Testata Gazzetta
    Pezzi di storia

Gli ascari
di Giuseppe Picca

Il Nastro Azzurro – lug/ago 2011


Negli ultimi decenni del 1800 un avventuriero albanese, Sangiak Hassan, costituì in Eritrea una banda di armati, battezzata col nome pomposo di "Armata Hassan", cartolina ma più nota col nome turco di "Basci Buzuk" (Teste matte), con l'intenzione di mettersi al servizio, novello capitano di ventura, dei signorotti locali sempre in lotta tra di loro.
Nel 1885 il Col. Tancredi Saletta1, comandante del 1° Corpo di spedizione in Africa Orientale, fu autorizzato a comprare l'intera Armata Hassan (armi, mogli e figli compresi) e incominciò a riorganizzarla sul modello dei reparti italiani. Due anni dopo il Magg. Gen. Antonio Baldissera2, nuovo comandante del Corpo di spedizione, inquadrò i Basci Buzuk come soldati regolari alle dipendenze del Ministero delle Colonie.
Dopo ancora due anni, nel 1889, furono costituiti i primi 4 battaglioni eritrei e i soldati furono chiamati Ascari, dall'arabo "Askar" (soldati). In questi reparti gli indigeni componevano soltanto la bassa forza (i quadri erano italiani) e indossavano una divisa con fez rosso e fascia con il colore del battaglione di appartenenza. I battaglioni erano divisi in compagnie, chiamate "orde" (orda è un termine turco che significa "esercito") e queste si articolavano in plotoni detti "buluc".
Per essere arruolati gli ascari dovevano superare una prova di marcia di 60 km, e sottostavano ad una disciplina molto severa esercitata dai loro stessi distintivi graduati, gli "sciumbasci", che largheggiavano nell'uso del "curbasc", uno scudiscio di dura pelle di ippopotamo.
Essi si rivelarono subito soldati coraggiosi e leali, orgogliosi di battersi per l'Italia, abili esploratori ed implacabili esecutori di ordini. La paga giornaliera, alla fine del secolo, era di una lira e mezza: un patrimonio in confronto al reddito del resto della popolazione.
Ben presto gli ascari furono impiegati in conflitti armati. Dopo i facili successi conseguiti dal Col. Arimondi3 ad Agordat, e dal Gen. Baratieri4 a Cassala, a Coatit e a Senafè, nel cuore del Tigrai5, si giunse alla sanguinosa sconfitta di Adua (1 marzo 1896) dove, accanto alle truppe italiane, combatterono 4000 ascari: 1000 caddero sul campo, 1200 furono feriti, 800 furono fatti prigionieri. Gli altri, a fatica, rientrarono in Eritrea.
Poiché gli ascari venivano reclutati in varie aree, tra quelli presi prigionieri vi erano sudanesi, somali, dancali, musulmani della costa, ed anche quelli originari del Tigrai. Questi ultimi venivano considerati disertori dagli abissini e furono perciò puniti in conseguenza, secondo la dura legge del "Fetha Nagast", che consisteva nel taglio della mano sinistra e del piede destro. Tutti gli altri furono risparmiati. Si disse che a volere infliggere la crudele punizione fosse la "sanguinaria" Taitù6; molto più presumibilmente furono il Consiglio dei Capi o l'Abuna Matteos. Ai 406 mutilati che tornarono in Eritrea fu concessa una pensione vitalizia di 1000 lire.
All'inizio gli ascari furono impiegati solo come fanteria leggera; dal 1922 furono costituiti anche reparti dotati di autoblinde ed unità cammellate (meharisti). Col passare degli anni crebbe il numero degli ascari reclutati e dei compiti loro assegnati, tra gli altri anche la lotta al commercio degli schiavi7. A partire dal 1932 furono impiegati in Libia per mantenere l'ordine nella nuova colonia. Nel 1935 furono i protagonisti della cavalleria guerra in Etiopia dove ne furono impiegati ben 60.000; e raggiunsero il numero di 256.000, all'inizio della seconda guerra mondiale.
Nel 1940, contro i britannici, il loro comportamento nell'assedio dell'Amba Alagi, in Africa Orientale Italiana, merita di essere ricordato. Quando infatti il Duca d'Aosta, Vicerè d'Etiopia, vista l'imminenza del totale esaurimento delle munizioni, autorizzò la loro smobilitazione e il loro ritorno a casa per evitare una lunga detenzione da parte britannica, la grandissima maggioranza degli ascari preferì rimanere accanto ai loro ufficiali, combattendo strenuamente fino alla inevitabile resa finale. Per il valore dimostrato in guerra dagli ascari, furono concesse due Medaglie d'Oro al Valor Militare alla bandiera del Corpo delle Truppe Indigene, ed altre due furono concesse al gagliardetto del IV btg. eritreo "Toselli"8.
Con la fine del 2° conflitto mondiale è finita, almeno per l'Italia, l'epopea coloniale. Ne è rimasto solo il ricordo: non c'è una città italiana che non abbia una strada, una piazza intitolata ad Addis Abeba o a qualche altra località africana dove più cruenta fu la lotta, più amara la sconfitta, più fulgida la vittoria. E non mancano le vie intitolate ai comandanti italiani che supplirono col coraggio e il valore personale, alle ingerenze dei politici, agli ordini contraddittori, ai mezzi e alle risorse concessi col contagocce e furono, nel bene e nel male, i protagonisti dell'avventura coloniale.
Dal 1950 il Governo italiano ha concesso agli ascari superstiti una pensione (attualmente è di 100 € l'anno, 200 agli invalidi), non reversibile perché molti hanno più di una moglie. La pensione viene distribuita agli aventi diritto dalle Ambasciate italiane, ma ogni anno diminuisce sempre di più il numero di coloro che si presentano a riscuoterla; nel 2006 ne rimanevano ancora 260.


1  Il Col. Tancredi Saletta (Torino 1840 - Roma 1909) comandante della spedizione a Massaua (25 febbraio 1885), ne divenne governatore a dicembre. Promosso Generale di Brigata, vi ritornò con la spedizione di S. Marzano per vendicare il massacro di Dogali e ricoprì di nuovo il ruolo di governatore fino ad ottobre. Nel 1896 divenne capo di Stato Maggiore dell'Esercito, ed in seguito Senatore del Regno.
2  Il Gen. Antonio Baldissera (Padova 1838 - Firenze 1917) era un ufficiale austriaco entrato nell'esercito italiano nel 1867. Promosso Maggior Generale nel 1887, assunse l'anno successivo il comando del corpo di occupazione in Eritrea. Sconfitto il Negus Giovanni ed occupate le zone interne, nel 1890 rientrò in Italia per dissensi col Capo del Governo Crispi. Dopo la sconfitta di Adua, tornò in Eritrea e procedette con mano ferrea al riordinamento della colonia.
3  Il Gen. Giuseppe Edoardo Arimondi (Savignano 1846 - Adua 1896) ebbe da colonnello il comando delle Truppe d'Africa in Eritrea (1892). Sconfisse i dervisci ad Agordat (21 dicembre 1893) e partecipò alle operazioni militari di Cassala (1894), Coatti e Senafè (1895). Sostenitore di una strategia offensiva, ebbe contrasti con il Gen. Baratieri (che propendeva per una strategia temporeggiatrice); caldeggiò l'attacco immediato ad Adua dove cadde in battaglia (1 marzo 1896).
4  Il Gen. Oreste Baratieri (Condino - Trento - 1841; Vipiteno - Bolzano - 1901) partecipò alla spedizione dei Mille e alle guerre coloniali. Tenente Generale in Africa (1893), fu governatore dell'Eritrea. Ritenuto responsabile delle sconfitte di Amba Alagi (1895), Macallè (1896) e Adua (1896), venne processato e assolto.
5  Il Tigrai (o Tigrè) è una regione dell'Etiopia settentrionale di 64.921 kmq, con 3.593.000 abitanti (dati del 1999) al confine con l'Eritrea. Il capoluogo è Macallè; altri centri sono l'antica capitale Adua, e Axum, culla dell'antica civiltà etiope.
6  La propaganda italiana attribuì all'imperatrice Taitù il termine del tutto immeritato di "sanguinaria". In realtà si trattava di una donna colta, intelligente, forte e coraggiosa, dotata di notevoli capacità politiche. Nata intorno al 1857 da una antica famiglia etiope, imparentata con la dinastia salomonica, dopo 4 matrimoni falliti, sposò re Menelik di Sheva e divenne imperatrice quando il re nel 1889 fu proclamato imperatore. Per generale riconoscimento ebbe un notevole potere politico a corte. Profondamente sospettosa nei confronti dell'Italia, fu protagonista nelle trattative che sfociarono nel Trattato di Uccialli (2 maggio 1889) condotte per l'Italia dal conte Pietro Antonelli (sottosegretario agli esteri). Oltre che in politica, l'imperatrice dimostrò capacità militari non comuni: fu lei che suggerì come far capitolare, a Macallè, il presidio del Magg. Galliano; e fu ancora lei, nella battaglia di Adua, a comandare coraggiosamente a cavallo un reparto di cannonieri. Pur essendo stata (così si disse) l'amante del conte Antonelli, fu sempre nemica dell'Italia. Ma aveva il dovere di esserlo! Lasciamo all'Etiopia contemporanea il diritto di farne una eroina. Noi le dobbiamo almeno il rispetto. Dal 1914 l'imperatrice riposa ad Addis Abeba accanto a suo marito, morto l'anno prima.
7  In quegli anni era molto in voga una canzone bella ma triste, "Le carovane del Tigrai", dedicata al turpe commercio degli schiavi lungo le piste carovaniere dell'Etiopia.
8  Il Magg. Pietro Toselli (Peveragno, Cuneo 1856 - Amba Alagi 1895) comandante del IV battaglione indigeno, incaricato nel 1895 di comandare l'avanguardia del Gen. Arimondi nelle operazioni offensive contro l'Etiopia, fu circondato sull'Amba Alagi da 30.000 abissini guidati da ras Maconnen, rimanendo isolato. Rifiutata la resa, cadde con la maggior parte dei 2.500 ascari alle sue dipendenze (solo 300 si salvarono). Da quel giorno gli uomini del IV battaglione, cui fu dato il nome "Toselli", portarono in segno di lutto la fascia nera. Solo nel 1936, quando l'Amba Alagi fu riconquistata dalle forze italiane, la fascia nera fu tolta.

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