passato per altre malattie infettive, si basa sul trasferimento della parte liquida del sangue – il plasma – da persone guarite a pazienti malati. Facendo questa trasfusione si trasferiscono anche gli anticorpi che possono aiutare a combattere l'infezione. Ad oggi però, non ci sono prove che questa terapia funzioni davvero.
Diversi laboratori hanno isolato o prodotto anticorpi neutralizzanti che potrebbero rappresentare un primo farmaco specifico contro il SARS-CoV-2. A differenza della terapia basata sul plasma, questi anticorpi hanno composizione e quantità controllata e riproducibile e possono quindi dare risultati riproducibili.
Sin dalle prime settimane della pandemia, tutte le attenzioni si sono focalizzate sulla produzione di un vaccino, unica arma per eliminare il virus. Normalmente la creazione e la produzione di un vaccino richiedono molti anni, ma la situazione di emergenza globale ha spinto tutto il mondo della ricerca, pubblica e privata, a tentare strade nuove e più rapide. Oggi ci sono diversi vaccini in fase avanzata e con formulazioni molto diverse tra loro. Tra i più promettenti e innovativi, quello conosciuto come il vaccino di Oxford, che utilizza un adenovirus per portare il materiale genetico del SARS-CoV-2 dentro le nostre cellule e generare quindi una risposta immunitaria, e quello degli USA, basato sull'inserimento di un pezzetto di RNA virale in nanoparticelle, una tecnologia mai provata prima. Se tutto andrà bene, è possibile che le prime dosi di un vaccino arrivino verso la primavera del 2021. Tuttavia, questo non comporterà l'immediato ritorno alla via normale, perché finché gran parte della popolazione non sarà vaccinata non potremo stare davvero tranquilli.
Non solo, infatti, ci vorranno molti mesi per vaccinare la popolazione adulta, ma non bisogna dimenticare che, al momento, non ci sono studi clinici sui bambini, quindi il vaccino non sarà a disposizione per i più giovani.
Poiché questi sono vaccini realizzati in tempi da record, sufficienti soltanto a valutarne efficacia e sicurezza, non sapremo quanto durerà l'immunità indotta dalla vaccinazione. Naturalmente, si spera che la sua durata sia di diversi anni, visto che le previsioni al momento sono che il SARS-CoV-2 diventerà un virus endemico.

Come affrontare quindi i lunghi mesi invernali e primaverili che ci aspettano? Inutile dire che non c'è una risposta definitiva a questa domanda.
Un ruolo importante lo avrà la diagnostica. Grandi vantaggi saranno legati alla disponibilità dei test salivari antigenici, che consentono di dare risposte rapide in contesti come la scuola, l'università e gli ospedali, dove, per l'alto numero di persone presenti, il monitoraggio deve essere serrato e non può seguire i tempi e le modalità dei tamponi molecolari. Attraverso una strategia diagnostica basata su questi test si potrà identificare rapidamente i positivi ed evitare la diffusione del contagio.
Poi c'è la questione dei tracciamenti. Con i numeri di contagi in salita e un sistema di tracciamento basato su poche persone e scarsa tecnologia, si è perso il controllo dell'epidemia.
Il virus non può essere lasciato libero di muoversi: è necessario un utilizzo coordinato di test e sistemi avanzati di tracciamento, aspetti che purtroppo sono stati poco sviluppati nei mesi tra la prima e la seconda ondata.
Tuttavia, nessuna pandemia può essere contenuta senza l'attiva partecipazione della gente e l'adozione di quei comportamenti necessari a evitare il diffondersi del contagio. Una delle più belle canzoni di Francesco De Gregori recita «La storia siamo noi» e questa frase oggi è quanto mai vera. Siamo noi a decidere cosa accadrà nei prossimi mesi; noi, con le nostre scelte, con il rispetto in prima persona delle regole, con i sacrifici, anche grandi, che dobbiamo compiere in nome di un bene maggiore che è la salvaguardia della salute e del tessuto sociale del nostro Paese.

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