Testata Gazzetta
    Pezzi di storia

I liguri in Argentina
di Franco Fossati

La Casana – 4/1986 + 1/1987 + 2/1987

panorama monumento a Belgrano Non si sa se marinai liguri abbiano fatto parte della spedizione condotta nel 1516 dal navigatore spagnolo Juan Diaz de Solis lungo le coste dell'America meridionale. Egli fu il primo europeo a raggiunge il Rio de la Plata («fiume dell'argento», da cui il nome Argentina) e fu ucciso dagli indigeni nei dintorni della piccola isola di Martin Garcia mentre lo risaliva nella speranza di trovare un passaggio al Mare del Sud. Molti genovesi, alcuni dei quali come Silvestro di Brine e Francesco Leardo contribuirono alle spese per gli approvvigionamenti, parteciparono comunque alla spedizione organizzata dieci anni dopo dal veneziano Sebastiano Caboto che esplorò a lungo tutta la regione e il sistema idrografico del Rio de la Plata.
I liguri sono della partita anche quando nel 1535 Don Pedro de Mendoza, gentiluomo e generale di Carlo V, fonda sulle rive del fiume una città che, per la salubrità del clima e in onore della Vergine, chiama Nuestra Señora de Buenos Ayres.
Dell'ingente spedizione di Mendoza, formata da oltre duemiladuecento uomini, faceva infatti parte un certo Bernardo Centurione, genovese, capo di quattro galee del principe Andrea Dona, «le cui ciurme - come scrisse Giuseppe Parini, autore di un'ampia Storia degli italiani nell'Argentina, - composte tutte di nostri liguri, costituirono per dir così l'avanguardia di tutto l'immenso esercito di lavoratori venuti poi costantemente a fecondare e a redimere dalla barbarie queste terre».

paesaggi Paesaggi argentini in incisioni del 1890

Certo non era ancora una vera città: poche case, una rudimentale chiesa e una trincea per difendersi dagli attacchi degli indigeni, che nel 1541 ebbero la meglio costringendo i sopravvissuti a riparare a nord. L'anno successivo la città è ripopolata, poi ancora una volta abbandonata sino ad essere rifondata, questa volta definitivamente, l'11 giugno del 1580. I primi coloni non sono molti, una sessantina appena. Solo dieci spagnoli, gli altri di nazionalità diverse. Tra loro parecchi italiani, come si può rilevare dalle prime ripartizioni di terreni, anche se accanto ai nomi non viene indicata la regione d'origine. Tremila «vare» a Lazzaro Griveo, figlio di Leonardo, che era arrivato con Pedro de Mendoza; altrettante a Sebastiano Bello; quattrocento a Bernabeo Veneziano ed a Pietro Franco; 350 a Pantaleone e così via.
Forse anche il primo maestro fu italiano. Nel 1601, infatti, un certo Francesco de Vitoria chiese alle autorità che gli venisse assegnata una casa per insegnare a leggere, a scrivere e a far di conto, aggiungendo che i genitori avrebbero pagato una cifra mensile per ciascun bambino che avesse voluto imparare solo a leggere e il doppio per quelli che avessero voluto imparare anche a scrivere e a far di conto. Gli studiosi italiani sostengono che Vitoria si chiamava probabilmente Vittoria, dato che la soppressione di una «t» è naturale nella lingua spagnola; mentre se fosse stato spagnolo si sarebbe dovuto chiamare Victoria.

Cattedrale La Cattedrale di Buenos Aires
(litografia colorata della prima metà dell'Ottocento)

Non è comunque sempre facile individuare gli italiani, e tra loro i liguri, tra questi primi colonizzatori: un po' perché raramente era indicata con precisione la loro provenienza e un po' perché spesso i loro nomi furono storpiati o del tutto mutati. Gli italiani erano in genere operai, marinai, preti, soldati o dediti a piccole industrie: erano lavoratori probi e tranquilli e non erano perseguitati (né particolarmente amati) dagli spagnoli che comunque a loro guardarono sin dal principio senza diffidenza.
Ben poche sono in ogni caso le notizie precise a disposizione degli studiosi circa gli italiani immi-grati presso l'estuario del Plata sino al 1776, quando le province circostanti, prima rette da governatori dipendenti dal Viceré del Perù, furono costituite propriamente in un viceregno del Rio de la Pliata o del Plata, con capitale Buenos Aires, comprendente, oltre all'Argentina, l'Alto Perù (Bolivia), la Banda Oriental (Uruguay) e il Paraguay.
Da quegli anni, infatti, le informazioni sul numero degli abitanti e sulla loro provenienza (almeno limitatamente a Buenos Aires, anche se non bisogna dimenticare che erano state fondate diverse altre città) sono più precise e documentate grazie al primo censimento del 1744 e all'ordinamento del primo catasto nel 1768.

Chiesa La Chiesa di S. Francesco a Buenos Aires
(litografia colorata della prima metà dell'Ottocento)

Ora la «ricerca» degli italiani e dei liguri diventa più facile. Il 12 settembre del 1779 è fondato a Buenos Aires, con decreto reale, il Tribunale del Protomedicato ed è chiamato a farne parte anche il ligure Francesco Bruno Rivarola; dal 1782 un altro ligure, Giovanni Censi, presta i suoi servizi come fabbricante di mobili. Il censimento del 1744 ricorda solo un centinaio di italiani. Pochi, senza dubbio; ma non bisogna dimenticare che le disposizioni spagnole erano severissime e per poter avere un lavoro e godere dei benefici elargiti dalla legge occorreva naturalizzarsi. La naturalizzazione si conseguiva praticando, prima di tutto, la religione cattolica apostolica romana, vivendo nella colonia per non meno di dieci anni, sposando una hija del país e dimostrando di possedere beni immobili del valore almeno di quattromila ducati.
Tra gli italiani il ligure Domenico Belgrano Peri, nato a Oneglia nel 1731, che era giunto a Buenos Aires nel 1759 ottenendo dieci anni dopo il certificato di naturalizzazione (spagnolizzando Peri in Perez) che gli permetteva di commerciare e di ricoprire cariche pubbliche. «Sebbene straniero naturalizzato - scrisse Bartolomé Mitre, - l'italiano giunse ad essere regidor del Cabildo e alfiere reale della città di Buenos Aires e, favorito dalla fortuna nelle sue speculazioni commerciali, acquistò ricchezza per vivere comodamente e impartire ai suoi figli quella che era la migliore educazione in quell'epoca». Manuel Belgrano, suo figlio, uno degli artefici della lotta per l'indipendenza, poté quindi viaggiare e studiare all'estero, laureandosi in legge in Spagna.

piroscafo Modello di piroscafo del XIX sec. destinato al trasporto di emigranti
(Facoltà di Ingegneria dell'Università di Genova)

Nonostante il progressivo aumento della popolazione causa l'importanza sempre maggiore assunta da Buenos Aires nei traffici marittimi con la madrepatria, nei primi anni del 1800 vi erano nella città ancora pochi professionisti, soprattutto stranieri; in parte perché il numero di medici, ingegneri e avvocati richiesto dalle esigenze della vita coloniale era molto ridotto e in parte perché le autorità accordavano loro poco volentieri permessi di soggiorno. In quegli anni la locandina popolazione di Buenos Aires è diversamente valutata da studiosi e viaggiatori: c'è chi parla di 25 o 30.000 abitanti, chi di 60.000 e chi addirittura di 100.000. Ecco come la città è descritta in una minuziosa Enciclopedia Geografica realizzata a Venezia nel 1846 sotto la direzione di A.F. Falconetti: «Le sue cupole, le torri e le masse de' suoi edifizii le danno un aspetto melanconico, rappresentando l'insieme una immensa fortezza. Le strade sono larghe, diritte e regolari, e ad intervalli pur regolari si aprono ad angoli retti col Rio della Plata; alcune sono lastricate e in declivo verso la metà, e quasi tutte hanno marciapiedi; sono però, in genere, sporche e ripide; quella della Santa Trinidad e la calle del San Benito sono le principali; la prima traversa quasi tutta la città ed è abitata dalle più ricche famiglie. Le case, composte generalmente di due soli piani, sono di mattoni, entrando pochissimo legname nella loro costruzione; non hanno che un solo focolare, quello, cioè, delle cucine, e i tetti sono piatti. Davanti e di dietro quasi tutte de' gran cortili. Nell'estate, gli appartamenti dei ricchi sono guerniti di stuoie indiane e nell'inverno di tappeti di Europa; però nel generale assai mal tenuti. Buenos Aires ha una gran piazza divisa in due parti, cioè la piazza d'armi e il mercato, col mezzo di un edifizio lungo e basso che forma una specie di bazar. Sulla piazza d'armi si trova il cabildo o palazzo della città, ch'è un bel fabbricato; sulla piazza del mercato sta il forte, le cui muraglie discendono sino alla sponda del Rio della Plata, e non lunge dal quale si trova, fra la città e la sponda, una piantagione di pioppi che serve di passeggio. La camera dei deputati è uno degli edifizii più osservabili; fu costruita da un architetto francese, sul modello del palazzo della camera dei pari di Parigi. Le chiese, in numero di 15 circa, sono riccamente adorne. La cattedrale è di architettura elegante e se ne ammira il porticato. Evvi nella chiesa dei francescani una cena, dipinta da un indiano, che riguardasi come un quadro importante. Sonovi parecchi monasteri, due conventi, un ospedale per gli uomini e uno per le donne, un ospizio per gli esposti, un ospedale per gli orfani, un anfiteatro per i combattimenti del toro, un teatro, un'accademia delle scienze matematiche e fisiche e un osservatorio. Vi si stabilirono alcune fabbriche dopo la rivoluzione, e le più considerabili sono quelle di cappelli e di ferrareccia».
Da un censimento del 1805 risulta che a Buenos Aires vivevano 469 stranieri: i più numerosi erano i portoghesi (265), gli italiani (92), i francesi (54), i nordamericani (26) e gli inglesi. Gli italiani erano in gran parte genovesi o liguri, così come genovesi furono due degli espulsi quell'anno perché privi di permesso di residenza: Giacomo Perfumo (o Profumo) e Filippo Corbero. Secondo il decreto che ordinava il loro rimpatrio, essi erano arrivati «con taluni bastimenti e dovevano ritornare con essi, con l'avvertenza che non facendolo sarebbero stati condotti via a loro spese come tutti gli altri che non avessero fatto parte degli equipaggi di detti bastimenti o di coloro i quali fossero giunti con diverso destino».
Nel 1809 le autorità ordinarono un nuovo censimento, da compiersi con estrema segretezza. Risultarono presenti solo 57 italiani. D'altra parte, se ci si sofferma su quanto riferisce al Cabildo l'alcalde del quartiere n. 8 (che si chiamava Parodi) si può a ragione essere scettici sulla scientificità dell'indagine: «Mancano molti nomi - scrive Parodi - in considerazione del segreto col quale l'eccellentissimo Viceré ha ordinato fosse compiuta l'operazione».
Del resto, se l'anno successivo le autorità ordinarono un nuovo censimento, il terzo nel giro di pochi anni, vuol dire che i dati raccolti precedentemente non erano del tutto soddisfacenti. Inoltre è lecito supporre che molti immigrati, sprovvisti dei permessi necessari, celassero la loro origine onde evitare di essere scoperti e cacciati, e che molti funzionari indicassero tra gli argentini anche chi non lo era.
I dati del 1810 (che però si riferiscono a quattordici quartieri su venti) parlano di 64 italiani (61 uomini e tre donne) di cui 56 bianchi, 4 di colore (?) e uno «senza classificare» (sic!), almeno una ventina dei quali sicuramente genovesi, in genere marinai e impiegati. Come scrisse anni dopo la pubblicità «Revista del Plata»: «Genova ci regalò un mondo di marinai, e con essi i bettolieri, i venditori di commestibili, i calafati e quella serie di bottegai che nella calle Federación vestono e approvvigionano i nostri gauchos».
L'autonomia amministrativa e commerciale conseguita con la formazione del Viceregno del Rio de la Plata nel 1776 aveva favorito l'ascesa di un'oligarchia mercantile urbana e conferito nuovo prestigio

L'indipendenza dell'ex-colonia spagnola (che assunse il nome di Province Unite del Rio de la Plata) fu proclamata il 9 luglio del 1816 sotto la presidenza di Juan Martin de Pueyrredón, il quale alla fine del 1819 avrebbe promulgato una costituzione repubblicana moderatamente liberale. Ma i problemi economici, politici e sociali del paese erano tutt'altro che risolti e già alla fine del 1819 l'unità incominciò a essere sconvolta da una lunga serie di scontri militari tra coloro che erano favorevoli al governo centrale di Buenos Aires e i federalisti (latifondisti e allevatori in testa) che sostenevano le ragioni delle province. La crisi post-coloniale, che porterà a sempre crescenti ingerenze dell'esercito nella vita politica e favorirà l'ascesa dei grandi proprietari terrieri (arricchiti dalle guerre civili prima e da quelle verso i paesi vicini poi) influirà comunque solo in minima parte sull'emigrazione.
In quel periodo il flusso italiano era favorito anche da ragioni contingenti come i moti piemontesi del 1821 e l'annessione della Liguria al Piemonte alla caduta di Napoleone. Anche parecchi intellettuali emigrarono così in Argentina in un momento che vedeva nella ex-colonia spagnola una maggiore diffusione dell'istruzione a tutti i livelli.
Bernardino Rivadavia, che aveva assunto la presidenza dell'Argentina il 7 febbraio del 1826, era favorevole all'immigrazione e si era concretamente impegnato a favorirla anticipando addirittura le spese di viaggio e mantenendo gli stranieri fino a quando non fossero stati in grado di rimborsarle con il loro lavoro. Ma la guerra civile costringeva la maggior parte di questi nuovi arrivati a un ozio forzato, finché il governo di Buenos Aires, spinto dalla necessità di rinforzare l'esercito e venendo meno a tutte le promesse fatte, decise di utilizzarli arruolandoli.
Anche in assenza di precise leggi in merito, esimersi dal servizio militare obbligatorio era praticamente impossibile per gli stranieri, soprattutto per coloro che non avevano ancora un lavoro. Come avveniva il reclutamento? Senza badare tanto per il sottile. Ecco come ce lo racconta un viaggiatore francese che visitò il paese in quel periodo, Alcide d'Orbigny: «La sera, molto spesso, truppe di polizia circondavano un isolato o un caffè, s'impadronivano specialmente degli stranieri, eccezion fatta degli inglesi che sapevano valersi del loro trattato, e li conducevano in prigione. Quindi, al mattino seguente, o la sera stessa, li irreggimentavano e li conducevano a bordo delle navi da guerra. Questa misura indispettiva tutti gli stranieri specialmente, e ognuno aveva paura d'uscir di notte».
Esonerati inglesi e nordamericani (grazie a precisi accordi stipulati tra l'Argentina e i rispettivi governi) e quasi volatilizzatisi i francesi, i quali si rifugiarono numerosi a Montevideo con il loro console non essendo riusciti a ottenere lo stesso privilegio, non restavano che spagnoli e italiani: i primi erano considerati nemici del paese mentre gli Stati Italiani non ebbero alcun rappresentante politico a Buenos Aires sino al 1835.
Nel 1829, in seguito anche a una disastrosa guerra contro il Brasile, il colonnello federalista Juan Manuel Rosas sconfisse il governo centrale di Buenos Aires (per il quale avevano combattuto - perché, come abbiamo visto, costretti a farlo - molti immigrati spagnoli e italiani) e instaurò una dittatura che sarebbe durata, con alterne fortune, fino al 1852. «Difensore della indipendenza nazionale» (come amava definirsi), xenofobo e vendicativo verso quegli stranieri che avevano combattuto contro di lui, Rosas ebbe comunque una particolare predilizione per i liguri, che già erano molto numerosi nel paese e che sotto la sua dittatura Guida aumentarono ulteriormente di numero e di importanza tanto che il governo di Carlo Alberto decise di istituire un consolato generale a Buenos Aires nella persona del barone Enrico Picolet d'Hermillon, di antica famiglia savoiarda.
«In realtà - come scrive Niccolò Cuneo nella sua ampia Storia dell'emigrazione italiana in Argentina - il Picolet non piaceva ai liguri per la sua grettezza di reazionario, né alle autorità argentine infastidite dai suoi modi alteri». E così i liguri (che secondo il Picolet erano quasi tutti marinai disertori o «persone che avevano dovuto emigrare dagli Stati di S.M. per le loro opinioni politiche») fecero a meno dei suoi servizi imponendosi per la serietà del loro lavoro.
Nel giro di pochi anni (e - come scrive ancora il Cuneo - «indifferenti a quel che accadeva nella vita politica interna, senza ambizioni diverse da quelle del lucro, diviso in parti eguali fra armatori sardi, che noleggiavano merci, e commercianti del luogo, che trafficavano prodotti») i marinai liguri riuscirono così a conquistarsi il commercio marittimo e fluviale con navi che solo pro forma battevano bandiera argentina, visto che ufficialmente la navigazione era vietata agli stranieri.
Nel secondo periodo della dittatura di Rosas (grossomodo dal 1840 al 1852) l'atteggiamento del governo verso gli stranieri peggiorò sensibilmente per ragioni che in questa sede sarebbe troppo lungo raccontare. Il Picolet fu addirittura espulso nel settembre del 1848, ma ancora una volta i marinai liguri non ebbero grandi problemi, mantenendo di fatto il controllo della navigazione marittima e fluviale. La reggenza del Consolato generale di Buenos Aires venne così affidata a tale Demaschi di Lugano a cui l'anno successivo fu affiancato, nella duplice veste di cancelliere e vice console, Carlo Belloc.
Quest'ultimo, in un suo rapporto del 10 febbraio del 1851, così descriveva un quartiere formatosi sin dagli anni Trenta alla Boca del Riachuelo, la bocca del fiumiciattolo: «E chi si fosse trasportato al suburio di Buenos Aires denominato Boca, v'avrebbe visto con senso d'amor patrio profondamente soddisfatto, una piccola città di duemila anime, esclusivamente popolata di liguri; quasi interamente composta d'uomini adulti e si sarebbe, per incantesimo, illuso, udendo il dialetto genovese generalmente usatovi, di vivere ancora sul litorale della solerte Liguria».
Quanti erano gli italiani presenti in quel periodo in Argentina? Difficile saperlo con precisione. Qualcuno parla di trentacinquemila persone, qualcun altro di trentamila e qualcun altro ancora di venticinquemila. E la maggior parte di loro era formato da adulti che esercitavano, come ha scritto il Belloc nel già citato rapporto, «mestieri o professioni da cui ritraevano tali mezzi da consentire loro non soltanto una vita comoda ma anche la possibilità di certi risparmi che si riversavano in gran parte sulla madre patria a beneficio dei membri della famiglia rimasta a custodire i paterni lari». E alcuni emigranti avevano già accumulato fortune ragguardevoli. A Vincenzo Gianelli di Lavagna, per esempio, si attribuivano due milioni di lire, a Giacinto Caprile un milione, ai fratelli Migone un milione. Un certo Repetto possedeva caseggiati valutati oltre trecentomila pesos.
Alla fine degli anni Quaranta il generale Urquiza, che aveva servito fedelmente il Rosas sino al 1846, si mise alla testa di un esercito e scese in campo contro il dittatore, che fu sconfitto definitivamente il 3 febbraio del 1852 a Monte Caseros. Nominato Direttore Provvisorio della Nazione, il generale Urquiza e il suo Minostro degli esteri (il Ministro degli interni era di origini genovesi) si dimostrarono subito favorevoli a intensificare l'immigrazione degli stranieri in Argentina.
Gli italiani sarebbero poi stati ulteriormente favoriti dalla costituzione a Genova, il 4 ottobre 1852, della Società di Navigazione Transatlantica, nata con lo scopo di stabilire regolari collegamenti mensili tra Genova e New York e tra Genova e Montevideo. Impegnandosi tra l'altro a «ricevere e trasportare la corrispondenza tra le Regie Poste Sarde e le destinazioni cui le navi approdavano», la Compagnia ottenne anche consistenti sussidi dal governo sardo e iniziò azione la sua attività due anni dopo.
Sempre nel 1854, esattamente il 1° agosto, il genovese Marcello Cerruti veniva accreditato come Incaricato d'affari del Regno Sardo a Montevideo e a Buenos Aires, dove si impegnò quasi subito nella creazione di un ospedale per gli italiani visto che anche francesi e inglesi avevano il proprio. «Con una famiglia in genere doppia della francese e quintupla per lo meno dell'inglese - scriveva il Cerruti in un suo rapporto - (gli italiani) dovevano avere qualcosa di meglio stabilito».
Negli anni Cinquanta e per gran parte del decennio successivo furono soprattutto i liguri a servirsi della Società di Navigazione Transatlantica. L'emigrazione dal Piemonte, dalla Lombardia e dal Veneto era sporadica, scarsissima o addirittura inesistente quella dall'Italia centrale e meridionale mentre i liguri avevano in genere la certezza di trovare, al loro arrivo, impiego presso conterranei o parenti residenti ormai da parecchi anni nel paese. Su duecentoventidue famiglie stabilitesi a Rosario intorno al 1855, duecentoventuno erano liguri; su sessantacinque famiglie stabilitesi a Paranà, quarantuno erano liguri e così via. Comunque, conoscere esattamente il numero e la provenienza degli immigrati era tutt'altro che facile. Raramente, infatti, questi si presentavano al proprio consolato all'arrivo e, per ciò che riguarda gli italiani, non bisogna dimenticare che la maggior parte sbarcava a Montevideo prima di raggiungere Buenos Aires o altre città argentine.
Gli italiani, soprattutto i liguri, continuarono anche negli anni sessanta a rappresentare la maggioranza degli immigrati, seguiti da francesi, spagnoli, inglesi e svizzeri. Ecco qualche dato statistico: nel 1862 erano 3.082 su 6.717, nel 1863 4.498 su 10.408, nel 1864 5.435 su 11.682 e così via. Prevalentemente marinai, negozianti, rivenditori di commestibili e giardinieri, gli italiani vivevano in grande economia e ogni anno mandavano ai parenti rimasti in patria circa due milioni e mezzo di lire.
Sotto la presidenza di Bartolomé Mitre - appassionato di cultura italiana e traduttore in spagnolo dell'Inferno dantesco - l'occhio di riguardo per gli immigrati italiani si intensificò ulteriormente. Tanto che a un certo punto il Mitre affidò all'amico Giuseppe Lavarello l'incarico di condurre dall'Italia quanti più emigrati potesse. Da Genova egli sparse in Piemonte, in Lombardia e in Liguria agenti fidati che offrivano gratuitamente il viaggio dal paese di residenza a Genova e da Genova a Buenos Aires. Anche l'assegnazione di terra fu completamente gratuita per parecchi anni.
Mentre il Parlamento e i giornali italiani incominciavano ad occuparsi (favorevolmente o sfavorevolmente, secondo i vari interessi) dell'emigrazione, spesso denunciando polemicamente abusi e inconvenienze, il Lavarello non aveva alcuna difficoltà nel convogliare verso l'Argentina un numero sempre maggiore di connazionali. Come nota puntualmente il Cuneo, «la bontà, l'onestà, il galantomismo rendono questo armatore benemerito nella storia dell'emigrazione italiana. Dove il Lavarello conduce emigranti non si patisce la fame ma si lavora e si guadagna, rendendo frutti morali e materiali all'ospitale Argentina. Lavarello non tradisce né i suoi conterranei né il Mitre: conduce uomini esperti, quali il Mitre li pretende, in terre fertili, come ha promesso agli emigranti».
Accanto a questa corrente migratoria (che potremmo anche definire «arruolata») continua natural-mente quella «volontaria», composta mappa soprattutto da liguri e da lombardi. Gli «arruolati» si dedicano prevalentemente all'agricoltura, mentre i «volontari» prediligono il commercio e l'industria, anche se sbarcano in Argentina più armati di molta buona volontà che di consistenti capitali da investire in qualche impresa.
Tra il 1865 e il 1870 si svolge la guerra tra Argentina, Brasile e Uruguay contro il Paraguay di Francisco Solano López. Gli italiani combattono in prima linea e sono molti quelli che si fanno onore. Come il colonnello Giambattista Ciarlone, ucciso in combattimento; come Antonio Susini, che alla fine del 1870 si stabilì a Genova come rappresentante ufficiale dell'Argentina, e come Romolo Giuffra, della Valle di Cicagna, presso Chiavari, fondatore del Corpo dei fucilieri durante la Campagna paraguayana.
Tra i liguri che si misero in luce in questo periodo possiamo ricordare almeno il farmacista genovese Domenico Parodi, che fece importanti studi sulla yerba mate (dalle cui foglie essiccate si ricava la bevanda nazionale argentina, paragonabile al té per gli inglesi), insegnò botanica all'Università e fu eletto poi presidente della Camera di Commercio argentina di Buenos Aires; padre Girolamo Lavagna di Savona, il primo a studiare la preistoria e l'antropologia delle popolazioni indigene argentine; il capitano genovese Francesco Copello, che fece costruire un piroscafo per il trasporto degli emigranti e creò una colonia nella provincia di Santa Fé, e l'ingegnere Nicola Grondona, che ha legato il suo nome a un ampio «Dizionario Geografico della Repubblica Argentina» dopo aver eseguito numerose carte geografiche e topografiche del paese.
Il censimento del 1869 registra in tutta l'Argentina 158.133 stranieri. Oltre il cinquanta per cento è composto da italiani occupati, oltre che nell'agricoltura e nella navigazione marittima e fluviale, nel commercio, nella vendita di alimentari e nell'edilizia. Quarantamila circa risiedono a Buenos Aires, gli altri in provincia.
Sino a questo momento, come abbiamo già avuto modo di dire, i liguri rappresentavano la parte più consistente dell'immigrazione italiana in Argentina ed erano seguiti a una certa distanza dai lombardi. Ma le cose stanno ora per incominciare a cambiare sensibilmente. L'emigrazione italiana diventerà infatti un vero e proprio fenomeno di massa interessando abbondantemente il Mezzogiorno (anche se gli italiani provenienti dal Sud hanno sempre preferito gli Stati Uniti e il Brasile all'Argentina) oltre alle regioni del Nord. E accanto all'emigrazione «tradizionale» si svilupperà, soprattutto dal Veneto, una strana emigrazione «stagionale» legata all'agricoltura e favorita dal diverso succedersi delle stagioni nell'emisfero australe rispetto all'Europa.

Nella seconda metà del secolo scorso diventano sempre più numerosi gli italiani che abbandonano il proprio paese per cercare lavoro e fortuna altrove, trasferendosi per sempre o per un periodo più o meno lungo all'estero, soprattutto nelle Americhe. L'emigrazione diventa un vero e proprio fenomeno di massa, tanto che dal 1876 al 1909 oltre dieci milioni di persone lasciano l'Italia. Anche se, evidentemente, le statistiche includono «temporanei» e «stagionali» nei loro conteggi e anche se si può calcolare che circa il quaranta-cinquanta per cento sia poi rientrato in Italia dopo un periodo più o meno lungo trascorso all'estero (talvolta una vita intera e in genere senza aver fatto fortuna) la cifra resta più che ragguardevole.
Ai liguri e ai lombardi si uniscono ora, sempre più spesso, i piemontesi e i veneti. Numerosissimi anche i meridionali, che in questo periodo incominciano a lasciare l'Italia pur prediligendo il Brasile e gli Stati Uniti piuttosto che l'Argentina.
Si partiva soprattutto dal porto di Genova e da quello di Napoli. Viaggi lunghi e massacranti, ammassati nelle terze classi, con poca aria, cibo scarso e condizioni igieniche spesso a mala pena tollerabili. E talvolta non mancavano neppure le cocenti delusioni né le truffe organizzate da mediatori senza scrupoli. Eppure, «approfittando» della differenza stagionale tra i due emisferi (quando da noi è inverno in Sud America è la stagione del raccolto) migliaia e migliaia di contadini - soprattutto veneti - affrontarono per anni e anni una pesantissima doppia stagione agricola.
Un fenomeno di massa così imponente non poteva certo lasciare indifferenti editori piccoli e grandi che pubblicarono decine e decine di guide per l'emigrante. «Scopo nostro - avverte una di queste - non è quello di eccitare l'emigrazione o di dirigerla verso questo o quello Stato; ma poiché il fenomeno migratorio si svolge ormai con vicenda assidua e fatale, vorremmo portare il nostro modesto contributo, perché questo esodo si compia almeno in modo più conforme alla dignità umana, e perché riesca proficuo alla madre patria». Ricche di norme generali - si va da notizie sul prezzo del biglietto d'imbarco alle dimensioni dei bagagli («la legge permette per ogni posto intero 100 chilogrammi di bagaglio, purché questo non superi il mezzo metro cubo in volume»), dalla vita di bordo a come depositare o inviare in patria i risparmi e di informazioni specifiche su quei paesi verso i quali era più intenso il flusso migratorio come l'Argentina, gli Stati Uniti e il Brasile, alcune di queste guide divennero veri e propri best sellers.
Quello dell'emigrante divenne quindi una specie di «mestiere» obbligato per quegli italiani che non possedevano altro capitale che le proprie braccia. E non bisogna dimenticare che in genere - salvo le solite eccezioni, naturalmente - tra gli emigranti c'era il maggior numero di analfabeti, il minor numero di operai specializzati e una grande povertà. Basti dire che circa un terzo degli 8507 immigrati italiani sbarcati a Buenos Aires nel primo semestre del 1870 furono affidati all'Asilo dei Poveri che provvide al loro mantenimento mentre una Commissione si occupava di trovare concessioni di terre gratuite o quasi.
Eppure questi uomini contribuirono, con il loro lavoro e con i loro sacrifici, alla nascita di intere nazioni.
«Gli italiani non hanno portato capitale - scriveva con linguaggio colorito Emilio Zuccarini nel suo Il lavoro degli italiani nella Repubblica Argentina, un ampio volume offerto in dono nel 1910 agli abbonati del giornale La patria degli italiani, - ma hanno convertita in attiva una parte della ricchezza passiva che possedeva la Repubblica Argentina e in questo modo si sono accaparrati un posto nel banchetto della vita da essi ammannito alla giovane nazione. Di maniera che una buona parte del lavoro che l'immigrante italiano ha profuso in questo paese in tutte le branche della umana attività, è restato capitalizzato nelle mani dei nostri connazionali che ebbero la percezione sicura di ciò che sarebbe stato il prossimo avvenire, e la passione del possesso della terra, passione viva, flagellante, ardente, che vibra ininterrottamente nell'organismo del nostro lavoratore, e il miraggio che lo spinge nelle regioni più deserte, l'hanno deciso a seppellire i sudati risparmi di un pezzo di campo, sul quale sogna di edificare una casetta, di piantare un frutteto, di coltivare un orto».
Nella seconda metà del secolo scorso l'Argentina intensificò la colonizzazione interna con una sistematica espropriazione, recinzione e distribuzione agli immigrati delle terre degli indios, che verranno decimati con vere e proprie imprese militari come la conquista della Patagonia. La colonizzazione delle campagne portò alla formazione di vaste proprietà destinate all'allevamento e all'agricoltura oltre a un grande sviluppo delle ferrovie (nel 1878 la rete ferroviaria aveva già raggiunto un'estensione di 22.000 km) e a una sensibile espansione demografica. Dai circa ottocentomila abitanti alla caduta del dittatore Rosas (1852) si passò infatti a 1.700.000 nel 1869, a quattro milioni nel 1895 e a otto nel 1914. Merito, naturalmente, della massiccia immigrazione che aumentò costantemente raggiungendo un record di 2.400.000 persone nel decennio 1904-1913. Particolarmente numerosi gli italiani: circa 1.200.000 su circa tre milioni complessivi nel ventennio 1892-1913 anche se dall'unificazione d'Italia è praticamente impossibile cercare di stabilirne statisticamente l'origine regionale.
Elemento prezioso per lo sviluppo economico e sociale della Repubblica Argentina, l'immigrante italiano era del resto spesso citato ad esempio nei documenti ufficiali. Nella seduta del Senato del 24 settembre 1870, per esempio, il presidente Bartolomé Mitre lodò apertamente i coltivatori lombardi e piemontesi e i marinai liguri affermando tra l'altro: «A chi si deve il fenomeno della nostra marina di cabotaggio e il buon mercato dei porti fluviali? Quali sono i marinai che equipaggiano i mille bastimenti che issano sui loro alberi la bandiera argentina? A chi dobbiamo gli equipaggi delle nostre navi da guerra? Sono gli Italiani discendenti dagli antichi Liguri, i compatrioti dello scopritore del Nuovo mondo…».
Nella stessa occasione il Mitre accennò anche ai non meno importanti aspetti economici legati all'immigrazione italiana: «Il venti per cento dei depositi del Banco di Buenos Aires, e cioè una quinta parte, appartiene agli immigrati italiani che a noi offrono questo esempio di capitale accumulato col risparmio (…) per aiutare i parenti lontani o per farli venire alla loro nuova patria». E non a caso il 19 agosto del 1872 fu inaugurato il nuovo Banco de Italia y Rio de la Plata, creato dal genovese Giovan Battista Bacigalupo per offrire ai connazionali in Argentina un istituto sicuro al quale affidare i propri risparmi e agli industriali italiani un mezzo efficace per espandere i loro commerci.
L'8 dicembre del 1872 ebbe finalmente luogo la definitiva apertura dell'ospedale italiano voluto, come abbiamo già avuto modo di accennare, dal genovese Marcello Cerruti giunto nel 1854 come Incaricato d'affari del Regno Sardo. Il successo (ammesso che così si possa chiamare) di questo ospedale fu tale che nemmeno un anno dopo il Console d'Italia dovette rivolgersi alla Municipalità per far rilevare che esso era talmente pieno da non poter contenere neanche un infermo in più!
All'inizio del 1880 la musica italiana furoreggiava a Buenos Aires: i concerti di Giovanni Bottesini e di Nicola Bassi registravano il tutto esaurito al Politeama Argentino e, come scrisse un giornale dell'epoca, «gli uomini più seri parevano impazziti nell'applaudire»; Tamagno furoreggiava al Colon e Stagno all'Opera.
Il 20 marzo del 1881 fu inaugurata la prima «Esposizione Artistica Industriale Operaia Italiana», un'iniziativa molto impegnativa che avrebbe rivelato anche agli osservatori più sprovveduti e disattenti la potenzialità economica e industriale della nostra colonia oltre al notevole contributo degli italiani allo sviluppo dell'Argentina. L'idea era stata lanciata pochi mesi prima dall'«Operaio italiano», un giornale nato nel 1873 a Buenos Aires, e prontamente raccolta e attuata dall'«Unione Operai Italiani».
La Esposizione fu inaugurata dal generale Giulio Roca, da poco eletto presidente della Repubblica Argentina, che tra l'altro disse: «Sempre ho guardato con la più viva simpatia a questa poderosa corrente di immigrazione italiana che viene ad accrescere incessantemente le nostre forze produttive. L'italiano, per altra parte, non è straniero nella Repubblica Argentina, per la libertà della quale versò più volte il suo sangue generoso. (…) Il nostro debito, per altro lato, è grande con voi, italiani. Italiani sono in maggior numero gli agricoltori che coltivano i nostri campi, che equipaggiano le navi le quali hanno posto in comunicazione col mondo i nostri fiumi interni, che abbelliscono le nostre città coi progressi dell'architettura moderna, che di tanto hanno contribuito alla diffusione delle arti nel nostro paese».
Il 25 aprile 1884 fu istituita la Camera Italiana di Commercio ed Arti di Buenos Aires e Domenico Parodi fu nominato presidente. E questo per ricordare soltanto alcuni dei numerosissimi fatti che videro gli italiani tra i protagonisti della vita economica e culturale argentina. E tra loro non mancano certo i liguri (anche se, come abbiamo già avuto modo di ricordare, in questo periodo è sempre più difficile stabilire l'origine regionale dei nostri immigrati a meno che questa sia espressamente indicata in qualche documento ufficiale) come possiamo dedurre da grossi volumi celebrativi come Gli italiani nella Repubblica Argentina, curato dal comitato della Camera Italiana di Commercio ed Arti e pubblicato nel 1898, il già ricordato Il lavoro degli italiani nella Repubblica Argentina di Emilio Zuccarini e Gli italiani in Argentina: uomini ed opere, pubblicato dal giornale La patria degli italiani nel 1928.
In questi volumi, dedicati orgogliosamente a raccontare la vita e le opere di quegli italiani che avevano raggiunto il successo con il loro lavoro, troviamo infatti anche le biografie di parecchi liguri. Sono commercianti, professionisti (soprattutto medici e avvocati), impresari edili e navali. Non mancano i toni deamicisiani come quando di Umberto Macciò, giunto da Chiavari all'età di 28 anni, si scrive che, «sbarcato a Buenos Aires, entrò immediatamente come impiegato in una casa commerciale, iniziando la sua nuova vita con una tenacia di volontà e di sforzi che dovevano condurlo a buon porto.
Trasferitosi in seguito a Mar del Plata anche nella fiorente stazione balneare l'abile e attivo commerciante seppe immediatamente farsi strada, mettendosi in prima linea fra i migliori esercenti locali e acquistando una clientela sceltissima e numerosa. (…). Di sentimenti schiettamente italiani, sempre interessato a partecipare in tutte le iniziative e manifestazioni tendenti a valorizzare l'opera dei nostri connazionali, non negò mai il suo aiuto e il suo consiglio a chi glielo richiese, e tempo e attività egli spese per cooperare alla prospera vita delle nostre associazioni».
Non è certo facile cercare ora di concludere questo breve excursus che ci ha accompagnati, seppur molto sinteticamente, lungo circa quattro secoli alla ricerca dei liguri nella storia della Repubblica Argentina, se non ribadendo ancora una volta il ruolo fondamentale svolto dai liguri e dagli italiani in genere nello sviluppo economico e sociale di questo paese, lontano geograficamente ma sempre vicinissimo ai nostri cuori.

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