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La salute nel curriculum: mantenersi in forma per prevenire le malattie (4/4)
di Ettore Bergamini

Treccani Atlante – 19 + 20 novembre 2020

(precedente)

APPROFONDIMENTO IV
Come prevenire il contagio da Covid 19 (e da tutte le malattie infettive diffuse con l'aria)

La malattia da Covid-19 è un tipico esempio di malattia aero-diffusa. Quanto ora leggete vale anche per il contagio da qualunque malattia infettiva aero-diffusa, e quindi, ad esempio, anche contro il virus della influenza e del raffreddore, che pure trovano nelle vie respiratorie la porta di accesso nel nostro corpo. Al pari di tutti gli agenti patogeni per l'uomo (capaci cioè di vivere e moltiplicarsi nel nostro corpo, spesso causando malattia, e incapaci di sopravvivere a lungo fuori di esso) Covid-19 deve passare il più rapidamente possibile dalla persona malata o portatrice (il così detto "serbatoio") alle vie respiratorie di un nuovo ospite, la nuova vittima. La prima tappa? Il virus deve essere espulso con l'aria espirata. Ciò difficilmente accade durante la respirazione normale; riesce bene, e il virus esce in gran copia, con i colpi di tosse e gli starnuti, quando il virus è sospeso nelle piccole gocce di secreto che vengono disperse a distanza nell'aria emessa a forte velocità.
Nelle goccioline il virus si trova protetto, e tale rimane anche quando, dopo pochi secondi, le goccioline si seccano e lo lasciano rivestito dalle sostanze organiche presenti nell'escreto. Una volta emesse, goccioline e i residui solidi ("droplet nuclei"), le principali sorgenti infettanti, raramente percorrono più di uno o due metri prima di cadere al suolo. In questa forma, sospeso nell'aria, in un mondo a lui ostile, il virus attende che la vittima lo inali con i suoi atti di inspirazione per poter giungere ad un nuovo ambiente utile alla riproduzione. Per lui è una corsa contro il tempo, ed è questione di vita o di estinzione: al di fuori del corpo umano la sua vita infettante è molto breve; e per la sua sopravvivenza è un pericolo fatale che le potenziali vittime rispettino il distanziamento sociale, e si mantengano ad una distanza che rende difficile la sua inalazione; per lui è invece una fortuna che le potenziali vittime ci avvicinino al serbatoio proprio nel mentre lui lo sta lasciando, soprattutto se ad un tempo respirano a fondo inalando grandi quantità di aria (ricordate il paziente "uno" e la sua partita di calcio subito prima dello scoppio della malattia?).
Naturalmente, nel corso della propria storia biologica anche la specie cui appartiene la potenziale vittima ha imparato come difendersi dalle infezioni. Quindi, per il virus raggiungere una vittima non significa aver conquistato la vittoria. La più gran parte delle particelle infettanti non riuscirà a portare a termine con successo la propria missione riproduttiva. A proposito, si aprono tre diversi possibili scenari, la cui probabilità dipende sia dalla concentrazione delle particelle virali nell'aria, e quindi dal numero delle particelle inalate ad ogni atto respiratorio (la così detta "carica infettante"), sia dalla resistenza dell'ospite (ad esempio, dalla sua età). Se la carica è molto alta e/o le difese sono deboli, il numero degli aggressori travolgerà le difese e sarà tale da dar luogo ad una proliferazione tumultuosa con grave malattia. Se il numero è discreto e le difese buone, proliferazione ed efficacia delle contromisure potranno bilanciarsi e potrà stabilirsi una condizione di equilibrio utile sia al virus che all'ospite, che non si ammala ma funge da portatore sano, che senza danno contribuisce al mantenimento del virus nell'ambiente e alla sua diffusione. Infine, se la carica infettante non è sufficiente a stabilire una solida testa di ponte nell'organismo ospite prima o poi il virus sarà eliminato, il tampone diventerà negativo, l'ospite sarà salvo e non più infettante, ma porterà in sé a lungo la traccia dell'avvenuto contagio perché nel suo sangue rimarranno anche per molti mesi anticorpi specifici, le armi usate per neutralizzare il potere infettante del virus e debellare l'infezione.
Da quanto si è detto ben si comprende il perché delle raccomandazioni degli esperti. Portare la mascherina coprendo naso e bocca? Blocca l'emissione delle goccioline cariche di virus, e protegge dal contagio chi ci sta accanto riducendo la carica infettante. Rispettare il distanziamento sociale? Allunga il tragitto che il virus deve percorrere per giungere alle nostre vie respiratorie e favorisce la diluizione nell'aria della carica infettante, e quindi rende meno probabile un grave contagio. Aver cura che l'ambiente sia bene areato quando si deve stare in compagnia di più persone in un ambiente confinato? La buona aerazione dell'ambiente favorisce la diluizione della carica infettante emessa da soggetti malati o portatori. I virus sono dispersi in un grande volume di aria, e la diluizione delle particelle virali riduce il numero degli agenti infettanti che può essere inalato ad ogni atto respiratorio. Perché mettere i guanti? Perché con le mani tocchiamo ogni oggetto su cui le goccioline e i loro residui infetti possono essersi depositati. Sappiamo infatti che con le mani, che potrebbero essere state contaminate inavvertitamente, subito tocchiamo anche naso e bocca, trasportandovi così anche batteri e virus. Hare e Thomas contarono quante volte ogni studente toccò naso e bocca durante l'ora di lezione: non meno di 120! Quindi, quando si va in luoghi potenzialmente contaminati è bene portare i guanti (anche per ricordarsi di non toccare il viso). Comunque, è sempre buona regola lavarsi spesso e bene le mani. Una buona lettura per saperne di più? I capitoli 28 e 29 del vecchio trattato di Patologia generale di Lord Florey (Piccin editore, 1971) a mio avviso sono ancora oggi i migliori.
APPROFONDIMENTO V
I nostri punti più deboli

La selezione naturale ha perfezionato il nostro corpo per resistere ai pericoli dell'ambiente di decine di migliaia di anni fa. Oggi però l'ambiente è cambiato e consente una vita molto più lunga, ma qualità utili in passato sono diventate debolezze che espongono alle malattie dell'età anziana.
Ecco qualche esempio.
Il controllo del peso corporeo è imperfetto
Oggi sempre più spesso il peso corporeo supera i limiti dell'obesità: cioè un indice di massa corporea (BMI: Peso in Kg/altezza in metri al quadrato) superiore a 30. Nei paesi 'ricchi' gli obesi sono ormai più del 15%. Perché? Un tempo, prima della rivoluzione agricola, non era facile trovare cibo, e l'uomo primitivo restava spesso a digiuno per molti giorni (in media due-tre, con punte fino a trenta) mantenendosi in buona forma (bisognava preservare la capacità di trovare cibo). A quel tempo era favorito chi, nei brevi momenti di abbondanza, riusciva a mangiare più del necessario accumulando scorte di energia in forma di grasso. Perciò noi, che siamo i discendenti, abbiamo un centro della sazietà pigro, uno stomaco lento nel rispondere alla distensione (che segnala la sazietà riducendo i livelli plasmatici di grelina), e un centro della fame attivissimo, che spinge alla continua ricerca di cibo. Così mangiamo, spesso con ingordigia, cinque volte al giorno cibo gradevole (raffinato e pieno di grassi, a parità di volume più ricco di calorie), mettendo in crisi il controllo gastrico, incuranti del fatto che le molte comodità e l'inattività fisica di oggi riducono il fabbisogno energetico. Basta un eccesso di 200 calorie al giorno (un pezzetto di dolce), per mettere su dodici chili all'anno e divenire obesi. Il grasso dapprima va nel sottocutaneo; poi, al segnale di troppo pieno, va nell'addome (il girovita supera 102 cm nel maschio e 88 cm nella femmina: viene la pancetta!); nel fegato (steatosi non etanolica) e anche nei muscoli (in tal caso è in atto una sindrome metabolica). L'aumento del peso nuoce a ossa e articolazioni (causa artrosi, favorisce la sedentarietà, riduce il fabbisogno calorico e innesca un circolo vizioso che rende sempre più arduo il compito di perdere peso) e respiro; inoltre accelera l'invecchiamento e la comparsa di tutte le malattie invecchiamento-associate (si veda il capitolo 4). Un consiglio per non diventare obesi?
Fare ogni giorno una intensa attività fisica, consumare cibo con poche calorie per unità di volume (cibi integrali, verdure ricche di fibra), mangiare molto lentamente e mai fuori dei due, massimo tre pasti giornalieri.
Il diabete mellito è in forte crescita
Le nostre cellule hanno bisogno di un ambiente di composizione ottimale e costante (omeostasi). Dopo la nascita, con il passaggio ad una alimentazione intermittente, fatta di brevi, rari momenti di abbondanza e di lunghi tempi di penuria (negli intervalli fra i pasti), l'omeostasi è difesa trattenendo nel fegato (zuccheri e aminoacidi) e nel tessuto adiposo (i trigliceridi) l'alimento assorbito, per poi distribuirlo in maniera oculata nel successivo digiuno. Entrambi i depositi hanno una sola porta di entrata e uscita: il sangue. A regolare il traffico ci pensano alcuni ormoni, e in particolare l'insulina, l'ormone presente nelle cellule beta del pancreas, in piccola parte in forma libera e in grande quantità come precursore (pro-insulina) in granuli specifici. Durante la digestione, all'inizio dell'assorbimento, messaggi (peptidi) intestinali spingono le cellule beta a rilasciare subito l'insulina già pronta, per comandare al fegato di interrompere le erogazioni e di prepararsi invece allo stoccaggio dei nutrienti in arrivo. Poi la pro-insulina dei granuli genera in pochi minuti le grandi quantità di insulina necessarie per sostenere l'attività di deposito nel fegato e giungere anche al tessuto adiposo e ai muscoli, per il deposito, rispettivamente, dei grassi e degli zuccheri e degli amminoacidi sfuggiti al fegato. Terminato l'assorbimento, l'insulinemia cala ma resta sufficiente a moderare il rilascio di nutrimento dal fegato e dal tessuto adiposo adeguandolo ai bisogni.
Con gli anni la funzionalità delle cellule beta cala, il tempo per il recupero dei granuli si allunga, mentre il fabbisogno di insulina cresce per l'aumento della resistenza dei tessuti all'ormone. Così nelle cellule beta cala l'insulina subito disponibile, e il fegato, non più preavvertito, tarda ad accantonare i nutrienti in arrivo, che giungono al circolo generale (iperglicemia postprandiale). Poi l'insulina cala ancora e non modera più la liberazione di glucosio e di grassi dai depositi. Esaurito il glicogeno, il fegato genera nuovo glucosio dagli aminoacidi (neoglucogenesi) consumando energia prodotta ossidando parzialmente grassi (si formano corpi chetonici che acidificano il sangue: chetosi). Di qui l'iperglicemia a digiuno, la perdita di glucosio (glicosuria) e di corpi chetonici (chetonuria) con le urine e il dimagrimento. La malattia è più frequente tra individui di mezza età, in sovrappeso o obesi, con famigliarità diabetica. La diagnosi è posta se la glicemia a digiuno supera 110 mg/100 ml e l'emoglobina glicata il 6,5%. Prevenire è facile: seguire lo stile di vita suggerito nel capitolo 13 e nell'approfondimento II.
Dolce e salato: piacciono ma fanno male
Il dolce? È segnale di nutrimento: il trucco delle piante per far trasportare dagli animali i loro semi maturi lontano dalla loro ombra (il mirtillo palustre, che si serve dell'acqua, non fa dolci i frutti maturi!). Anche l'uomo è stato al gioco tanto da sviluppare una dipendenza (non c'è uomo che non ami il dolce, e non ami comprare cibi di questo sapore: lo sa bene chi fa prodotti da forno!). Il problema? Il dolce è dato da zuccheri semplici che, assorbiti rapidamente, affaticano il pancreas endocrino facendolo invecchiare più rapidamente e favoriscono l'obesità e il diabete. Il salato? Piace a tutti perché il cloruro di sodio è raro in natura (fu addirittura usato come moneta: di qui "salario"). Il corpo lo cerca, non lo perde con le urine e quindi lo accumula. Oggi il sale è abbondante e a buon mercato e ne mangiamo troppo. Il pericolo? L'ormone natriuretico si riduce nell'età matura e anziana; essendo l'unica salvaguardia contro l'accumulo eccessivo, il calo favorisce l'aumento del volume del sangue e della pressione sanguigna. Il rimedio è semplice anche se può non piacere: mangiare senza sale.
Le piastrine sono troppo brave per la vita di oggi
Correre velocemente poteva salvare la vita dell'uomo primitivo, e perciò la selezione ha minimizzato il volume del sangue, pur essendo alto il rischio di ferite, favorendo però ad un tempo lo sviluppo di un meccanismo emostatico capace di arrestare le emorragie in pochi secondi. Il merito va alle piastrine, frammenti di cellule (150000-300000/mm3, circa 1% del volume del sangue) capaci di attivarsi (divenire 'appiccicose') e sigillare dall'interno le ferite dei vasi agendo come cerotti. Tutto funziona bene se la lesione comporta stravaso del sangue: le piastrine del sangue che stravasa si attaccano alla ferita e fra loro e formano in pochi secondi un tappo (tappo piastrinico) che arresta la emorragia e viene poi consolidato con l'aggiunta di fibrina, prodotta dalla coagulazione del fibrinogeno sulla loro superficie. Il lavoro è completato con la liberazione del fattore di crescita piastrinico (PDGF) che promuove la cicatrizzazione della ferita. I problemi vengono se la lesione (come spesso accade) interessa solo l'endotelio e il sangue non stravasa, perché il tappo può crescere all'interno del vaso formando un trombo, parietale o occludente. Inoltre, in una lunga vita, lesioni e riparazioni possono ripetersi nello stesso luogo e causare ispessimenti e alterazioni della parete. Quindi la bravura delle piastrine oggi può far danno favorendo l'aterosclerosi, e va frenata con la cardioaspirina.
Vista e udito: non sono fatti per la vita di oggi
Per i nostri antenati, cacciatori e raccoglitori, era vitale individuare cibi e prede e evitare per tempo ogni situazione di pericolo. Fummo quindi selezionati anche sulla base della capacità di vedere nitidamente oggetti lontani, tanto che l'occhio emmetrope, forma nitidamente l'immagine di oggetti a distanza infinita sulla sua retina senza bisogno di accomodazione alcuna, cioè in condizioni di riposo. Oggi invece la vista è impegnata per la maggior parte del tempo nell'osservazione di immagini molto vicine, e le funzioni di accomodazione sono troppo stimolate.
La conseguenza? Aumentano tutti i difetti visivi, prima fra tutti la miopia per fattori ambientali e abitudini in ascesa (maggiore livello di istruzione, diffusione di dispositivi che obbligano a guardare da vicino e in condizioni di scarsa luminosità, urbanizzazione, cambiamento delle abitudini alimentari, minor tempo trascorso all'aperto). Nel 2050, la miopia potrebbe affliggereì metà della popolazione mondiale (quasi 5 miliardi di persone); fra 10 anni, il numero dei miopi potrebbe sfiorare i 2,5 miliardi. In Italia va un po' meglio, ma le cifre restano alte: i miopi sono oltre il 30% della popolazione.
La rumorosità del nostro ambiente di vita favorisce un deterioramento dell'udito che inizia molto presto, dall'età di 18 anni circa. Con l'avanzare dell'età sono colpite (presbiacusia) più le alte frequenze che le basse e gli uomini più frequentemente rispetto alle donne. Una conseguenza immediata è che anche i giovani adulti possono perdere la capacità di udire i suoni ad altissima frequenza, sopra 15 o 16 kHz, anche se la perdita di udito legata all'età può diventare evidente solo più avanti nel corso della vita. Gli effetti dell'età possono essere aggravati dall'inquinamento acustico, sia nel lavoro sia nel tempo libero (musica, ecc).

COME DIFENDERSI DALLA CALURA ESTIVA
Ormai lo ammettono tutti. La temperatura del pianeta aumenta: la terra ha la febbre! La febbre fa bene, dicono i medici: aiuta ad uccidere i microbi. E' vero, questa febbre è utile al pianeta… perché fa male a noi, che siamo la causa della malattia! Già le statistiche dicono che questa febbre comincia ad avere effetto: malgrado i continui progressi della medicina, dal 2015 la vita degli italiani ha cominciato ad accorciarsi!
E' estate; è arrivato il gran caldo: che fare? Non c'è tempo per guarire il pianeta. Tra l'altro, non lo si può fare da soli. Certamente è ora di smettere di imitare i passeggeri del Titanic (continuando a ballare, cioè a consumare petrolio, come se niente fosse) e di usare sobrietà nel consumo di energia per guadagnare tempo e ritardare il disastro. Nel frattempo però è bene imparare a proteggersi dagli effetti dannosi del maggior caldo estivo, aggravati negli anziani dal declino senile dei meccanismi della termoregolazione (perfusione sanguigna della cute, funzione delle ghiandole sudoripare, compenso renale delle perdite di acqua con il sudore, sensibilità allo stimolo della sete).
Occorre innanzi tutto conoscere il bilancio del calore. Per vivere serve energia, che si ottiene "bruciando" cibo e producendo calore (ogni giorno circa 2000 calorie. Una caloria è la quantità di calore che riscalda di un grado un litro di acqua). Se questo calore non è subito trasferito, per contatto o irraggiamento, agli oggetti intorno a noi, aria inclusa, i 50 litri di acqua del corpo si riscaldano pericolosamente, e si può morire in poche ore. Se intorno a noi è molto caldo, contatto e irraggiamento possono non bastare, e deve intervenire l'evaporazione dell'acqua riversata sulla pelle con il sudore (con cui si eliminano 580 Calorie per litro di sudore evaporato). A clima molto caldo e umido possono servire 3 litri di sudore (acqua e sali, non si compensa bevendo solo acqua) o anche più, se parte del sudore gocciola via senza evaporare. C'è allora rischio di disidratazione: la produzione di urine si riduce (fino a 0,5 litri al dì: si urina poco e di rado!); calano peso corporeo e pressione arteriosa; la mente diviene confusa; infine si va in collasso circolatorio e si muore. A maggior rischio sono gli anziani con malattie che riducono le funzioni renali e cardiocircolatorie.
Come difendersi senza andare in alta montagna e senza ricorrere ai condizionatori (tra l'altro, è meglio e più economico installare ventilatori a soffitto!), che consumano soldi e energia e fanno male all'ambiente? Ecco qualche consiglio utile a tutti e poco costoso. Per la casa? Aprire le finestre al fresco della notte e chiuderle alla luce e al caldo del giorno mantenendo la ventilazione. Per produrre (e dover disperdere) meno calore? Ridurre l'attività fisica nelle ore calde; mangiare "leggero e sano": poche proteine (da chiaro d'uovo, pesce, soia) e tanta frutta e verdura di molti colori; acqua in abbondanza. Per favorire la dispersione del calore? Usare vestiti leggeri e larghi che lascino scoperte braccia e gambe. Per evitare di sudare troppo e di rischiare la disidratazione? È semplice: bagnarsi più volte al giorno con acqua tiepida (una breve doccia) e lasciarsi poi asciugare all'aria (se necessario anche davanti al ventilatore!). Si godrà il fresco dell'alta montagna a buon mercato (ma attenti ai dolori!). È importante poi controllare ogni giorno il proprio peso: se, pur avendo seguito i consigli, il peso cala molto (anche più di 1 Kg al giorno) non rallegrarsi: non è dimagrimento, è disidratazione e va subito sentito il medico.

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