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    Pezzi di storia

Il millenario mancato delle chiese di Portofino
di Clario Di Fabio

La Casana – 2/1987

Un millenario mancato, il 1986, per Portofino. Il primo documento che menzioni il territorio di Portofino, infatti, è soltanto un falso. Medievale anch'esso ma falso. Il caso però è singolare e merita attenzione.

profilo Da «Vedute delle coste d'Italia - Riviera Ligure» ed. Istituto Idrografico della Marina. 1904

L'Archivio Doria-Pamphilj di Roma conserva - fra i non moltissimi così antichi - un diploma con cui Adelaide di Borgogna, vedova di Ottone I ed imperatrice reggente in nome del nipote Ottone III, concede al monastero di San Fruttuoso di Capodimonte «totum portum delphinum cum superioribus et inferioribus suis, et cum omni iurisdicione, cum piscaria falchonaria et omnibus uenacionibus capitis montis, ita quod nullus archiepiscopus episcopus dux marchio comes Vicecomes Castaldo Scudasius decanus Consul… possit auferre fodrum seu collectam uel dacitam aliquam in ipso loco nec tenere placita de hominibus habitantibus siue degentibus in eodem loco»1, ed oltre a ciò i diritti su territori siti nelle vicinanze del cenobio ed in Brugnato.
Alcuni studiosi interpretarono male la data e collocarono l'atto nel 9862, non considerando che il giovane Ottone III era sì succeduto al padre nel 983, ma che solo nel 996 aveva cinto la corona imperiale. L'atto sembrava allora risalire al 999, cioè - come si esprime la formula cancellieresca - appunto al terzo anno di impero del tercius otto dei gratia imperator augustus. Ma alcune contraddizioni ed incongruenze (la citazione, ad esempio, di un fantomatico «principe Carlo», figlio di Adelaide) avevano indotto in sospetto gli esegeti più attenti - come Ludovico Antonio Muratori, finché Luigi Tommaso Belgrano - ancora nel secolo scorso - ne provò inequivocabilmente l'apocrifia.
Dimostrò infatti come si trattasse in realtà della replica di un altro documento - questo davvero autentico - rilasciato nel 999 da Adelaide ai Benedettini di Capodimonte e al loro abate, Madelberto - forse un tedesco, a giudicare dal nome -, in occasione del suo insediamento. Ma tale atto concede loro solo una terra in Brugnato e non riguarda Portofino. Belgrano precisò che la falsificazione era da ascriversi al XIII secolo3.
In sé, non è certo un fatto eccezionale. In difficoltà, tra XII e XIII secolo, per il conflitto con le comunità cittadine in pieno sviluppo, molti monasteri ricorsero non di rado ad una vera e propria «politica dei falsi», tesa a difendere per mezzo di apocrifi diplomi imperiali - fabbricati negli scriptoria dei monasteri interessati - assetti di potere, diritti consuetudinari e possessi giuridicamente non dimostrabili e, comunque, contestati dalle nuove istituzioni (notevole, ad esempio, il caso di San Pietro in Ciel d'Oro di Pavia, definito addirittura una «vera officina di falsificazioni»)4.
Il caso è uno di questi: davanti all'affermarsi del Comune di Rapallo, all'espandersi del suo controllo territoriale, al suo reclamare diritti sul territorio di foto Portofino, i Benedettini di Capodimonte tentarono di difendersi. Fu ricopiato allora il diploma autentico, interpolando nel testo precisi riferimenti ai possessi contesi. Solo così si spiega, infatti, il lungo elenco di istituzioni, ecclesiastiche e laiche, nel quale l'unico termine che abbia valore immediato è quello di consul, che allude a quei consoli di Rapallo che davvero ebbero infine ragione delle resistenze dei monaci, ma solo trenta-quarant'anni dopo.
Solo il 18 febbraio del 1171 papa Alessandro III trasferì, in effetti, agli homines di Rapallo - ma indirettamente a Genova, che già controllava i principali centri rivieraschi - la giurisdizione civile su Portofino5. I diritti ecclesiastici sopra la parrocchia del borgo rimasero invece pertinenza del monastero ben più a lungo, fino al 1550.
Per i servigi resi al Papato, Giulio III concesse in quell'anno ad Andrea Doria tutti i diritti e privilegi già spettanti a San Fruttuoso. La facoltà di eleggere il parroco di Portofino e di ricevere un canone annuo restò così fino al 1885 alla famiglia Doria, ai cui membri ecclesiastici il titolo abbaziale di Capodimonte spettava di diritto. Morto il cardinale Giorgio Doria-Pamphilj - l'ultimo espresso dal casato -, fu l'arcivescovo di Benevento, Domenico Carafa, l'ultimo abate commendatario di San Fruttuoso. Dopo di lui - anche a seguito delle travagliate vicende postunitarie legate all'amministrazione dei beni ecclesiastici vacanti, prima la diocesi genovese (1885) e poi quella chiavarese - nel 1892, appena costituita - assunsero la giurisdizione sopra la parrocchia di Portofino6.
Nonostante la risonanza mondiale del suo nome - legata in particolare ad un turismo di élite che negli anni Sessanta ne fece uno dei propri «luoghi deputati» - Portofino è rimasta ancora un piccolo borgo, racchiuso in una cala stretta fra i monti e il mare7. Ha però ben due chiese. Una, la parrocchiale, è situata nel paese, ai margini dell'abitato, ed è dedicata a san Martino; l'altra - consacrata a san Giorgio - spicca sul crinale dell'istmo che unisce la baia alla penisoletta triangolare, dominata dal castello, che protegge a meridione il porticciolo. Nell'assenza di documenti precedenti il XII secolo che riguardino Portofino e le sue chiese, questa situazione ha suscitato interesse in tutto un filone storiografico, che ha giudicato assai eloquenti tanto le dedicazioni degli edifici quanto la loro associazione.
Nel suo titolo, la parrocchiale ricorda san Martino, il vescovo di Tours (morto nel 397) che, per la sua intensa azione antiariana, meritò l'appellativo di malleus hæreticorum, «martello degli eretici», e che Le Goff ha definito «il primo grande santo popolare che non fosse un monaco»8.
L'altra chiesa ha la funzione di santuario. Secondo una tradizione non documentata, conserverebbe le reliquie di san Giorgio, il santo cavaliere di Cappadocia, trasferite qui dall'Oriente9. Per il Barrii, il titolo sarebbe molto antico e rimonterebbe all'epoca longobarda, «in quanto tale santo fu assunto a protettore dalle truppe che sotto re Cuniberto avevano partecipato alla battaglia di Coronate»10.
Le origini delle chiese di Portofino sarebbero queste: San Giorgio risalirebbe al VII secolo, in relazione ad un insediamento longobardo ariano; San Martino ad una fase successiva, in cui il clero ortodosso, dopo la vittoria franca, avrebbe avuto di fronte la necessità di intraprendere un'intensa opera di evangelizzazione delle campagne, ed in ispecie di quei centri in cui l'insediamento longobardo maggiormente aveva propagandato l'eresia ariana11. dipinto colori
La dedicazione della chiesa del borgo a san Martino di Tours - un santo la cui potentia di esorcista, di «torturatore dello spirito immondo» era divenuta proverbiale12 - contrapposta a quella a san Giorgio della capella di crinale sarebbe stato un atto «esaugurale», la creazione di «un presidio soprannaturale contro il sopravvivere della superstizione» (Bognetti): una scelta dotata insieme di valenza pratica e simbolica legata ad una fase storica in cui una lotta più specificamente culturale e religiosa fece seguito ad una fase di conflitto aperto fra due civiltà e due sistemi di potere13. E' una tesi in sé non incredibile. E' infatti noto che i monarchi longobardi impiegarono spesso l'espediente di inviare lungo il limes terrestre e marittimo del regno (e quindi anche in Liguria, dopo la sua conquista da parte di Rotari nel 642) gruppi di militari di stirpe bavara, fedeli alla corona, come presidi contro la minaccia bizantina ed islamica14.
A queste guarnigioni arimanniche - stanziate di norma in luoghi elevati, a causa dei compiti di controllo ed avvistamento - venivano assegnati, per il sostentamento, i terreni agricoli circostanti l'insediamento militare. Di esso faceva parte, di solito, anche una cappella, dedicata ai santi patroni del popolo longobardo (fra gli altri, Michele e Giorgio, ma anche Pietro, Donato, Eufemia, Giustina)15.
La diffusione del culto di san Martino e la dedicazione a lui di edifici contrapposti topograficamente ad altri intitolati a santi «longobardi» si connetterebbero ad una fase storica conflittuale, «alla fine dell'arianesimo dei popoli germanici in Italia», «un fenomeno decisivo nella storia d'Italia del sec. VII» (Bognetti)16. Quale fondamento storico abbia questa tesi riferita al borgo ligure - pure assai suggestiva per colmare una lacuna storica reale - fino ad oggi non è dato sapere, nell'assenza di dati definitivi. Perché non sono tali quelli fin qui esposti. Si sa infatti che il culto di san Giorgio in Liguria, e in particolare in area genovese, è assai antico, indipendente in origine da traslazioni di reliquie e precedente la conquista di Rotari perché collegato alla duratura presenza nella Provincia Maritima Italorum di presidi militari bizantini, che avevano - com'è noto - l'immagine del santo cavaliere come insegna.
Per verificare la fondatezza di queste argomentazioni, un'occasione importante avrebbe potuto essere la ricostruzione della chiesa di San Giorgio, pressoché distrutta nel 1944 dagli eventi bellici. L'architetto Luigi Carlo Daneri, che, per conto del Genio Civile, a partire dal febbraio 1948, ne curò il ripristino, fece le seguenti constatazioni: «Sotto il pavimento, in prossimità della porta che immette nella sacrestia, con una apertura chiusa da una lastra quadrata di marmo, era una fossa rettangolare murata, usata come ossario comune, la quale è rimasta inalterata. Tra detta fossa ed il muro frontale, subito sotto il pavimento antico, vennero rintracciati i resti di un edificio di forma rettangolare, di dimensioni più modeste e con l'asse spostato a sinistra, per chi guarda dalla porta principale l'altare maggiore, rispetto a quello della chiesa attuale. Resti che, costituiti da comune muratura di pietra greggia e calce, alti pochi decimetri, potevano costituire le fondamenta della più antica chiesa primitiva di cui si ha notizia». Su tale ritrovamento non vennero fatte tuttavia indagini di alcun genere, né lo scavo fu condotto con criteri archeologici17. E tutto ciò (insieme alla fotografia pubblicata nel 1952 dal «Bollettino Ligustico») è davvero troppo poco per accertare se i resti appartenessero all'edificio del XII secolo - la cui esistenza è confermata dai documenti - o ad un'ipotetica fondazione anteriore. E' certo, dipinto b/n comunque, che nel corso del XII secolo ambedue le chiese di Portofino svolgevano le loro rispettive funzioni.
Intorno al 1130, ad esempio, papa Innocenzo II concesse al monastero di San Fruttuoso la giurisdizione su San Martino. L'atto originale non esiste più, ma se ne possiede uno di Alessandro III, del 1164, che lo conferma e che, mentre ricorda varie dipendenze di Capodimonte (fra le altre, Nozarego, Corte, Campo Molino, San Matteo di Genova), non rammenta affatto la cappella di San Giorgio18. La quale, in un'epigrafe tarda, è detta fondata nel 1154 ad opera dei locali piscatores coralis e definita sacellum: il fatto che non di una ecclesia si trattasse, ma, appunto, di un semplice «sacello» funzionale ad un'esigenza di culto locale potrebbe spiegare 1'«incuria» della bolla papale.
Nel 1222, tuttavia, San Giorgio per certo esisteva, poiché il 23 novembre di quell'anno un tal Opizo de Campoplano lasciò quindici soldi, appunto, alla chiesa Sancti Georgii de Portudalfino19. Nei documenti medievali, fino al XIV secolo, le due chiese sono ricordate come entità giuridicamente distinte, benché sempre affidate ad un unico minister o rector. Così, nel 1296, prete Tommaso da Cerona è designato minister ecclesiarum Sanctorum Martini et Georgii de Portudalfìno; nel 1347, prete Gregorio è il minister ecclesiarum beatorum Martini et Georgii; nel 1361, alla posa della prima pietra dell'abbazia della Cervara presenzia, fra gli altri, Oberto di Mascarana da Genova, rector ecclesie Sancti Martini necnon Sancti Georgii de Purtufino20.
Non è dunque affatto vero - come pure si è affermato - che la parrocchiale venisse designata già in antico - prima, cioè, del XVI secolo, quando, invece, tale usanza diverrà normale - indifferentemente con l'uno o l'altro titolo21. Dal punto di vista architettonico e artistico, nessuno dei due edifici mostra più traccia evidente delle proprie origini medievali. San Giorgio perché fu - come si è detto - completamente ripristinata dopo la distruzione secondo il criterio del «com'era e dov'era». Ma già nei tre secoli precedenti, a più riprese, si erano succedute le modifiche dell'assetto originario. Nel 1651, dotando la primitiva cappella rettangolare di un piccolo coro. Ma quarant'anni dopo la si rifece, ampliandola.
Vi lavorarono muratori locali, che, con qualche incertezza di impostazione, le conferirono un impianto a navata unica - un rettangolo con lati inflessi aperti internamente in tre nicchioni - presbiterio ed abside. Tale schema fu riprodotto, ma regolarizzato, nel corso dell'ultimo rifacimento, circa del 1760, finché, nel 1867, il santuario fu dotato di una nuova facciata, di gusto ancora settecentesco22.
San Martino ebbe sorte diversa: sembra infatti abbia conservato forme medievali fino ad epoca relativamente recente; fino, cioè, ai «restauri» promossi da don Giuseppe Boccoleri e don Giovanni Carozzo (parroci di Portofino rispettivamente dal 1873 al 1879 e dal 1879 al 1903), conclusi nel 188823. Secondo Cesare Da Prato, autore, nel 1876, di un Saggio storico civile religioso del Comune di Portofino: «Lo stile di questo tempio era lombardo… ma poi fu mutato in gotico: infatti se prima dell'ultimo ristoro tu entravi nella presente chiesa di Portofino la vedevi manoscritto composta a tre stili; gli archi della nave maggiore rotondi alla lombarda, il Sancta Sanctorum col soffitto puramente gotico diviso in ispazii e sostenuto dai soliti cordoni; gli archi delle cappelle laterali presentavano la forma gotica, le colonne delle navi sebbene rotonde erano sessangolari, come se ne vedeva ancora una sotto l'orchestra; le finestre delle piccole navi avevano la forma gotica; il campanile doveva essere un tempo di stile gotico e staccato dalla fabbrica come si usava anticamente, ed avendolo voluto incorporare alla chiesa si cagionò a questa un brutto sconcio. Il rimanente poi della chiesa era messo ad uno stile composito grossolano ed irregolare»24.
La prosa del Da Prato induce in realtà più dubbi che certezze sulla facies medievale della parrocchiale. Egli, in primo luogo, impiega il falso documento del 986/999 come prova della sua antichità, e lo usa per datarne la prima fase, quella di «stile… lombardo». Ma tutte le argomentazioni del Da Prato sono da vagliare con attenzione, anche perché non è lecito definire «romanica» una chiesa che si vorrebbe del X secolo (ed il termine «lombardo» è inteso dall'erudito proprio come sinonimo di «romanico», secondo le cognizioni divulgate nella cultura genovese del tempo).25 Ardua risulta poi la distinzione tra fase «lombarda» e «gotica»: è molto improbabile che un'eventuale ristrutturazione gotica del primitivo edificio avesse conservato «gli archi della nave maggiore rotondi» ed avesse sottoposto ad essi pilastri esagonali. Non si conoscono - almeno in Liguria - esempi di pilastri esagoni romanici a divisione delle navate, mentre si sa che l'arco a pieno centro rimase nel repertorio architettonico corrente anche tra Due e Quattrocento. Cosa significhi, poi, affermare che le colonne «erano sessangolari» «sebbene rotonde» è ben difficile spiegare.
Se l'ampiezza degli intercolumni era paragonabile all'attuale e se - come pare - l'altezza complessiva della chiesa non è variata di molto, è possibile che le arcate antiche avessero, come le attuali, un sesto leggermente ribassato. Affiancando queste constatazioni agli altri dati desumibili dal testo del Da Prato (volte costolonate sul presbiterio; archi a sesto acuto nelle cappelle e nelle finestre delle navi minori), non si può escludere allora che la chiesa avesse sì mantenuto nell'Ottocento forme medievali, ma quasi totalmente gotiche - forse trecentesche - invece che romaniche26. Questo - molto poco e molto incerto, come si vede - è quanto risulta a proposito dello stato della parrocchiale prima delle trasformazioni moderne, che hanno determinato l'attuale immagine dell'edificio. Nella facciata soltanto la tripartizione con lesene è originaria, mentre tutti gli altri elementi (il finestrone circolare; le incorniciature del portale maggiore; gli archetti pensili e il profilo cuspidato) risalgono ad interventi completati solo nel 1937.
Una scenografica porta bronzea neobarocca dà accesso all'interno, vivace per la profusione dei marmi, che rivestono il pavimento (rinnovato negli anni Sessanta) e la parte inferiore delle pareti e che culminano nell'altar maggiore tardo-settecentesco, che spicca coi suoi intarsi policromi sul fondo della nave centrale27. La parte alta dei muri perimetrali e le volte sono completamente decorate da affreschi in buona parte ridipinti da un artista locale dopo i danni dell'ultimo conflitto. Del ciclo originano fanno parte, oltre al Miracolo di san Martino nel catino absidale, le grandi figure - dipinte alla San Martino base della volta della nave maggiore - di Evangelisti, di Profeti, di una santa e di Salvatore Magnasco, arcivescovo di Genova - colui che consacrò nel 1888 l'altare della chiesa rinnovata28.
Queste parti si segnalano, rispetto al modesto livello dell'insieme. Sono opera di un artista, tal Pavoni, di cui per il momento non si hanno notizie precise. Lo stile lo fa giudicare fedele ad un accademismo dignitoso, segnato da una precisa vena naturalistica: una pittura che parrebbe risentire degli indirizzi di fedeltà alla «grande arte tradizionale storica e sacra» interpretati nell'ambito dell'Accademia Ligustica da Giuseppe Isola29. Tra gli arredi e le opere d'arte mobile, sono notevoli il Compianto sul Cristo morto, un gruppo ligneo policromo settecentesco d'ambito maraglianesco, al quale si possono riconnettere forse anche due Madonne, una col Bambino ed una Addolorata, anch'esse lignee e policrome, di una tipologia consueta in area genovese e rivierasca, prodotto di botteghe specializzate.
Più d'un cenno merita, infine, la tavola cinquecentesca posta sopra un confessionale, nella navata sinistra. Possiede un'incorniciatura antica (sebbene ridipinta e ridorata), ma è probabilmente priva del fastigio di coronamento. Ha una predella con Cristo fra gli Apostoli; nello scomparto principale - diviso a trittico da colonnine tortili e chiuso ai lati da paraste - i santi Sebastiano, Rocco e Fabiano (o Pantaleo); nella cimasa, entro spazi delimitati da volute salienti, ai lati di un Cristo imago pietatis, l'Angelo e la Madonna Annunciata.
In maniera più o meno diretta, è stato accostato al nome o all'ambito di Teramo Piaggio, pittore nativo di Zoagli, attivo fra 1532 e 1554, e in modo particolare proprio per committenze ecclesiastiche della Riviera di Levante30. Un po' rigide nella fisionomia, nelle positure e nella fattura paiono le tre figure principali, che, separate dalle colonnine, campeggiano su uno sfondo unitario di paesaggio, ad attestare la giustapposizione, nella cultura dell'anonimo artefice, di attardate concezioni quattrocentesche ad una esigenza di più larga impaginazione spaziale del dipinto; del quale è proprio la predella il brano più risolto.


1 Roma, Archivio Doria-Pamphilj, Codice A di San Fruttuoso, c. 9. Il diploma è pubblicato da L.T. BELGRANO, Cartario genovese, in «Atti della Società Ligure di Storia Patria», II, 1870,1, fasc. 1, n. XXVIII, pp. 44-50 (cit. alla p. 47).
2 F.M. ACCINELLI, Memorie istoriche sacro-profane di Genova, Genova 1852, riprende la lezione di F. UGHELLI, Italia Sacra, Venetiis 1717-1722 (II ed., IV vol., p. 843).
3 L.T. BELGRANO, op. cit., pp. 44-45 (che cita anche l'opinione del Muratori), pubblica infatti - a fronte del falso - anche il documento autentico (n. XXVII).
4 B. PAGNIN, Falsi diplomi reali ed imperiali per S. Pietro in Ciel d'Oro dal secolo VIII al XII, in «Bollettino della Società Pavese di Storia Patria», LVI, 1956. Bibliografia sulla Questione in C. DI FABIO, Le reliquie di S. Agostino a Genova: dalle cronache altomedievali al formarsi di una tradizione, in «Romanobarbarica», 3,1978, pp. 39-61.
5 Per tali vicende, in un quadro sintetico, v. G.L. BARNI, Storia di Rapallo e della gente del Tigullio, Savona 1983, pp. 30 ss.; e Le classi dominanti nella Riviera orientale e l'espansione del Comune di Genova, in La Storia del Genovesi, II, Genova 1982, pp. 47-73.
6 Per i nessi con il monastero di Capodimonte: F. DIOLI - T. LEALI RIZZI, Un monastero, una storia: San Fruttuoso di Capodimonte dalle origini al secolo XV, Recco 1985; L. CAVALLARO, San Fruttuoso di Capodimonte, una «storia» nella pietra, in «Benedictina», XXXIII, 1986, fasc. 2, pp. 361-393. Con cautela, cfr. V. BOGGIANO PICO, La chiesa di Portofino attraverso i secoli, Genova 1971, passim.
7 Sul borgo, da un punto di vista generale, v., tra l'altro: C. DA PRATO, Saggio storico civile-religioso del Comune di Portofino nella Riviera Ligure Orientale, Genova 1876; Memorie storiche ecclesiastiche di Portofino, Chiavari 1902; V. GARRONI CARBONARA, Portofino e la costa da Nervi a Zoagli, Genova 1979, pp. 17, 46-49.
8 Sulla sua figura: SULPICIO SEVERO, Vie de Saint Martin, ed. francese a cura di J. FONTAINE, Paris, 1967-1969, 3 voll. Per una valutazione: St. Martin et son temps, atti (Studia Anselmiana, 46), Roma 1961; sul culto: E. EWIG, Der Martinskult im Frühmittelalter, in «Archiv für Mittelrheinische Kirchengeschichte», 14, 1962, pp. 11-30. Per la cit.: J. LE GOFF, Il Cristianesimo in Occidente da Nicea alla Riforma, in Storia delle religioni, a cura di H.Ch.PUECH, 10, Roma-Bari 1977, p. 44.
9 Sul culto di san Giorgio in Liguria: D. CAMBIASO, L'anno ecclesiastico e le feste dei santi in Genova nel loro svolgimento storico, in «Atti della Società Ligure di Storia Patria», XLVIII, 1917, pp. 137 ss.; U. FORMENTINI, Genova nel Basso Impero e nell'Alto Medioevo, Storia di Genova, II, Milano 1941, p. 117. Opinioni diverse in J. SERRA-VILLARÒ, San Prospero de Tarragona y sus discipulos refugiados en Italia en el año 711, Barcelona 1943.
10 G.L. BARNI, Un'arimannia longobarda a Portofino?, in «Bollettino Ligustico», 1952, 3/4, pp. 73-75.
11 Ibidem; e, dello stesso, Storia di Rapallo, cit., pp. 21-24.
12 Sul concetto di «potentia»: P. BROWN, Il culto dei santi, Torino 1983, pp. 149-177 (da cui le citazioni).
13 Sul concetto di «esaugurazione» e sulla dedicazione delle chiese come spia di atteggiamenti, scelte politiche e religiose: G.P. BOGNETTI, I «Loca Sanctorum» e la storia della Chiesa nel regno dei Longobardi, in «Rivista di Storia della Chiesa in Italia», VI, 2, 1952, pp. 165-204 (poi in G.P. BOGNETTI, L'età longobarda, III, Milano 1967, pp. 303-345, da cui le cit. nel testo, e in S. BOESCH GAJANO, Agiografia altomedievale, Bologna 1976, pp. 105-143).
14 G.P. BOGNETTI, cit. passim. Per un quadro storico: U. FORMENTINI, cit. pp. 123-149.
15 G.P. BOGNETTI, cit. pp. 317-326.
16 Ibidem, pp. 307-308. Per le vicende storiche della zona: L. GATTI, Diocesi di Chiavari, in Liguria Monastica, Italia Benedettina, II, Cesena 1979, pp. 65-91.
17 L.C. DANERI, San Giorgio a Portofino, in «Bollettino Ligustico», 1952, 3/4, pp. 93-95.
18 Opp. citt., qui, nota 6.
19 Liber magistri Salmonis sacri palatii notarii, 1222-1226, a cura di A. FERRETTO, in «Atti della Società Ligure di Storia Patria», XXXVIII, 1906, p. 259.
20 Attraverso i documenti qui citati (in A. FERRETTO, I primordi e lo sviluppo del Cristianesimo in Liguria ed in particolare a Genova, ibidem, XXXIX 1907, p. 523) è possibile integrare la «Cronologia dei sacerdoti che hanno retto la chiesa di Portofino» pubblicata da V. BOGGIANO PICO, op. cit. p. 124, e, in parte, correggerla.
21 Così, invece, V. BOGGIANO PICO, op. cit. p. 23.
22 Sull'edificio, oltre alla bibliografia già citata: A. REMONDINI, Parrocchie dell'archidiocesi di Genova. Notizie storico-ecclesiastiche, III, Genova 1887, pp. 131-138; S. GOTTA, S. Giorgio a Portofino, in «La Casana», V, 1, 1963, pp. 22-26.
23 Oltre alla bibliografia già citata: A. REMONDINI, op. cit., pp. 126-130. Sugli interventi, V. BOGGIANO PICO, op. cit. passim, ed il materiale conservato nell'Archivio Parrocchiale.
24 C. DA PRATO, op. cit. p. 57.
25 Per un quadro generale dell'architettura ligure del XIII-XV sec., v. G. ROSSINI, L'architettura degli ordini mendicanti in Liguria nel Due e Trecento, Bordighera 1981.
26 La notizia che «il soffitto dell'altare maggiore era a cassettoni in stile gotico» - in sé discutibile - (V. BOGGIANO PICO, op. cit., p. 20) si spiega col fraintendimento di un passo del DA PRATO, op. cit. p. 57.
27 Per i dati, V. BOGGIANO PICO, op. cit. passim.
28 Per una biografia, sebbene di tono apologetico: G.B. GRAZIANI, Vita di Mons. Salvatore Magnasco Arcivescovo di Genova, Genova 1899.
29 La notizia sull'intervento del Pavoni in V. BOGGIANO PICO, op. cit. p. 76. Sull'Isola, v.: G. BRUNO, La pittura in Liguria dal 1850 al Divisionismo, Genova 1981. pp. 453-454 (da cui la cit.); V. ROCCHIERO, Scuole, gruppi, pittori dell'Ottocento ligure, Roma-Genova-Savona 1981 (ambedue con bibliografia precedente).
30 M. BONZI, Due trittici rivieraschi del sec. XVI, in «Il Raccoglitore Ligure», febbraio 1933; G.V. CASTELNOVI, Il Quattro e il primo Cinquecento, in La pittura a Genova e in Liguria, I, Genova 1970, pp. 161, 175.

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