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Pescia, storia di famiglia con giallo

Una storia affascinante, quella raccontata dallo storico rapallese Arturo Ferretto in una serie di articoli sul settimanale "Il Mare", negli anni '40, che riportiamo in calce.

Pescia I Gervasio I Barone d'Irosa

Inizia nel 1231, quando Montanario, dell'antica famiglia nobiliare Doria e padre del più celebre condottiero e poeta Percivalle, cede a Ugo Pesce ed altri le terre di San Marco D'Urri, frazione del Comune di Neirone: questo oltre 200 anni prima che nascesse il famoso Andrea Doria.
Il racconto di Ferretto si interrompe a fine '800 e manca di un capitolo che si tinge di giallo e sarà risolto da una sentenza del Tribunale di Genova.
Oggetto della contesa esaminata dal Tribunale un titolo oggi desueto, quello di "barone e marchese d'Irosa": località del Comune di Petralia Sottana in Sicilia. Una nobiltà di origine feudale: il 30 gennaio 1670 Gervasio Pescia fu Gerolamo acquista il feudo di Irosa e il relativo titolo di barone e il 24 novembre 1696 il re Carlo II d'Asburgo (re di Spagna e, tra gli altri, di Sicilia) concede il titolo di marchese d'Irosa a Girolamo Pescia di Gervasio.
Le cose si complicano quando Francesco Crovara Pescia IX, il 7 maggio 1833, vende il feudo e la baronia a Nicolò Pottino e il 18 gennaio 1863 anche il titolo di marchese (riconosciuto con Regie Lettere Patenti del 24 febbraio 1899).
La situazione si ingarbuglia ulteriormente quando il 30 gennaio 1908 la signora Giovanna Abramo, vedova di Ignazio Crovara Pescia XI, dona ad Armando Parodi i titoli di barone e di marchese d'Irosa.
Suo figlio Vincenzo contesta la donazione "dicendola fatta unicamente per disprezzo, ed odio verso di lui, sostenendola illegittima, abusiva e nulla" e coinvolge pure Nicolò Pottino (nipote del precedente omonimo) con il quale si era scontrato in precedenza.
I pretendenti sono dunque tre: Armando Parodi, Vincenzo Pescia (padre dell'amico di Arturo Ferretto), Nicolò Pottino. sentenza
Il Tribunale Civile e Penale di Genova, Sezione 2, è investito della diatriba e, con sentenza del 30 dicembre 1908, "Dichiara competere unicamente al Vincenzo Crovara Pescia il diritto ai titoli di Barone e Marchese d'Irosa in dipendenza del fidecommesso disposto dal suo autore Gervasio Pescia I".
In sostanza il Tribunale riconosce nulle sia la vendita a Pottino sia la donazione a Parodi: il fedecommesso, infatti, consiste in una disposizione testamentaria che obbliga l'erede a conservare i beni ricevuti (con l'obiettivo, soprattutto, di mantenere il potere della famiglia).

I "Pescia" di Rapallo, Baroni e Marchesi a Palermo
di Arturo Ferretto

Il Mare – 194x

Coloro, che diventano genealogisti improvvidi, hanno il mal vezzo di accomunare tutte le propagini delle principali famiglie in un fascio, dando ad esse la stessa culla d'origine, massime quando si tratta di cognomi altosonanti in qualche plaga dell'Italia nostra.
Dare la stessa scaturigine ai Caraffa di Rapallo e agli omonimi napoletani, Duchi di Andria e blasonati in mille modi, sarebbe perdere addirittura le staffe.
Lo stesso dicasi della famiglia Pesce, in mezzo a noi Pescia, che già nel secolo XIII trovasi diffusa a Rossiglione, ad Ovada, a Pegli e Sestri Ponente.
Questi dell'Acquesana e della Riviera Occidentale conservarono inalterato nei documenti latini il cognome di Piscis, e nella sua esatta versione Pesce.
I nostri invece in origine Piscis, o Pesce, nella versione, si cambiarono in Pescia, e continuano ancora nella parrocchia di S. Ambrogio di Corna, nell'alta Fontanabuona.
Il primo, che rintraccio negli atti del notaio Simone de Palazzolo, che arricchiscono una grande categoria del R. Archivio di Stato, chiamata Notari Ignoti, scomposti dal bombardamento francese del maggio 1684, e che io ebbi la fortuna di riordinare, rimonta al 30 maggio del 1231.
Sotto tal data Montanario Doria, padre al noto trovatore Percivalle, rimette a Oberto Martello, ad Ugo Pesce ed a Giovanni Ventura le sue terre, poste in la valle, confinanti col fossato di Acquabona.
Col nome nella valle indicasi tuttora la località di S. Marco d'Urri, nella Fontanabuona, e questa cessione, o remissione, veniva fatta in Cicagna sub cerros plebis, cioè sotto un albero di cerro, che ombreggiava il piazzale della Pieve matrice, sacra al Battista, e sotto il quale si asserragliavano gli uomini del Piviere, che estendevasi da Soglio a Moconesi e Cornia, e da Coreglia alla Serra, da Favale a Verzì, per eleggere i loro Consoli, i loro Campari, i loro Sindaci, per pronunciare il giuramento di fedeltà ai podestà di Rapallo, che esercitavano la giurisdizione su tutta la vallata, e per le loro differenti bisogna.
Quante osservazioni possono zampillare da un atto arido e scheletrico!
Il 30 aprile del 1240 (come in atti di detti Notari Ignoti) Pietro de Agneto, della Valle di Borbera, vende a Buongiovanni de Solexeto alcuni appezzamenti di terreno nella località chiamata Solexeto, posta nella Pieve di Cicagna, confinanti colla terra della chiesa di Sotanego e con quelle di Bonsignore di Cornia, e ne vende altre nei luoghi chiamati taliolo, spinosa, forca, capona, ursacina, susinella, taiaico, cantuario, confinanti colle terre del fu Ugo Pesce.
L'Ugo Pesce era già morto, ed occorrerebbe per noi un pratico dei luoghi per identificare queste località, sottoposte alla Piove di Cicagna, e tanto utili alla toponomastica ligure.
Io conosco soltanto che Sotanego è una frazione di Cornia, dove il popolo ricorda tuttora l'esistenza della parrocchia antica, traslata poi più in basso, e forse non do in errore pensando che le località sopracitate devonsi ricercare nell'ambito della parrocchia di Cornia, dove il primo dei Pesce, o Pescia, possedeva le terre avite.
Le relazioni non mai interrotto tra la valle di Fontanabuona e Rapallo hanno inviato a noi non poche famiglie, quali i Pendola, i Macchiavello, i Nosilia, i Queirolo, i Vallebella, gli Agrifoglio ed altre ancora, e attratti dal commercio giungevano al mercato di Rapallo colle loro derrate i nostri Fontanini, indugiandovi, e ripartendo a loro talento, onde non appare strano se, Sotto la data del 12 febbraio del 1259 (in atti del notaio Giovanni de Amandolesio) rintraccio che Nicolosio del fu Ugo Pexia è teste ad una locazione di terre, fatta da Guglielmo Figallo, lo stesso che già fabbricante di navi per S. Luigi, re di Francia, ora, ritiratosi in patria, godeva il frutto dei suoi lavori.
Non posso affermare se detto Nicolosio abbia trasportato del tutto i suoi penati a Rapallo, perché nei numerosi parlamenti, ove son elencate tutte le famiglie di Rapallo della seconda metà del secolo XIII non trovo alcun Pescia partecipare alla vita cittadina, né tampoco a nessuna delle numerose battagliole, o guerriglie, che fervevano, durante lo sfrenarsi del turbine guelfo e ghibellino. Solo per trovarne uno, devo ricorrere agli atti del notaio Quilico de Naa, ove, al 6 ottobre 1367, Antonio de Pexa di Rapallo del fu Giovanni chiamasi patrono d'un leudo, esistente nel porto di Genova.
I Pescia, ormai domiciliati a Rapallo, mantengono in alto il prestigio della nostra marineria.
Gli atti del notaio Battista Chichizola, che conservansi all'Archivio Distrettuale di Chiavari, sotto la data del 18 giugno 1505 registrano le ultime volontà di Raffaele Pescia del fu Bertone, che desidera essere sepolto nella chiesa di S. Stefano di Rapallo, beneficando largamente il figlio Giovanni; gli atti del notaio Giacomo Romairone, che fu cancelliere della curia di Rapallo, ci rivelano che il 23 ottobre del 1539 Agostino Pescia del fu Giacomo, alla presenza di Pietro Turbino-Spinola, podestà di Rapallo, emancipava il figlio Battista.
La parrocchia ed il campanile esercitano il loro fascino. Uno dei titolari della chiesa, San Gervasio, non solo fregerà la poppa delle galee, dei leudi e delle tartane per cedere poi il posto onorifico a N. S. di Monte Allegro, ma pel battesimo ai pargoli rapallesi vien posto detto nome gloriato e glorioso.
Nei Pescia il nome di Gervasio vivrà in eterno.
Il 9 maggio dol 1551 (tanto tolgo dagli atti del notaio Antonio Salvago Della Chiesa) Barbara, vedova di Antonio Forno e figlia del fu Francesco Spinola, loca a Gervasio Pescia del fu Bartolomeo una terra con casa in Rapallo, nella località chiamata a lo fossato di Borzoli.
A detto ramo appartengono Giovanni Pescia del fu Bartolomeo il quale insieme al figlio Gervasio ed alla figlia Bianca vedova di Gio. Battista Cagnone il 5 dicembre del 1591 conseguiva il possesso dei beni spettanti al Cagnone, beni, che il 29 gennaio dell'anno successivo venivano redenti dai loro figli Giacomo e Gio. Agostino Cagnone, come risulta dagli atti del notaio Agostino Chichizola.
Giovanni Poscia del fu Bartolomeo avea osato fabbricare in glorea usaris, cioè alla spiaggia, poco lungi dal ponticello Stella, nella località Stella, a e Nagge, il quartiere prediletto dei pescatori e dei marinai rapallesi.
Avea fabbricato, senza chiedere il permesso ai Padri del Comune di Genova, ai quali spettavano i diritti di tutte le spiagge del genovesato, sicché essi lo condannarono alla multa di cento scudi.
La condanna porta la data dell'undici giugno del 1593 e trovasi tra i Decreti dei P.P. del Comune all'Archivio del Municipio di Genova.
Il figlio Gervasio era in Rapallo il mercante all'ingrosso, e il 22 gennaio del 1594 acquista trenta barili di sardene ed undici barili di acciughe salate per cederli ai bottegari di Rapallo, che doveano vendere la merce al minuto.
Un assassinio portò il singulto e la gramaglia nel casato Pescia e la vittima fu appunto il nostro Gervasio.
Il 26 gennaio del 1596 il Doge e i Procuratori della Serenissima scrivevano in tal modo a Pellegro D'Oria, degente in Milano:
«La notte del 14 dicembre 1594 molti uomini di mala vita armati di archibugi et altre armi entrarono con violenza nella casa di un certo Gervasio Pescia posta a Rapallo et esso ucciso, portarono via più di 1500 scudi col fratello prigione per il che furono fra li altri processati e condannati in contumacia in pena capitale dal Commissario di Chiavari Rollandino del Connio e Rosso di Petra, li quali intendiamo essere stati presi e condotti prigioni a Bobbio».
Il Senato incaricava il D'Oria ad esperire tutte le pratiche col Governatore di Milano per l'estradizione degli assassini.

L'assassinato Gervasio Pescia avea due fratelli, Gregorio e Paolo. Sui primordi del 1602 Gregorio Pescia era consigliere della Comunità di Rapallo, ed essendo assente era surrogato nelle sue mansioni dal fratello Paolo.
L'undici ottobre 1608, istruendosi in Rapallo un processo, Battista Briandata del fu Lanfranco, si esaminava nel modo seguente:
«Ieri mi trovai in piazza d'alto et andai verso Sant'Agostino dove trovai che Paolo Magioco e Ambrogio Fasceto da una banda, Gio. Ambrosio Torre e Paolo Pescia dall'altra, giocavano al Rigorello, ed ivi era Antonio Prato quale traversava in detto gioco con il detto Ambrogio Fasceto, e tra di loro vennero in contesa, perché il detto Fasceto voleva tirare con un altro rigorino che aveva con micciò e mentre contrastava tra detto Ambrogio ed Antonio, l'Ambrogio andava dicendo delle parole, che mi pareva che ingiuriasse l'Antonio, il quale tirò un pugno al detto Ambrogio, ed allora abbracciai detto Antonio e lo ritirai da banda, e mentre che io ritenevo detto Antonio, vidi il detto Ambrogio che scolava sangue e sentii che diceva verso di Ambrosio Bianco che era ivi – figlio di Gironimo tu mi hai dato da traditore a questo modo. – Però io non lo vidi dare salvo che sentii e vidi Geronimo Bianco, che riprendeva suo figlio dicendole – furfante. – Quando fui dalla porta di Sant'Antonio detto Ambrosio scappò.».
La testimonianza pone in evidenza una delle nostre porte, quella di Sant'Antonio, e per la storia dei nostri giuochi, porta il suo contributo quello del Rigorello, che in altro documento del 14 gennaio 1604 vien chiamato del formaggio.
Consisteva in una pezza rotonda di formaggio, che veniva rotolata, e presa come bersaglio scorrevole dai rigorini a miccia, ossia fucili, della gioventù rapallese.
Come si vede da cosa nasce cosa.
L'assassinato Gervasio Pescia avea un figliuolo, per nome Gerolamo, che l'albero genealogico dei Pescia di Palermo riconosce come capostipite.
La sua stirpe era ormai assurta ad un grado d'importanza eccezionale, e lo stesso notaio Gio. Gregorio Pelissone, rogando un atto, che lo riguarda, nel Palazzo delle Compere di S. Giorgio, lo chiama nobile, non già perché fosse ascritto al Libro d'Oro, ma semplicemente per distinguere la sua eccellenza. Infatti in detto Palazzo, il 14 maggio del 1607 il nobile Geronimo Pescia del fu Gervasio di Rapallo, col consenso dello zio Gregorio Pescia, costituiva procuratore Tommaso Mortola per riscuotere l. 3600, che gli dovea l'Ufficio di Corsica.
Il Gerolamo, giovane ancora, era già ingolfato negli affari, ed in patria avea pur grido di valoroso.
Il 19 febbraio del 1616 il Capitano di Rapallo avvertiva il Senato, che, secondo gli ordini ricevuti avea ridotto le due compagnie del borgo di Rapallo in una sola, come da decreto ducale del 14 novembre 1614, e che avea fatto scelta «di quelli uomini che per Capitani, Luogotenenti et alfieri di detta compagnia sono parsi più atti e più idonei».
Tra i luogotenenti figurano i principali rapallesi, Nicolò Morello, Filippo Canevale, Giacomo Chichizola, Geronimo Pescia, Geronimo Piaggio, Ambrogio Torre e Antonio Bardi.
Seguiamo intanto il matrimonio di Gerolamo Pescia del fu Gervasio con Bianca, figlia di Gerolamo Cagnone, che seguì nella Parrocchia di Rapallo il 15 febbraio del 1619.
Anche Gregorio Pescia, zio del Gerolamo ebbe un figlio per nome Gervasio.
Il 19 settembre del 1621 il Capitano di Rapallo scriveva al Senato che «tra quelli che vogliono soprastare agli altri ho trovato uno nominato Gervasio Pescia, figlio di Gregorio, giovane robusto di età di 23 anni, o circa, assai comodo di fortuna, che quasi ogni anno per più volte ha che fare col criminale».
Lo stesso Capitano, il data 23 settembre dello stesso anno, moderando le tinte, scriveva di nuovo al Senato:
«E' stato da me Gervasio Pescia di Gregorio, il quale ha fatto una gran sommissione e promesso stante che ha preso moglie di far bene et attendere a fatti suoi e che sebbene per il passato ha fatto delle vivezze che per l'avvenire non darà disgusto veruno, volendo attendere alla quiete e ai suoi negozi».
Detto Gervasio figlio di Gregorio Pescia era in Rapallo capitano di una compagnia di scelti.
Infatti il 10 novembre del 1627 Pantalino Merello, avendo mancato alla rassegna dei scelti, che si faceva in Zoagli, e per tal motivo essendo stato arrestato, moveva le sue doglianze al Senato, esponendo che con lealtà avea servito per tre mesi, in qualità di moschettiere il capitano Gervasio Pescia.
Il 23 novembre del 1629 Marco Centurione, vicario di Rapallo, scriveva al Senato:
«Verte lite tra Giovanni Pescia da una parte e Ambrosio e Gervasio Pescia dall'altra, ma perché fra loro vi è qualche inimicizia ogni volta che compaiono all'udienza innanti a me, passano nel parlare li limiti a segno che io dubito un giorno di qualche gran scandalo, per essere dette parti stravaganti assai».
Dal matrimonio di Bianca Cagnone con Gerolamo Pescia nacquero Giovanni, Giacomo e Gervasio.
Il 23 luglio del 1632 Gerolamo Pescia del fu Gervasio costituiva procuratore il figlio Gervasio e all'atto di procura, stipulato dal notaio Giacomo Della Torre nella casa del Capitano di Rapallo assistevano quali testimoni il Capitano Gervasio e Gio. Battista figli del fu Gregorio Pescia.
Altri atti riguardano i Pescia.
Il 18 agosto del 1632 Giorgio Chichizola vendena a Giovanni Pescia del fu Bartolomeo una casa a due solai con bottega sulla piazza orientale per l. 1700.
Detto Giovanni avea terra con due case nel luogo detto la Madonna del Seggio, con alberi di olivi, fichi, limoni ed aranci, altra terra nel luogo detto La cabruscata, altra a S. Bartolomeo, mentre il Geronimo avea i suoi beni nel fossato di Toira, come risulta dai registri catastali di Rapallo del 1641.
I nostri vecchi rapallesi ricorderanno di aver visto che presso il torrentello, che passa sotto il ponte della Stella, e che sbocca alla marina delle Nagge, esistevano certi truogoli, sotto il muro di cinta del giardino Spinola-Serra.
Vi si faceva il sapone, e le saponerie di Rapallo erano già celebri nel secolo XVI.
Il 16 marzo del 1643 Francesco Romano si esamina che Patron Stefano Carlo di Sestri Ponente
«si è trattenuto in questo luogo di Rapallo e va fabbricando sapone rosso nella saponeria del nobile Giovanni Pescia, al quale per poter servirsi di altra saponeria paga pigione et il quale Stefano non contratta né compra, o maneggia altri olei, solo quelli lì sono necessarii per fabbricare detti saponi rossi».
Il notaio Gio. Antonio Fasciato ci dà, sotto la data del 23 aprile del 1655, l'inventario della casa del fu Giovanni Pescia del fu Bartolomeo, né mancano in essa «cuciari sei argento e forsine sei argento».
I Pescia cominciarono a bazzicare a Palermo per ragioni di commerci nella prima metà del secolo XVII.
Acquistarono un'infinità di aderenze, giacché altri Rapallesi avean prima di essi aperto la strada ai commerci.
Nel maggio del 1657 trovo che il capitano Giacomo Pescia di Gerolamo era procuratore di Nicolò Merello del fu Agostino, e nel 1658 cassiere della Parrocchia. E nel registro dei donativi del Santuario di Montallegro compariscono i doni, che da Palermo trasmise Gervasio Pescia del fu Gerolamo.
L'11 marzo del 1675 il Magistrato di Guerra scriveva a Nicolò Doria, capitano di Rapallo:
«Giacomo Pescia capitano di questa compagnia scelta ci ha con sua supplica rappresentato che essa compagnia resta sprovvista d'insegna necessaria per le mostre solite da darsi a soldati scelti e ci ha fatta istanza a voler dar ordine che ne sia provvista, preghiamo perciò V. S. che dagli agenti di questa Comunità sia detta compagnia provvista di detta insegna».
Gerolamo Pescia era morto il 18 ottobre del 1658, e la moglie Bianca Cagnone morì d'anni 75 in Rapallo, il 9 aprile del 1676, e fu sepolta nella chiesa di S. Agostino.
Detti coniugi, oltre il Gervasio, il Giacomo ed il Gio. Battista ebbero due figlie Maria, che sposò Antonio Borzese e Benedetta, che sposò Lazzaro Canevale. La prima morì il 9 settembre del 1671 e fu sepolta in S. Agostino, la seconda il 27 gennaio 1677. mappa
Chi diede però il maggior lustro e decoro alla famiglia Pescia fu il Gervasio, figlio di Gerolamo, onde re Carlo II di Sicilia, con diploma del 30 gennaio 1670 gli concesse la Baronia d'Irosa in Sicilia della quale fu solennemente investito il 28 gennaio del 1671.
Aprì la serie come di una dinastia, e cominciò a chiamarsi Gervasio I. Testò il 26 febbraio del 1679, ordinando di essere sepolto nel convento dei Riformati, fuori le mura di Palermo, istituendo eredi il fratello Gio. Battista (morto senza eredi) e Gerolamo, figlio del capitano Giacomo, terzo fratello, lasciando al maggior nato di detto Gerolamo la Baronia d'Irosa; ricorda Antonio Maria e Gervasio, altri figli di detto cap. Giacomo, le zie sorelle del defunto genitore Cecilia, vedova di Stefano Borzese, e Francesca, vedova di Andrea Assereto. Se tutta questa gente moriva, subentrava nell'eredità il monastero di S. Chiara di Rapallo, che si stava edificando. Vuole che il possessore della Baronia d'Irosa si chiami sempre Gervasio, e lascia al capitano Giacomo suo fratello l'usufrutto dei beni di Rapallo e proprietarii i figli di lui, Antonio Maria e Gervasio. Tra i beni figuravano la villa di Bardi, comprata da Antonio Cagnone e la casa grande al ponte di S. Francesco, comprata dagli eredi del fu Gregorio Pescia, suo zio. Fu il benefattore grande della chiesa di Rapallo, giacché in detto testamento, ordinò la costruzione in essa d'una cappella, dedicata a San Gervasio e a Santa Rosalia, il cui corpo era stato pochi anni innanzi ritrovato dal card. Giannettino Doria, arcivescovo di Palermo, ordinando due messe quotidiane con lo stipendio di l. 250 annue per ciascuno di due cappellani, ed inoltre aggiungeva lire ottanta per la celebrazione d'una messa cantata ogni primo lunedì di mese, disponendo ancora:
«Nella detta cappella in detto giorno la mattina per insino a mezzogiorno si dovrà esporre il S.S.mo Sacramento con quella pompa conducente e dopo far la processione con dover condurre il S.S.mo da detta Capella all'Altar Maggiore, e pure ogni venerdì e altro giorno ben visto a detto Giacomo in ogni settimana fare esporre il S.S.mo senza processione per consumo di cera tanto per detta esposizione quanto per altra cera per servizio di detta Capella vuole detto testatore che si spendano l. 200 circa e l. 20 per olio ad una lampada».
Né dimenticò altre opere di beneficenza, legando mille lire all'ospedale S. Antonio di Rapallo, altrettanto al convento di S. Francesco di Rapallo, ed un reddito annuo per il mantenimento della cappella di S. Giovanni Battista, di giuspatronato della famiglia Pescia, esistente in detta chiesa di S. Francesco, ed ordinava pure la celebrazione d'una messa nella chiesa, che in onore di S. Gervasio – nume tutelare dei Rapallesi – avea edificato nella Baronia d'Irosa, e l'elargizione di otto onze nelle feste di S. Antonino, S. Gervasio, S. Rosa, S. Rosalia, che si celebravano in S. Antonino di Palermo, ed onze due annue alla chiesa, che, sacra a San Giorgio, la nazione genovese aveva edificato in Palermo, tuttora esistente.
Disponeva ancora che, scegliendo domicilio in Rapallo il Sac. Domenico Pescia del fu Domenico, suo cugino, dovesse avere lire 200 annue.
Il testamento in Palermo dal not. Leonardo de Micheli.
Nel Reg. III della Masseria di Rapallo trovo queste note, che riguardano il nostro illstre concittadino:
«1679 – lire mille scosse per un biglietto di S. Giorgio dal Sig. Gio. Maria Cambiaso per ordine del Sig. Gervasio Pescia di Palermo per la vendita stata fatta della cappella della Croce.
1679 – 3 Agosto – lire 15,4 al M. Rev. Arciprete spesi sin l'anno passato per mandare a pigliare in Genova la licenza di poter vendere la cappella della S. Croce al sig. Gervasio Pescia.
».
Come si vede la cappella dei Pescia, chiamata del S.S.mo Sacramento, era prima dedicata alla S. Croce.

Il vincolo che da Palermo univa a Rapallo Gervasio Pescia, primo Barone d'Irosa, che della sua culla non fu mai dimentico, si stringeva viemmaggiormente con due regali splendidi, che doveano suscitare nel cuore dei Rapallesi novelle vampate di fede. Il primo dono consisteva in un magnifico Ostensorio, tutto di finissimo argento, e che tuttora conservasi tra le preziose argenterie della nostra parrocchiale.
Fu quasi il dono alla patria per l'ottenuta investitura del feudo nobiliare, perché porta la data del 1671.
In tre tondelli risaltano Santa Rosalia, coricata, i S.S. Gervasio e Protasio, e N. S. di Monte Allegro. Reca pure lo stemma dei Pescia, diviso in due campi, con tre stelle nel comparto superiore e due pesci in quello inferiore.
Il barone Gervasio Pescia, per il tramite del nipote Antonio Maria Pescia, figlio del cap. Giacomo, decorava la chiesa parrocchiale di una reliquia insigne di Santa Rosalia di Palermo, rinserrata «in una cassetta d'argento».
Giunse in Rapallo il 24 giugno del 1680, e l'urna in cristalli, allacciati con bei lavori, usciti da cesello di artista provetto, insieme all'Ostensorio costituiscono due cimelii fini di arte palermitana, ed è ciò, che delle superbe oreficerie che possedeva Rapallo, è ancora superstite.
Gervasio Pescia, primo Barone d'Irosa, modificò il suo testamento, mediante un codicillo, vergato in Palermo il 13 maggio del 1683, e dotò la cappella di S. Rosalia, eretta a sue spese nella parrocchia di Rapallo, di una messa quotidiana, da celebrarsi un cappellano, la cui elezione dovesse spettare ad Antonio Maria e a Gervasio Pescia del fu capitano Giacomo, suoi nipoti, con obbligo di messa cantata al venerdì con l'esposizione del Venerabile con dieci lumi accesi, previa l'assistenza dell'Arciprete e di undici canonici.
Beneficò largamente i nipoti già ricchi, che a Rapallo erano fregiati dei titoli di spettabile e di nobile.
Il 13 maggio del 1683 approvava la donazione, fatta al nipote Gerolamo, sposo di Anna Federico, e l'otto marzo del 1683 i nobili spettabile Gervasio, dottore in legge, e capitano Antonio Maria del fu nobile Capitano Giacomo, costituivano procuratore il detto loro fratello Gerolamo, per accettare le donazioni, a loro fatte dallo zio, barone d'Irosa. Ciò risulta dalla procura, redatta in Rapallo dal notaio Gio. Luigi Canessa.
Geronimo, nato a Rapallo il 14 settembre del 1588, avea in prime nozze sposato Marietta del fu Giacomo Borzese, ed in seconde, come gioà dissi, la Cagnone, e dalle due spose procreò Benedetta il 27 novembre 1608, Gervasio il 22 aprile 1610, Maria il 10 aprile 1613, Giacomo il 20 luglio del 1615, e Gio. Battista il 23 giugno 1622, tutti nati a Rapallo. Una tradizione famigliare vuole che il Gerolamo sia il primo dei Pescia, andato a Palermo, seguendo il cardinale principe Giannettino D'Oria, eletto ivi arcivescovo, lo stesso che rinvenne il corpo di Santa Rosalia, e per conseguenza dovette riuscir facile al figlio Gervasio il possesso delle reliquie insigni della Santa, date in dono alla patria.
Il Gervasio sposò una certa Benedetta, premortagli, non ebbe prole, e morì in Palermo il 13 maggio del 1683, nel giorno in cui dettò le ultime sue volontà, beneficando largamente Rapallo. Gli fu eretto un busto nella cappella di S. Rosalia.
Il fratello capitano Giacomo avea sposato Caterina, figlia dei coniugi Nicolò Morello e Lavinia del fu Antonio Borzese, sorella di quella pia matrona Brigida, nata a S. Michele di Pagana, benemerita serva di Dio, fondatrice delle Orsoline di Piacenza, che trasferirono da alcuni anni le loro proficue diramazioni proprio in mezzo ai possessi dei Borzese, antenati della loro fondatrice.
I coniugi Giacomo Pescia e Caterina Morello ebbero due figliuole e tre maschi Geromino, nato il 6 novembre del 1638, Gervasio, nato il 25 marzo del 1646, che ricevettero l'acqua lustrale nel battistero di Rapallo. L'ultimo battezzato fu l'Antonio Marianel 1650.
Mi occupo in primo luogo di Antonio Maria Pescia, figlio del capitano Giacomo.
Il 30 maggio del 1679 Giacomo Costa del fu Abramo, a nome pure di altri impresarii ed appaltatori di polvere della Serenissima, che si faceva nel luogo dell'Algaiola di Corsica, come in atti del notaio Gio. Luigi Canessa, ne cedeva l'appalto al predetto Antonio.
E dai Registri dei Donativi del Santuario di N. S. di Monte Allegro tolgo che il 6 luglio del 1862 «il sig. Antonio Maria Pescia ha portato una bussola piccola per raccogliere l'elemosina con l'impronta di N. S. d'argento» e al 24 settembre del 1683 «fu portato ossia mandato dal signor Gervasio del fu Giacomo un apparato di numero dieci candelieri e dieci vasi di legno argentati». E lo stesso avea pure inviato al Santuario uno splendido calice di argento.
L'Antonio fu un oppositore al governo dell'allora arciprete Gerolamo Merello, il quale della parrocchia aveva preso possesso il 9 agosto 1678. I primi anni del suo governo furono contristati da differenze, insorte fra lui e la popolazione, la quale si doleva che egli avesse alterato gli emolumenti dei funerali. Vertivano inoltre piati circa l'amministrazione del Santuario, retto dagli Arcipreti e da quattro Massari di Rapallo, e da due della parrocchia di Monti. L'Arciprete fece esaminare testimoni, uno dei quali, al 26 settembre del 1685, deponendo circa discorsi, sentiti tra i Massari a riguardo delle differenze coll'Arciprete, attesta che il massaro Giacomo Vincenzo Borzese uscì in minacce contro l'Arciprete, e allora Antonio Maria Pescia disse «che non era bene, ma che lo si lasciasse castigare da Dio, se lo merita, ben si dovevano unitamente opponersi a tutto quello che esso sig. Arciprete direbbe sì per conto della Chiesa Arcipresbiteriale, come di Nostra Signora, e che quello Capellano che avesse proposto detto sig. Arciprete non vi sarebbe mai andato, ma solamente quello che avessero voluto detti signori Massari».
L'Arciprete non ostante che avesse come si suol dire, la discordia nel campo d'Agramante, essendo sin dal 1683 Gervasio Pescia fratello dell'Antonio, massaro e cassiere della Parrocchia, ricorse alla Sacra Congregazione del Concilio, una dichiarazione favorevole all'Arciprete fu sottoscritta dal clero e da buona parte di popolo festante, e il Doge e l'Arcivescovo riuscirono a far fiorire la pace.
Il capitano Antonio Maria Pescia fu colpito in Rapallo da una fucilata il 3 febbraio del 1686, e morì l'indomani, in età d'anni trentasei. Fu sepolto in parrocchia e l'atto di decesso dice che questo uomo «disprezzatore e persecutore del parroco» incaricò il suo confessore Rev. Canonico Andrea Canessa di chiedere pubblicamente il perdono nella chiesa, stipata di popolo, e che morì, munito dei conforti religiosi piamente e santamente.
Appena ferito chiamò il notaio Rocco Francesco Sertorio, che trascrisse le sue ultime disposizioni. Volle essere sepolto nella cappella di Santa Rosalia in parrocchia, ebbe un pensiero per la prima moglie Angela Benedetta del fu Agostino Molfino e ordinò la restituzione della dote alla moglie Maria Benedetta, figlia del fu Giuseppe Lencisa. Lasciò al Rev. Domenico Bardi, rettore di S. Martino di Noceto un prezioso quadretto con S. Domenico, S. Rocco e altri Santi ed al Santuario … Costituì erede Gervasino Pescia, secondogenito di suo fratello Gervasio – che non aveva ancora cinque anni.
L'agonia si protrasse sino al 4 febbraio ed ebbe ancor tempo di aggiungere un codicillo, ove lasciò un'infinità di crediti da riscuotere per il grande smercio, che facea di olio e di sapone, nonché la porzione, che avea nella casa grande presso il ponte di S. Francesco, istituendo erede, anziché il nipote, il proprio fratello Gervasio.
E pentito sinceramente rese l'anima a Dio.

Il notaio Sertorio, che stipulò il testamento ed il codicillo del nostro morto, ha pure l'inventario della sua casa, redatto il 7 febbraio del 1686.
Spigolo i capi principali:
«Paro di lenzoli di tela di quaranta con pizzi; altro paro simili con pizzo; altro paro di tela Olanda con pizzi lunghi nuovi; altro paro lenzuoli tela Olanda con pizzi all'antica; altro paro lenzoli di tela diciotto con pizzi; altro paro di tela quindici con pizzi; altro paro lenzoli di tela dodici nuovi con pizzi; quattro scionie (federe) da letto, due grandi e due picciole di tela di Olanda con pizzi grandi all'antica; altre scionie da letto numero quattordici, tra grandi e piccole, di tele diverso con suoi pizzi; camicie e camiciotti undici; tovaglioli trenta; macramè sette, tre moschetti di tela rara con suoi tornaletti; coltre di seta gialla e rossa; dodici calzette di seta colori diversi; sette manicelli e cinque crovatte; cortinaggio di damasco giallo in pezzi cento; tre portere di damasco giallo e verde; due portere, di damasco cremexile; un cortinaggio di panno turchino in pezzi dieci».
Trionfano i pizzi nelle lenzuola e nelle federe dei guanciali del Pescia, e l'inventario fa trionfare la nostra industria rapallese. Tanti dei nostri signori dell'ora presente, non hanno certamente il letto così ben guarnito come l'aveva il nostro, e non possedono i bei damaschi e i cortinaggi, o arazzi in damasco giallo in pezzi cento, che servivano per fasciar le pareti.
E salutiamo, pure le crovatte cinque, che non trovansi mai prima nominate.

Il guardarobba della signora Maria Benedetta Lencisa, vedova di Antonio Maria Pescia, non lascia nulla a desiderare.
Il 7 febbraio del 1686 il notaio, che lo redige, elenca:
«Un paro di faldette e longarina di raso lavorato piana; busto e faldette di raso lavorato, guarnita con pizzi d'oro d'argento; una cappa nera; faldette e longarina di saia rossa, scarlattatta guernita con pizzi d'oro e d'argento; paro di faldette di raso lavorato; altro paro faldette raso lavorato; un rasacotto di picotto piano e vecchio con pizzo nero; un paio faldette saia di Santa Rosalia; un paro di faldette di damasco, altro di tabili ondato; una robba busto e faldette raso cremesino in parte broccata d'oro e il busto guernito di pizzi d'oro; un mezzaro turchesco; un paio di saia di Santa Rosalia».
Seguono altri indumenti e oggetti, tra i quali scelgo:
«Marsine ossia giustacuori diversi otto; calzoni calzonetti di colori diversi dodici; ferioli diversi neri quattro; gipponi diversi neri tre; calzarotti cinque nuovi tutti di seta; due scalda vivande; un bacile di frutta, una sottocoppa; tre benedettini; diciotto quadri; un torchio da letto con quattro colonne con straponte tre, moschetto (baldacchino) e tornaletto damaschino cremexile; coperte due imbottonate all'indiana; due giustacuori et un paio calzoni per il paggio di panno e mezza lunetta; un moschetto di tela rara con griselle antiche; specchio grande con sua foglia argento; uno scagnetto di osso di balena con suo piede di legno di pero nero; un buffetto grande di ebano; un letto di quattro colonne di legno di zizola con cortinaggi; altro letto di legno di noce di quattro colonne; un prete per scaldare il letto; piatti e mezzi piatti e tondi di terra di Roma».
Per chi nol sapesse, il prete, che doveva scaldare il letto, era lo scaldino, e così chiamasi tuttora in parecchie regioni d'Italia.
Accluso pure all'atto sta l'inventario della casa di villeggiatura, situata a S. Ambrogio, ed in essa trovansi ad esuberanza giarre d'olio e trogli, nonché:
« Un uomo di legno per appendere il feriolo; una banca rossa per sedere; una rastellera per sedere; due careghe, una di cuoio e l'altra di erbe; quadri sei; uno scaffo da letto di quattro colonne; quattro armacolli; uno di dante trapontato filo d'argento, altro di tabile, trapontato d'oro con sua frangia di seta, altro di raso nero pontato di seta nera con sua frangia nera e altro nero di lilla piano fodrato di armesino; un casacotto e calzoni da paggio guarnito di giallo; un cembalo ossia spinetta con una tavoletta, ossia buffetto, sopra quale è detto cembalo».
Per la storia della musica in Rapallo è degno di nota il cembalo, o spinetta.
Maria Benedetta Lencisa, vedova di Antonio Maria Pescia, passò a seconde nozze con Matteo de Georgi, di Albenga, medico condotto in Rapallo, e il 15 agosto del 1689, nella casa del cognato Gervasio Pescia, le venivano assegnate lire diecimila, che il 19 ottobre del 1680 le avea assegnate il suo primo marito ed altre, assegnate il 20 aprile del 1686 dal predetto cognato, ed inoltre:
«Bottoni d'oro tredici, del valore di l. 65; una golera di perle legate in oro con disinganno di diamanti, del valore di l. 187,10; un fiore ossia stecco di diamanti, del valore di l. 65; due anelli uno con cinque diamanti, l'altro con sette diamanti, del valore di l. 260; due pendenti di perle in oro, del valore di l. 32; due altri pendenti di corallo, pure n oro con altri due di mosco, del valore di l. 42; un filo di perle del valore di l. 35; una crocetta di smeraldi in oro del valore di l. 8; una veste di raso, cioè faldellino e busto incarnato, guarnito con pizzo d'argento e oro, del valore di l. 129; un'altra robba di raso giallo, ossia color di busoo, cioè faldellino e busto, pure guernito con pizzo d'argento e oro, del valore di l. 129; un grembiale di tocca guarnito di pizzo bianco di cartino, del valore di l. 47,10».
Tale il corredo, che Gervasio Pescia, in atti del notaio Gio. Luigi Canessa, consegnò alla cognata, che avea rotto fede al cenere del primo consorte Antonio Maria.
Questi era stato ucciso in una rissa dal sacerdote Domenico Crovo, Ambrogio Viganego e Agostino Vallebella e furono relegati a Savona. Ad essi però il 10 settembre del 1686 Gervasio Pescia, fratello del defunto, dava la pace; e lo stesso, l'11 giugno del 1682, a nome del fratello Gerolamo rimetteva qualsiasi ingiuria.

Fratello dell'assassinato Antonio Maria Pescia, figlio del capitano Giacomo e di Caterina Morello, si distinse Gerolamo, nato a Rapallo il 6 novembre del 1638. Per la morte dello zio Gervasio Pescia, subentrò nei diritti del feudo d'Irosa, e ne fu investito il 26 ottobre del 1683, chiamandosi Gervasio secondo.
Fu caro a Carlo II «per la grazia di Dio re di Cartiglia, di Aragona, delle Legioni, dell'una e dell'altra Sicilia, di Gerusalemme, di Ungheria, di Dalmazia, di Croazia, di Navarra, di Granata, di Toledo, di Valenza, di Galizia, di Maiorca, di Sardegna, di Cordova, di Corsica, di Murcia, di Nieres, di Algarbia, di Algesira, di Gibilterra, delle Isole Canarie, etc.» e il Re, con diploma del 24 dicembre del 1696, promulgato a Madrid, facea conoscere:
«Ritenuto che ad un ottimo Principe, che sugli altri si eleva, per potenza e grandezza d'Impero convenga farsi conoscere per liberalità e beneficenza verso i personaggi benemeriti per nobiltà, e avendoci tu, o spettabile fedele, a noi diletto, Gervasio Pescia, fattoci umile supplica di sopra, che la Baronia di Irosa, che asseristi tenere e possedere nel prefato Regno della Sicilia ulteriore noi ci degnassimo, con Regia benignità, elevare a titolo di Marchesato;
Noi perciò, in considerazione della nobiltà della tua famiglia, dei servizi da te prestati nella guerra di Messina e la prontezza d'animo, con cui concorresti a evitare la distruzione del tesoro nella nostra felice città di Palermo, donando più volte rilevanti somme, e ora diecimila scudi di bel nuovo non solo, ma altri aggiungendone, i Giurati della presente città, per gli atti di quel popolo, che grandemente ti approva, hanno decretato di conferire a te il titolo nel modo che segue, a patto che fra un decennio te e i tuoi successori la detta Baronia abbiate fatto popolare e lo trasferiate in altro feudo popolato, previa la solita licenza del Pro-Re per via di tribunale.
Pertanto, e per il tenore della presente, per certa scienza Regia, e per autorità Nostra, deliberamente e consultamente per grazia speciale, accondiscendendo alla deliberazione matura del nostro Sacro Supremo Consiglio, Te, predetto Gervasio Pescia, e i tuoi eredi e successori, facciamo, constituiamo, creiamo e solennemente ordiniamo Marchese di Irosa, eleviamo ed erigiamo la stessa Baronia a titolo di Marchesato, e diciamo e chiamiamo te e i tuoi Marchesi d'Irosa, e vogliamo che in ciascuna scrittura da farsi, sia pubblica che privata si dicano e si nominino così, e così si reputino in perpetuo.
»
Il regio indulto fu pubblicato in Palermo, il 10 luglio del 1697, ed in virtù di esso Gervasio Pescia II, al battesimo Gerolamo, secondo barone d'Irosa, era diventato primo marchese.
La morte lo colse il sette maggio del 1697 in Palermo.
Il primo aprile del 1697 avea fatto testamento. Volle che la diletta sposa Anna Federico stabilisse un luogo per la sua sepoltura, e, se essa premorisse, sceglieva la sepoltura nella chiesa di S. Antonino dei P.P. Riformati: lasciò per suffragio ddell'anima sua tremila messe, istituendo erede universale il fratello Gervasio, non solo di tutti i suoi beni, ma del fideicommesso, fatto dallo zio primo Barone d'Irosa. Poneva obbligo di stralciare dall'asse totale settantamila scodi e farli pervenire in potere della ditta Cambiaso-Piuma, ad effetto di comprare stabili nel Regno di Sicilia, ed unirli al fideicommesso, già esistente, eleggendo esecutori delle sue volontà D. Domenico Oneto, il priore di S. Domenico, il P. Francesco Sartorio dei Serviti, e stabilendo che potessero succedere pure le donne nel possesso del feudo e del fideicommesso, in caso di estinzione dei maschi.
Legò onze cento alla moglie onde maritasse quattro o cinque zitelle orfane di padre e di madre, e scudi cinquemila al nipote Gerolamo, figlio del fratello Gervasio.
Aggiunse un codicillo il 2 maggio 1697, ove lascia alla moglie «la carrozza cremisina grande d'Asti con un paro delle mie mule a sua elezione suoi guarnimenti ed altri fornimenti, appartenenti alla medesima carrozza e più lego le due cassettine ricamate, con piedi scartuccioli dorati, e più l'orologio grande che tiene la mostra delle ore, dei minuti e dei giorni, e più sei piattigli d'argento, sei cucchiarelli e sei coltelli con manichi d'argento».
Gervasio II Pescia, nato a Rapallo, era stato eletto Senatore di Palermo nel 1691.
Ha in Palermo non poche iscrizioni che lo riguardano, una sotto il portico orientale a destra di chi entra per la porta, rimpetto al teatro Bellini; altra nella Corte del Palazzo per la quale accedevasi al pubblico banco, ove il Pescia avea curato da senatore l'allargamento dell' ingresso, una terza per la ristorazione, fatta dal Pescia del tesoro del banco, una quarta sotto la statua dell'Immacolata nella Camera dei Congressi Senatorii nel Palazzo Comunale. Le prime due e la quarta portano la data del 1691, e la terza la data del 1692.
I fiori del giardino di Rapallo nella Conca d'Oro aveano versato i più soavi profumi.
Sempre Avanti Rapallo!

Gervasio Pescia, fratello del defunto secondo feudatario d'Irosa, il 19 settembre del 1697 faceva compilare l'inventario dei beni ereditati, nel possesso dei quali fu immesso per atto del 27 settembre e il 24 dicembre otteneva il reale decreto, che gli accordava il fendo d'Irosa coi titoli di Barone e di Marchese.
E chiamossi Gervasio III.
Nato, come già dissi, il 25 marzo del 1646 a Rapallo dai coniugi capitano Giacomo Pescia e Caterina Mrello, trascorse in patria gli anni più belli della gioventù, sposando in Rapallo in prime nozze Bianca Maria Queirolo il 25 luglio del 1678 (ivi morta il 20 marzo del 1694) ed in seconde nozze, l'8 novembre del 1695, Bianca Maria figlia di Filippo (morta a Marsala nel 1715).
Erano parenti da due lati in quarto grado di consanguineità.
I testi nel processo, redatto per ottenere le debite dispense, espongono che il sig. Antonio Borzese ebbe una figlia, per nome Lavinia, che sposò Nicolò Morello, dai quali coniugi nacque Maria Caterina, maritata al capitano Giacomo Pescia, dai quali nacque Gervasio producente, che da Gio Battista Borgese, fratello dell'Antonio nacque Benedetta, sposa di Vincenzo Molfino, i quali procrearono Maria Caterina, sposa di Filippo Bardi, genitori di Bianca Maria producente; che Giacomo Borzese ebbe per figlia Marietta, andata sposa a Gerolamo Pescia, padre del detto capitano Giacomo, il quale sposando Maria Caterina Bardi ebbe Gervasio producente; che Bianchinetta, sorella del detto Giacomo Borzese, sposò il Gio. Battista Borzese, padre di Benedetta sposa del Molfino, genitori di Maria Caterina, che si unì in matrimonio con Filippo Bardi.
Con questo matrimonio Gervasio Pescia, terzo futuro Barone d'Irosa, veniva a contrarre vincoli colle principali famiglie rapallesi.
Sotto la data del 29 aprile del 1690 rintraccio negli Atti del Senato del R. Archivio di Stato:
«Dovendo di brieve il spettabile Gervasio Pescia portarsi fuori del dominio perciò riverentemente supplica VV. SS. Ser.me degnarsi di concederle facoltà di poter portare all'arcione del cavallo le pistole, non ostante che simil genere sia proibito, grazia che è stata concessa ad altri in simili occorrenze spera dalla somma benignità di VV. SS. Ser.me ottenere».
I Serenissimi colleghi accordarono benignamente lachiesta licenza.
L'otto aprile del 1693 il capomastro rapallese Domizio Cagnolaro prometteva allo spettabile Gervasio Pescia, sebbene assente, di fabbricare le quattro muraglie, fornite a due faccie, per chiudere il giardino nuovo della di lui villa, chiamata «Bardi».
Il 14 gennaio del 1696 il Rev. Francesco Morello del fu Nicolò, essendo cieco, facea testamento e lasciava a Gervasio Pescia, suo nipote, un piccolo crocifisso d'argento ed il ritratto di sua sorella la Rev. Suora Brigida, fondatrice delle Orsoline, documento che come il precedente estrassi dai protocolli del notaio Stefano Agostino Corzese, esistenti all'archivio distrettuale di Chiavari.
Da un processo per ferimento, imbastito il 9 febbraio 1702 dal notaio Rocco Francesco Sertorio, un testimone, il Rev. Gio. Bernardo Bergonzo, si esamina:
«Andavano a Santo Agostino cinque persone mascherate quali sono sig. Agostino Molfino del sig. Gio. Battista, Don Gerolamo Pescia figlio del sig. Don Gervasio marchese Pescia, sig.ra Maria Caterina sua sorella, moglie del signor Lorenzo, Maria Crocara, e la signora Maria Lucrezia vedova del sig. medico Grillo e prima vicino all'osteria di Paolo Bianco uno sconosciuto mi ferì».
Non perdiamo d'occhio la Caterina moglie di Crovara, i cui discendenti chiamandosi Pescia Crovara, diventeranno i feudatari d'Irosa.
Gervasio Pescia terzo barone d'Irosa, fu padre di undici figli, tra cui una figliuola, che entrò nel casato dei D'Anna; fece testamento il 20 marzo del 1702 in atti del notaio Ippolito Demicel di Palermo. Il 20 marzo del 1704 acquistò il territorio di Celso in provincia di Trapani, di Giubarella, ed altri, ai quali si aggiunsero Santo Stefano di Briga e di Pozzuoli nella provincia di Messina. Morì in Messina il 20 settembre del 1708.

Successore nel feudo d'Irosa, figlio di Maria Queirolo e di Gervasio III, fu Gervasio IV, nato a Rapallo il primo agosto del 1681. Sposò a Palermo il 25 agosto del 1699 Angela Bologna, la quale morì d'anni 53 il 2 maggio del 1733, e fa sepolta a S. Antonino di Palermo.
Il quarto barone d'Irosa accompagnò nel 1713 S. Maestà Sarda eletto Re di Sicilia.
Me ne avverte la seguente attestazione del 15 dicembre del 1729, che è tra gli atti del not. Gio. Francesco Torre all'Archivio di Chiavari.
Sotto tal data Gio. Battista Liceti del fu Pompeo si esamina:
«Trovandomi in Genova del mese di settembre del 1713 nella casa della Abbazia di Santa Maria in Vialata dell'Em.mo Cardinal De Marini, ove allora alloggiava il signor Marchese Don Gervasio Pescia qual alloggio ebbe per mezzo del Rev. Can. Liceti mio fratello, et io pranzavo sera e mattina a tavola col detto sig. Marchese assieme con la fu signora Maria Caterina Pescia sua sorella, ed essendovi anche il signor Lorenzo Maria Crovara suo cognato, e trovandosi detto sig. Marchese scarso di denari et avendo bisogno di far molte spese particolari per andare ad ossequiare e servire S. Maestà Sarda, allora eletto Re di Sicilia in compagnia di molti cavalieri partiti di colà per accompagnarlo in detto Regno di Sicilia fece calda istanza al detto sig. Lorenzo Maria Crovara, suo cognato, che si ingegnasse di farsi imprestare qualche somma di denari per doversene servire esso sig. Marchese per le spese nella causa suddetta, e so che detto sig. Lorenzo Maria si fece imprestare da Alessandro Serro una somma di denaro, che non fu sufficiente e si portò anche qui a Rapallo, da dove portò in Genova maggior somma, quale disse aver preso in prestito per servire detto sig. Marchese, de quali denari detto sig. Marchese se ne servì per fare livree per la servitù, abiti alla signora sua et abiti per sé stesso ed altre spese».
Il quarto Barone d'Irosa, rapallese puro sangue, morì a Palermo il 30 luglio del 1730, ed ebbe tomba nella chiesa di S. Antonio.
Dal R. Tribunale di Palermo il 17 febbraio del 1716 ottenne indulto di non essere molestato nei suoi feudi.
Ebbe undici figliuoli, ma tre rimasero superstiti, Giuseppe Gervasio, nato il 31 agosto del 1704, Ignazio Gervasio, nato il 31 agosto del 1707 e Marianna il 17 maggio del 1708.
Videro tutti la luce in Palermo.

Alla morte del quarto Barone di Irosa, previo inventario redatto l'11 agosto del 1730, fu investito della baronia e del marchesato il predetto Giuseppe Gervasio, con decreto del 24 settembre del 1731, e si chiamò Gervasio V.
Egli aveva eletto suo procuratore in Rapallo il cugino Antonio Maria Crovara, il quale, a suo nome, il 7 dicembre del 1753, dava in locazione per otto anni ai Consiglieri di Rapallo la casa grande «in fine di piazza da basso verso il mare» per abitazione del capitano, per il fitto annuo di lire 380, a patto di provvedere un sacerdote confessore, che celebrasse la messa nelle carceri.
Il Pescia, 1'11 giugno del 1754, elesse procuratore suo in Rapallo il rapallese Gio. Battista Cagnone. Altro suo procuratore fu Gregorio Malaspina il quale per conto suo, il 10 maggio del 1762, dava in locazione a Gioachino Sertorio, priore della Comunità di Rapallo «una casa di due appartamenti ed una stanza dopo la prima scala in ascendere e fondi sotto di essa con porta libera in vicinanza del Ponte di S. Francesco e con tutti quei siti, che servono al presente et hanno per il passato servito d'alloggio et abitazione dell'Ill.mo sig. Capitano pro tempore del presente luogo per la cancelleria e quartiere de soldati tutta finita di finestre tanto di legni che di vetri, chiavi e chiavature».
Trovo che la prima locazione del Palazzo dei Pescia in Rapallo, come sede del Capitano, venne fatta per anni sette il 25 gennaio del 1671 dal cap. Giacomo Pescia del fu Gerolamo, ed il Palazzo secondo il contratto, è detto situato in carubeo marine, nel carroggio della Marina, presso la piazza orientale. Il 27 marzo del 1722 la dava in affitto Lorenzo Maria Crovara a nome del marchese Gervasio, quarto barone d'Irosa, e il 27 febbraio del 1738 rinnovava la locazione il predetto Giuseppe Gervasio, quinto barone.
Egli aveva nei suoi famigliari conservato il culto di N. S. di Monte Allegro, giacché nei Registri di donativi di detto Santuario, sotto la data del 3 giugno 1772, trovo: «Piccola gamba di argento portata per grazia ricevuta da Agata Valle, serva in Rapallo dell'Ill.mo sig. Marchese Pescia, palermitano dell'Irosa, ma oriundo del nostro luogo».
Il quinto Barone d'Irosa sposò in prime nozze Geronima Tomansar ed in seconde nozze a Milano, Anna Teresa Aglieri, che altri chiamano Aguirre. Il 6 ottobre del 1775 dettò le ultime disposizioni e morì il 13 dicembre del 1775, onde il 14 aprile del 1777 fu investito il fratello Iguazio Gervasio, che si disse Gervasio VI, e giunse da Torino.
Di lui, già brigadiere nelle armi del Re di Sardegna, abbiamo una supplica diretta al Senato di Genova, il 16 aprile del 1776, dove chiede licenza di chiamare in giudizio la cognata vedova del predetto fratello.
Il sesto Barone d'Irosa godette ben poco del feudo, avendolo colto la morte il 14 ottobre del 1777 a Termini Imerese, ove ebbe tomba nella chiesa di S. Francesco di Paola.
Le spose sue, contessa Elisabetta Irene Olivazzi d'Alessandria della paglia e Margherita Genovese non gli regalarono figli, sicché la baronia passò nella sorella Marianna, moglie di Antonino Alliata già giudice della Gran Corte, il cui figliuolo Francesco fu investito del feudo il 14 gennaio del 1779 assumendo il titolo di Francesco Gervasino Pescia-Alliata, VII Barone d'Irosa.
Per l'acquisto del feudo arrotarono l'arme e scesero in lizza i Crovara, i D'Anna e gli Alliata, ma la vittoria fu di quest'ultimi, il cui rampollo fu confermato in possesso con brevetto del 9 aprile 1779.
Dalla consorte Margherita Diamante il settimo Barone d'Irosa non ebbe figli, e a Termini, in età di anni 51, pagò il tributo alla natura il 26 maggio del 1787.
Morto l'Alliata senza prole, in virtù della concessione feudale e del fideicommesso, istituito dal primo Barone, avendo pur le donne il diritto di succedere, dopo una serie di questioni, il trionfo questa volta fu della Caterina Pescia, che io raccomandavo di non perdere di vista, già nota in altri documenti allegati, nata a Rapallo il 29 aprile del 1677 da Bianca Maria Queirolo e da Gervasio Pescia, terzo Barone d'Irosa.

Caterina Pescia avea sposato in Rapallo il 28 ottobre del 1697 Lorenzo Maria Crovara, di vecchia e facoltosa famiglia rapallese.
Il padre suo Bartolomeo Crovara fu l'uomo ricoperto di tutte le cariche pubbliche. Nel 1645 avea sposato Diamante figlia del notaio Teramo Cagnone, e nel 1675 Bernardina Pareto.
Morì a Rapallo il primo settembre del 1687; lo stesso giorno avea fatto testamento, lasciando erede della sua cospicua eredità l'unico figlio Lorenzo Maria, nato dalla Pareto.
Sposò la Caterina Pescia in Rapallo il 28 ottobre del 1697.
La Caterina il 15 dicembre del 1720 fece un testamento in atti del notaio Gio. Francesco Della Torre e lasciò eredi i figli Gerolamo, che si rese sacerdote, Antonio Maria, e Filippo, frate servita.
Essa però visse a lungo ed in Palermo Caterina Pescia Crovara ha una tomba, che attrasse sempre l'ammirazione, essendo in un altare, da essa costrutta, valutato l. 160.000.
Il marito Lorenzo Maria Crovara, che in Rapallo, come il genitore, avea rivestito tutte le cariche pubbliche, fece testamento il 24 dicembre del 1743, beneficando largamente il figlio Antonio Maria.
Nato a Rapallo il 31 ottobre 1710, sposò in Genova, intorno al 1734 la nobile denzella Anna Maria Savignone.
Morì il 30 marzo del 1764, lasciando i figli Bartolomeo e Gerolamo. Questi si rese sacerdote, ed il Bartolomeo, nato a Rapallo il 20 dicembre del 1738, sposo di Geromina Ardito, dopo una serqua di litigi, con R. Brevetto del 26 agosto 1786 fu investito dei feudi, già spettanti ai Pescia e chiamossi Gervasi Bartolomeo Pescia Crovara, ottavo Barone d'Irosa.
Il 21 agosto del 1783, stando in Rapallo nella casa patronale presso il ponte di S. Francesco costituiva procuratore Gio. Battista Bozzo per potere ottenere l'annullazione del contratto di livello fatto dal fu marchese Francesco Aliata, settimo Barone d'Irosa, dei feudi d'Irosa e Celso al barone Gioachino Ferreri per annue oncie 945, come beni sottoposti al fideicommesso Pescia.
Morì a Rapallo il 18 ottobre del 1809.
L'ottavo Barone d'Irosa, che all'aria di Rapallo, culla dei suoi vecchi, andava chiedendo ristoro alla malferma salute, fa l'artefice della rovina del suo illustre casato.
Il figliuol suo, col cuore amareggiato, il 27 maggio del 1795, avea rivolto al Senato la seguente supplica:
«La grandiosa dispersione dei beni che da più anni a questa parte ha fatto il marchese Bartolomeo Gervasio Pescia; i molti debiti da lui contratti, li beni fideicommissionati in parte alienati ed in parte ipotecati, la cattiva amministrazione della propria azienda, un'inveterata podagra, per cui la massima parte dell'anno è trattenuto a letto, aggiunto a tutto ciò la direzione e consigli di persone intente solamente alla propria utilità e non curanti del di lui danno l'hanno indotto a tale stato di dispersione che per poco ancora che il medesimo possa continuare su questo piede ne seguirà l'intera ed irreparabile di lui rovina. Il Marchese Vincenzo Antonio, di lui figlio primogenito, ed immediato successore nella primogenitura, o primogenitore, istituite dai marchesi Pescia, seniori, dovette sostenere liti dispendiose, e per liberare detti fideicommessi da moltio gravami che vi erano stati inseriti per la trascuranza del marchese di lui padre e per debiti ai quali ha preteso di farlo intervenire, e frattanto si ritrova da più anni a carico del nob. Sig. Antonio Savignone di lui suocero, con cui convive con la propria moglie e tre figli, senza che abbia più ora potuto avere alimenti di sorta alcuna dal detto suo padre, da cui sono stati per di più venduti molte gioie e ornati di detta sua nuora.
Per impedire, Signori Serenissimi, l'intero annichilamento di questa famiglia il M. Vincenzo Antonio, figlio primogenito di detto Bartolomeo Gervasio Crovara Pescia se ne ricorre umilmente a L.L. Signori Serenissimi, e li supplica degnarsi di commissionare chi meglio stimeranno, affinché prese le opportune informazioni e riconosciuto l'esposto, possano con il dovuto accerto deliberare a titolo di previdenza onde impedire a detto M. Gervasio Bartolomeo Crovara Pescia che possa proseguire ulteriormente ad amministrare tali beni primogeniali a pregiudicio della sua famiglia ed assegnare a detto M. Vincenzo Antonio supplicante gli alimenti necessarii per il proprio sostentamento e quello della moglie e figli e dare tutti quegli ordini che stimeranno più propri e preservare tutta l'anzidetta famiglia
». Proprio in quell'anno il R. Fisco di Palermo sequestrava i beni in Sicilia dei Pescia-Crovara, e le speranze, che nutriva il figlio Vincenzo Antonio, andarono deluse.
Nato a Rapallo il 23 novembre del 1768, impalmò un'altra Savignone, e il matrimonio fu celebrato nella Cattedrale il 7 agosto del 1787.
Morì il 29 settembre del 1800, sicché il padre poté a suo bell'agio dare l'ultimo colpo di grazia alle sostanze.
I coniugi Pescia-Crovara Savignone ebbero un figlio per nome Emanuele, andato in America, ed un altro nato il 26 marzo del 1792 in Genova, nel distretto parrocchiale di S. Lorenzo, cui furono imposti i nomi di Francesco Vincenzo Bartolomeo.
Passata la rivoluzione, prese possesso dei feudi l'undici settembre del 1812, e chiamossi Francesco Gervasio Crovara-Pescia, nono Barone d'Irosa.
Il 2 marzo del 1832 alienò la baronia d'Irosa al dottore Nicolò Pettino, ricevendo in compenso una grande somma.
Nel 1840 vennero posti all'asta pubblica i beni di Rapallo e il Palazzo al Ponte di S. Francesco, già sede dei Capitani, e poi albergo dei Torriani, giunti da Milano, che vi tenevano il cambio dei cavalli per le poste, toccò al Sig. Giacomo Giudice, e dopo di lui al genero Francesco Fontana, e poi al figlio Giacomo.
Il nono barone d'Irosa spodestato morì il 21 dicembre del 1872.
Dal matrimonio con Rosalia Bartoli celebrato il 17 luglio 1806, ebbe dieci figliuoli, tutti nati a Palermo, tra cui Vincenzo e Ignazio.
Vincenzo, nato il 18 marzo del 1811, morto a Palermo il 5 febbraio del 1873, sarebbe stato di fatto il decimo Barone d'Irosa, e non avendo lasciato prole maschile, il diritto ai titoli nobiliari avrebbe dovuto trapassare nel fratello secondogenito superstite Ignazio, nato il 27 dicembre del 1813, salutato undecimo Barone d'Irosa.
A Palermo sposò in prime nozze Stella Castrone il 16 ottobre del 1834, ed in seconde nozze, il 7 febbraio del 1847 Giovanna Abramo.
Combatté valorosamente, come tenente dei rivoluzionarii, le battaglie del 1847 e 1848 in Sicilia per l'indipendenza. Fallita la rivoluzione fu condannato a morte, e pieno il cuore di primavera italica, si salvò colla fuga.
Morì a Roma il 10 dicembre del 1882.
Ebbe due figli, Francesco, che morì il 6 maggio del 1878 senza prole maschile, e l'attuale Cav. Uff. Vincenzo, nato a Palermo il 19 marzo del 1852, che sarebbe di diritto il dodicesimo barone d'Irosa, riconosciuto dalla R. Consulta Araldica il 5 maggio del 1918.
Al figliuol suo, amico mio carissimo, di vecchia data, ragioniere Ignazio Crovara-Pescia vadano i miei sentiti ringraziamenti per avermi fornito tante note intorno a queste due famiglie, vanto e decoro di Rapallo e di Palermo, note che unite ad altre, che io avea racimolato, mi fornirono il materiale per tessere la presente monografia.

Nella chiesa di S. Francesco di Rapallo, oltre l'altare sacro al Battista, i Pescia possedevano tre tombe.
Una del 1601 accolse la salma di Giovanni Pescia, bisavolo di Gervasio, primo Barone d'Irosa. L'altra, del 1643, accolse la salma di Bartolomeo Pescia, zio del predetto Gervasio, e la terza, nel 1657, quella di Bianchinetta, figlia del fu Paolo Pescia e moglie di Simone Bianchi. Paolo Pescia era pur zio del predetto Gervasio.
Le tre tombe erano sormontate dall'Antico stemma dei Pescia, tre stelle e due pesci, stemma, che trovasi pure nell'Ostensorio inviato nel 1671 alla Chiesa di Rapallo, e nell'urna, contenente le reliquie di Santa Rosalia, inviata nel 1680.
Presentemente lo stemma dei Pescia-Crovara è diviso in due campi, ognuno dei quali è bipartito, presentando in tal modo quattro quadretti appariscenti.
Nella zona superiore, in campo rosso sta un delfino d'argento; a destra in campo celeste stanno quattro ordini di merletti d'argento.
Nella zona inferiore, a sinistra, in campo celeste un leone d'oro rampante, circondato da sette stelle d'oro; a destra in campo celeste una pernice color naturale, sormontata da una fascia.
I Pescia fin dai primi tempi possedevano un gran Palazzo a Palermo in Via Macqueda, ed una splendida villeggiatura ai Colli di Palermo, con busto di Gervasio, secondo Barone d'Irosa.
Il ricordo di essi dura tuttora a Palermo nella via chiamata prima Via Pescia Pallavicini, e, lasciando a un dato punto il nome di Pallavicini, assume quello di Via Pescia.

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