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"Binge drinking"
di Paola Tiscornia

La Scelta – giugno 2019

Abbuffata di alcolici

Vodka, rum, birra, addirittura anisetta, se non si trova altro. Si chiama mischione, è un gioco, in cui ci si diverte foto 1 tanto che alla fine qualcuno del gruppo magari finisce all'ospedale, in coma etilico o giù di lì.
Il Binge drinking, bere nel week end sino a perdere conoscenza, stando all'Istat potrebbe coinvolgere, anche solo occasionalmente, più dell'11 per cento dei maschi e del 3 per cento delle femmine a partire dagli 11 anni, con un picco massimo fra i 18 e i 24. Ragazzi che si incontrano il venerdì o il sabato sera appositamente per fare a gara a chi "parte" per primo, portando ciascuno qualsiasi tipo di alcolico arraffato da casa per consumarlo sino all'ultima goccia.
"Un'abitudine molto rischiosa", come sottolinea il professor Riccardo Gatti1, esperto in dipendenze, "in quanto coinvolge adolescenti con cervello e sistema nervoso ancora in formazione e che di solito non sono abituati al bicchiere: quindi faticano moltissimo a smaltire così ingenti quantitativi di bevande alcoliche. E per le ragazze, il cui organismo riesce a difendersi meno dall'alcool, il problema è ancora più pesante. Ai danni dell'oggi poi se ne aggiungeranno quasi sicuramente altri in futuro; un rischio di cui nessun giovane ha idea o viene informato".

Purtroppo, accanto al "Binge drinking" si sta facendo strada anche un altro fenomeno altrettanto preoccupante, chiamato "cross over".
Il mercato ha infatti capito che i giovani possono rappresentare vere galline dalle uova d'oro e per acchiapparli sta allargando il ventaglio di proposte: birra alla cannabis, whiskey e Coca Cola, rum al succo di pera, shot, ossia bevande a base di vodka, rum o tequila, che si mandano giù in un solo sorso e costano appena un euro. "Non solo", avverte il professor Gatti, "ma siccome le ricerche di marketing hanno appurato che se nella coppia la ragazza beve coinvolgerà sicuramente anche il partner (non il contrario), stanno fiorendo proposte alcoliche specificamente rivolte a loro. foto 2
Vedi la vodka lemon o alla fragola, percepita come più soft e scelta perché si avverte meno nell'alito: così i genitori non si allertano. Incitamenti al consumo che non arrivano certo tramite la classica pubblicità su cartellone o sui giornali, ma vengono capillarmente diffusi sui social tramite un attentissimo (e redditizio) lavoro dei cosiddetti influencer. Di modo che i messaggi non saranno percepiti come proposte pubblicitarie, ma quale scelta privata del personaggio idolo che si aspira ad imitare".
Sino a ora, i termini del fenomeno. L'aspetto fondamentale è cosa fare. E qui, mettiamo da parte i nostri giovani e contiamoci tutti, noi adulti: cosa siamo disposti a fare per proteggere le generazioni che ci seguono? Come richiamare l'attenzione su questi problemi? Perché non allearci per chiedere che venga fermato questo pressing su adolescenti e ragazzi? Come arginare un mercato che continua a proporre l'alcol come un prodotto forse non proprio salutare ma sicuramente divertente e "ganzo", una sorta di lubrificante sociale? Perché alle casse del supermercato nessuno chiede la carta di identità a minorenni col carrello pieno di superalcolici? Come mai sono sempre pochissime le scuole che aderiscono agli incontri sul bere responsabile?
Parliamo di più con i nostri figli, spieghiamo che chi finisce al pronto soccorso gonfio di alcol non è affatto un supereroe ma ha solo una triste carenza di personalità e di autostima. Facciamo in modo che si dotino di valori più alti del fondo di una bottiglia. E cominciamo a dare il buon esempio. Sigarette, vino, superalcolici, sonniferi, psicofarmaci, che probabilmente si trovano anche nelle nostre case, sono sostanze permesse e legali.
Però ci vuole modo e misura e di ogni sostanza è importante conoscere anche rischi e rovescio della medaglia, per poterli spiegare ai nostri ragazzi.


1 Riccardo Gatti, direttore del Dipartimento area dipendenze dell'Asst (Aziende Socio Sanitarie Territoriali) San Paolo e San Carlo di Milano.

© La Gazzetta di Santa