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Le società segrete

Il Nastro Azzurro – gen/feb 2011

Nel periodo risorgimentale sorsero in tutta Europa ed in particolare in Italia numerose società segrete, alcune senza apparenti obiettivi politici, altre più marcatamente orientate a fini di cambiamento politico da ottenersi anche con mezzi violenti e sovversivi.
Il loro contributo non fu essenziale, ma comunque esse influirono sullo sviluppo degli eventi risorgimentali, se non altro, perché contribuirono a creare il clima giusto in cui l'anelito alla libertà ed all'indipendenza italiani sarebbe poi sfociato nelle guerre d'indipendenza.
Di seguito ne analizziamo le più importanti: la Massoneria, la Carboneria e la Giovine Italia di Mazzini.

La massoneria

massoneria La Massoneria ha origini che si riferiscono ai Rosacroce

Quando si parla dell'influenza che la Massoneria avrebbe avuto sul Risorgimento si contrappongono due tesi opposte. Per alcuni - sia massoni, sia avversari della Massoneria - il Risorgimento è il risultato di opera diretta e fondamentale della Massoneria. Per altri, essa non ha avuto alcun ruolo nel Risorgimento e la tesi contraria deriva o da vanterie infondate di massoni poco informati o da "teorie del complotto" dei loro nemici. Come spesso avviene nella realtà, la verità sta nel mezzo.
La Massoneria nasce nel 1717 a Londra al termine di un processo, sviluppatosi durante tutto il Seicento, come risultato dell'infiltrazione di elementi esoteristi, che si riferivano prevalentemente ai Rosacroce, nelle corporazioni di origine medioevale e cattolica dei liberi muratori (freemasons in inglese, da cui i nostri "frammassoni" e "massoni"). Le antiche corporazioni di mestiere sono così trasformate in organizzazioni filosofiche che diffondono, tramite un rituale, una mentalità nella quale non sono previsti dogmi né principi non negoziabili. La conoscenza della verità, nella filosofia come nella morale, si raggiunge sempre e solo col consenso e con la libera discussione. Questo metodo massonico è sostenuto in alcune logge dal razionalismo di tipo illuminista, in altre da un esoterismo che insegue l'unità trascendente e segreta di tutte le religioni.
Il prototipo del massone è un uomo libero, rispettoso delle leggi, che non si espone a scandali né, a maggior ragione, li provoca, disponibile al dialogo ed aperto verso l'umanità, pronto a raggiungere un grado di consapevolezza superiore mediante la meditazione, la cultura e l'approfondimento della natura umana, generalmente, anche se non necessariamente, credente. Solo di recente e solo in alcune logge, sono state ammesse alla Massoneria le donne.
Eppure, a prescindere dall'esito, la Chiesa Cattolica, che crede invece nei dogmi e proclama i principi morali come non negoziabili, condanna nella Massoneria il metodo che conduce inevitabilmente al relativismo. La prima condanna della Massoneria fu pronunciata da Papa Clemente XII nel 1738. L'attualmente vigente "Dichiarazione sulla Massoneria" della Congregazione per la Dottrina della Fede, presieduta dall'allora cardinale Ratzinger e controfirmata da Papa Giovanni Paolo II nel 1983, afferma che "i fedeli che appartengono alle associazioni massoniche sono in stato di peccato grave e non possono accedere alla Santa Comunione". In pratica, il giudizio della Chiesa sulla Massoneria non è mai cambiato.
In Italia la Massoneria è presente fin dal Settecento, sia nella sua "corrente calda" esoterica sia nella "corrente fredda" razionalista. Il suo autentico boom avviene nel periodo napoleonico, quando in Italia si arriva, secondo una stima per difetto, a 250 logge con circa ventimila massoni. Troppo legata a Napoleone, la massoneria italiana è quindi coinvolta nella sua caduta e alla Restaurazione è vietata in tutti gli Stati della penisola. Sarà formalmente ricostituita solo nel 1859 a Torino con la Loggia Ausonia, cui segue la fondazione del Grande Oriente d'Italia guidato da Costantino Nigra, un uomo politico vicinissimo a Cavour. Il Risorgimento sembrerebbe dunque avvenuto in gran parte in un periodo (1815 - 1859) in cui la Massoneria in Italia non era presente.
Eppure non è possibile affermare che la Massoneria non ha avuto a che fare con il Risorgimento per tre buoni motivi. Innanzitutto, molti protagonisti del Risorgimento erano affiliati a logge straniere e sembra che la Massoneria inglese, generalmente molto vicina alla corona, per ragioni soprattutto politiche, e forse anche di avversione alla Chiesa Cattolica, abbia un ruolo importante nelle vicende risorgimentali. Un altro caso emblematico è Giuseppe Garibaldi che, una volta ricostituita la Massoneria italiana, sembra che ne fosse diventato Gran Maestro.

simbolo Simbolo massonico

In secondo luogo, operavano in Italia altre società segrete, la più importante delle quali era la Carboneria che, nonostante l'uso, specie nei gradi più bassi, di simboli cristianeggianti, avevano molto in comune con la Massoneria al punto da far sorgere il sospetto che si trattasse di logge massoniche coperte o quanto meno che annoverassero tra gli adepti della Carboneria molti massoni o ex massoni.
Terzo, ed è l'aspetto più importante, i ventimila massoni dell'epoca di Napoleone non erano tutti morti o andati in esilio, erano l'élite della borghesia e della nobiltà laica e anticlericale, e la loro mentalità generale costituiva una sorta di Massoneria senza logge.
Quindi, mentre l'ideale dell'unità d'Italia era coltivato anche in un senso certamente non massonico da cattolici come i beati Rosmini e Faà di Bruno, la Massoneria, con o senza logge, avrebbe impresso il suo marchio quantomeno culturale sul Risorgimento, che è cosa diversa dall'unità.
L'ingegneria sociale che costruisce nazioni a tavolino, tipica idea della Massoneria fin dalle antiche utopie dei Rosacroce, starebbe dietro al metodo risorgimentale di Cavour che, per raggiungere l'unità politica, avrebbe costruito un Paese a tavolino, in laboratorio, senza tenere conto dei suoi localismi per i quali la soluzione federale, ancora oggi inseguita e riproposta, sarebbe stata di gran lunga da preferirsi al centralismo e allo statalismo che furono invece perseguiti.
Questa visione essenzialmente negativa dell'influsso massonico sul Risorgimento è sicuramente da rigettarsi, poiché non corrisponde né alla verità storica, né alle sia pur notevoli possibilità di intervento della Massoneria stessa. Il Regno di Sardegna, molto piccolo al confronto dell'impero asburgico, sembrava destinato non solo a non avere successo, ma a finire stritolato in un confronto militare, eppure ad esso ha arriso un successo che ha dell'incredibile. Se si vuol'essere più critici, è ancora più incredibile che al termine della battaglia di Novara, con la quale si è conclusa male la prima guerra di indipendenza, Radetzky non abbia continuato l'avanzata fino a Torino annettendosi lui per l'Austria il regno sabaudo!
Intervento massonico? Non è credibile. Piuttosto, si tratta della consapevolezza di provocare un intervento di tutte le altre potenze europee che giocavano da secoli una politica basata su equilibri instabili e su mosse tese ad avvantaggiarsi un po' alla volta degli svantaggi altrui ed a contenere gli eccessi di taluno, visti come svantaggi eccessivi di tutti gli altri. Qui la Massoneria non poteva giocare alcun ruolo, proprio perché, essendo diffusa in tutta Europa, non poteva mettersi contro se stessa a favore dell'una o dell'altra casa regnante.
L'unico credito risorgimentale che può, con una certa sicurezza, essere dato alla Massoneria, quindi, è di aver esportato i propri rituali di segretezza in altre società segrete, molto più politicizzate e molto più orientate verso l'unità d'Italia, prima fra tutte la Carboneria.

La carboneria
Il nome "Carboneria" derivava dal simbolismo del mestiere dei carbonai adottato dai suoi associati. Gli iscritti erano inizialmente chiamati "apprendisti", non conoscevano tutte le attività e gli scopi della società, solo in seguito diventavano "maestri", e dovevano impegnarsi a mantenere il più assoluto riserbo, pena la morte. L'organizzazione, di tipo gerarchico, era molto rigida: i nuclei locali, detti "baracche", erano inseriti in agglomerati più grandi, detti "vendite", che a loro volta dipendevano dalle "vendite madri" e dalle "alte vendite".

carboneria Arresto di Silvio Pellico e Pietro Maroncelli

La Carboneria aspirava soprattutto alla libertà politica e a un governo costituzionale. Gli iscritti, appartenenti in gran parte alla borghesia e alle classi sociali più elevate, si erano divisi in due logge: quella civile, destinata alla protesta pacifica e alla propaganda, e quella militare, destinata alle azioni di guerriglia.
Tra di essi, famosi Silvio Pellico, Antonio Panizzi, Giuseppe Mazzini da giovane, Ciro Menotti, Nicola Longo, Giuseppe Falla, Piero Maroncelli, Napoleone Luigi Bonaparte, che morì a Forlì nel 1831, Carlo Bianco di San Jorioz e Federico Confalonieri.
Nata inizialmente come forma di opposizione alla politica filo-napoleonica di Gioacchino Murat, la Carboneria fece successivamente proseliti in Francia ed in Spagna, puntando sulle libertà politiche e sulla concessione della costituzione nei paesi d'Europa.
Caduto Murat, essa lottò contro il re Ferdinando I delle Due Sicilie. Dopo il Congresso di Vienna, il movimento assunse un carattere patriottico e marcatamente anti-austriaco e si diffuse anche nel Nord Italia, soprattutto in Lombardia ed in Romagna, grazie in particolare all'opera del forlivese Piero Maroncelli.
I carbonari si dichiaravano favorevoli all'indipendenza italiana, ma non accennavano minimamente all'eventuale governo che avrebbe dovuto guidare l'Italia libera. Tale ambiguità terminerà solo quando, a seguito di una lunga sequela di disfatte militari, alcuni carbonari ripensarono il problema della libertà con una prospettiva più ampia mirante ad una azione comune e alla formazione di una nazione italiana unita.
La Carboneria passò per la prima volta dalle parole ai fatti nel 1820 a Napoli con le rivolte capeggiate da Michele Morelli e Giuseppe Silvati, ufficiali dell'esercito borbonico che marciarono da Nola verso il capoluogo campano alla testa dei loro reggimenti della cavalleria ottenendo dal re Ferdinando I una nuova carta costituzionale e l'adozione di un parlamento.
I carbonari piemontesi, galvanizzati dal successo napoletano, marciarono verso la capitale del Regno di Sardegna guidati da Santorre di Santarosa, ed il 12 marzo 1821 ottennero la costituzione democratica.
A febbraio 1821 la Santa Alleanza inviò nel sud un esercito che sconfisse gli insorti, numericamente inferiori e male equipaggiati. In Piemonte il re Vittorio Emanuele I abdicò a favore del fratello Carlo Felice di Sardegna che chiese all'Austria di intervenire militarmente: l'8 aprile l'esercito asburgico sconfisse i rivoltosi. I primi moti della Carboneria si erano chiusi in modo fallimentare.
Il 13 settembre 1821 con la bolla Ecclesia a Iesu Christo, il papa Pio VII condannò la Carboneria come società segreta di tipo massonico e i suoi aderenti furono scomunicati.
Sconfitti ma non battuti, i carbonari parteciparono nel 1830 alla rivoluzione di luglio che sostenne la politica del re liberale Luigi Filippo di Francia: sulle ali dell'entusiasmo per la vittoriosa sollevazione parigina, anche i carbonari italiani presero le armi contro alcuni stati centro-settentrionali, e in particolare lo Stato Pontificio e il ducato di Modena. Nel capoluogo emiliano Ciro Menotti cercò il sostegno del duca Francesco IV di Modena concordando che egli divenisse Re dell'Alta Italia: il duca fece il doppio gioco e Menotti fu arrestato il giorno prima della data della sollevazione. Francesco IV fece condannare a morte lui e molti altri carbonari.
Nello stato della Chiesa la rivolta partì nel febbraio del 1831 dalle città di Bologna, Reggio Emilia, Imola, Faenza, Ancona, Ferrara e Parma dove i cittadini, aiutati dai carbonari, innalzarono la bandiera tricolore e istituirono un governo provvisorio. Un corpo di milizia volontaria, che avrebbe avuto nell'intenzione dei carbonari il compito di marciare su Roma, fu massacrato dalle truppe austriache chiamate in soccorso da Papa Gregorio XVI.
Anche questa sollevazione, soffocata nel sangue, fece capire a molti carbonari che militarmente, soprattutto se da soli, non avrebbero potuto competere con una grande potenza come l'Austria. Giuseppe Mazzini, uno dei carbonari più acuti, fondò una nuova società segreta chiamata Giovine Italia nella quale sarebbero confluiti molti ex aderenti alla Carboneria che, ormai quasi senza sostenitori, riuscì a sopravvivere stancamente, senza svolgere altre azioni, fino al 1848.

La Giovine Italia
Nel 1831 Mazzini si trovava a Marsiglia in esilio dopo l'arresto e il processo subito l'anno prima in Piemonte a causa della sua affiliazione alla Carboneria. Qui entrò in contatto con i gruppi di Filippo Buonarroti e col movimento sainsimoiano allora diffuso in Francia. Con questi avviò un'analisi del fallimento dei moti del 1831 nei ducati e in Romagna. Ne desunse un nuovo programma politico che lo portò a fondare la "Giovine Italia" (o Giovane Italia), un'associazione politica, insurrezionale e segreta, il cui programma veniva pubblicato su un periodico con lo stesso nome. L'obiettivo era trasformare l'Italia in una repubblica democratica unitaria, secondo i principi di libertà, indipendenza e unità, destituendo i governi dei precedenti stati preunitari. Gli adepti dell'associazione utilizzavano come pseudonimo il nome di personaggi del Medio Evo italiano. La Giovine Italia
Entusiastiche adesioni al programma della Giovane Italia si ebbero soprattutto tra i giovani in Liguria, in Piemonte, in Emilia e in Toscana che si misero subito alla prova organizzando negli anni 1833-1834 una serie di insurrezioni che si conclusero tutte con arresti, carcere e condanne a morte.
Nel 1833, la Giovine Italia organizzò il suo primo tentativo insurrezionale che aveva come focolai rivoluzionari Chambéry, Torino, Alessandria e Genova dove contava vaste adesioni nell'ambiente militare. Ma prima ancora che l'insurrezione iniziasse la polizia sabauda aveva già scoperto e arrestato molti dei congiurati. Tutti subirono un processo dal tribunale militare, e dodici furono condannati a morte, fra questi anche l'avvocato Andrea Vochieri, amico personale di Mazzini e capo della Giovine Italia di Genova, l'abate torinese Vincenzo Gioberti e i fratelli Giovanni e Jacopo Ruffini, quest'ultimo pur di non tradire si uccise in carcere mentre altri riuscirono a salvarsi con la fuga.
Il fallimento del primo moto non fermò Mazzini, convinto che era il momento opportuno e che il popolo lo avrebbe seguito. Da Ginevra, assieme ad altri italiani e alcuni polacchi, organizzò un'azione militare contro lo stato dei Savoia. A capo della rivolta aveva messo il Generale Gerolamo Ramorino, reduce dei moti del 1821, che però si era giocato i soldi raccolti per l'insurrezione e di conseguenza rimandava continuamente la spedizione, tanto che quando il 2 febbraio 1834, si decise a passare con le sue truppe il confine con la Savoia, la polizia ormai allertata da tempo, disperse i rivoltosi con molta facilità.
Nello stesso tempo Giuseppe Garibaldi, che si era arruolato nella marina da guerra sarda per svolgere propaganda rivoluzionaria tra gli equipaggi, avrebbe dovuto guidare l'insurrezione di Genova, ma sul luogo convenuto per iniziare l'insurrezione non trovò nessuno e si salvò dalla condanna a morte emanata contro di lui, fuggendo all'estero.
Mazzini, espulso dalla Svizzera, si rifugiò in Inghilterra dove continuò la propria azione politica attraverso discorsi pubblici, lettere e scritti su giornali e riviste, sostenendo a distanza il desiderio di unità e indipendenza degli italiani.
Anche se l'insuccesso dei moti fu assoluto, sembra che questi eventi abbiano influenzato la linea politica di Carlo Alberto rendendola meno dura per evitare rischi di reazioni eccessive contro la monarchia.
Dopo i processi in Piemonte e il fallimento della spedizione di Savoia, l'associazione scomparve per quattro anni, ricomparendo solo nel 1838 in Inghilterra quando la Giovine Italia entrò a far parte della nuova associazione politica mazziniana, la Giovine Europa (1834-1836), assieme ad altre associazioni simili come la Giovine Germania, la Giovine Polonia e la Giovine Francia.
Dieci anni dopo, il 5 maggio 1848, l'associazione fu definitivamente sciolta da Mazzini che fondò, al suo posto, l'Associazione Nazionale Italiana.

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