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    Pezzi di storia

Le remote origini del «confuoco»
di Ugo Rimassa

A Compagna – set/dic 1981

«Ma dentro brüxio chiu que ro Confogo falò
chi se brüxia a Paraxo ro Denà»

(Ma dentro brucio più del «Confuoco»
che a Natale si brucia a Palazzo Ducale)

Così cantava in una delle «Rime amorose» Paolo Foglietta nel secolo XVI, nel tempo in cui la cerimonia del «Confuoco» si svolgeva a Genova con particolare solennità.
L'Abate del popolo presentava al Doge un ceppo di alloro che veniva arso nella piazza del Palazzo Ducale, fra lo scoppio dei mortaretti, il fragore dei fucili sparati a salve e l'esultanza del popolo che si precipitava a raccoglierne i resti ancora fumanti e rossi di bragia.
Questa usanza durò fino al 1636, anno in cui essa fu abolita perché ai gusti moderni dei reggitori della Repubblica appariva barbara e medioevale. Fu soltanto dopo le vive insistenze del popolo minuto che il «Confuoco» venne ripristinato, ma in forma più composta e più decorosa, ossia mediante l'offerta al Doge di un mazzo di fiori.
Fu questo uno dei sintomi con cui il secolo di Cartesio avviava l'umanità sul cammino che la porterà dapprima a ripudiare le singole tradizioni ed infine a rifiutare del tutto la Tradizione, ossia quel sapere antico avvolto da veli enigmatici che appena due secoli prima umanisti come Giorgio Gemisto Pletone cercavano ancora d'interpretare.
Il «Confuoco» costituiva la ripetizione inconscia delle remote feste del fuoco che in tempi preistorici si svolgevano in tutta Europa dove, in virtù di una idea religiosa comune anche all'Oriente, il fuoco era considerato, insieme all'aria, all'acqua e alla terra, il promotore della crescita dei raccolti e quindi causa di benessere per l'uomo e per gli animali.
Michel de Montaigne accennando agli antichi costumi di lontani paesi ha scritto nel capitolo XXIII del Libro I dei «Saggi»:
«Dove le strenne annuali che il Re manda ai principi suoi vassalli consistono nel fuoco. E quando l'ambasciatore che lo porta arriva, il fuoco vecchio è tutto spento in ogni parte della casa. E di questo fuoco nuovo i sudditi di quel sovrano devono venire a prenderne ciascuno per sé, sotto pena di crimine di lesa maestà».
E' evidente la relazione tra questa usanza ed i riti dei Druidi i quali, durante la festa di Samhain, dopo aver fatto spegnere tutti i fuochi domestici, accendevano a Tlachtga un fuoco magico a cui doveva attingere il popolo tutto1.
In questo potere rinnovatore del fuoco deve scorgersi l'invito ad una rigenerazione non soltanto fisica ma soprattutto spirituale, diretta a reintegrare l'uomo nella propria dignità originaria, idea che sta alla base di tutti i riti di iniziazione, compreso il battesimo.
Presso i popoli antichi il ceppo fiammeggiante simboleggiava il sole e niente in realtà lo rappresenta meglio; infatti mediante il proprio calore e la propria luce l'astro, a cui dobbiamo la vita, consente alle piante di scomporre l'anidride carbonica (CO2) dell'aria nell'ossigeno, che esse liberano, e nel carbonio che invece assorbono costituendo in tal modo il proprio tessuto organico.
Inversamente, mediante la combustione, l'ossigeno dell'aria si unisce al carbonio di cui è composto il ceppo, riproducendo così quel calore e quella luce che il sole elargì per sviluppare le piante.
Gli antichi popoli celebravano questo ciclo, uno dei tanti della Natura, con un sentimento religioso che è rimasto immutato pur nelle diverse situazioni ed interpretazioni.
Le feste del fuoco celebrate al solstizio di inverno dovevano, con i loro innumerevoli falò, restituire al sole quella luce e quel calore che esso aveva generosamente donato, aiutandolo, nell'intenzione dei celebranti, a riacquistare il proprio vigore.
I numerosi fuochi che rischiaravano la più lunga notte dell'anno dovevano riaccendersi al declinare di quel giorno in cui la durata della luce quotidiana inizia a diminuire, in quel solstizio d'estate della cui festa si appropriò il Cristianesimo celebrando la nascita di San Giovanni Battista, l'unico santo di cui non si onora la morte bensì il giorno natalizio.

bassorilievo Gaggini: Natività, architrave del portale in vico Orefici 47r

Le feste del fuoco passarono senza interruzione dai tempi preistorici ai tempi storici, dalle religioni pagane a quella cristiana
Nella notte di Natale in ogni casa d'Europa scoppiettava nel camino un ceppo che in precedenza era stato cinto di ghirlande e cosparso d'acqua benedetta o di vino.
In Germania, Francia, Inghilterra e nei paesi slavi il ceppo di Natale era comunemente di quercia perché presso i popoli indo-europei questo albero era sacro.
A Genova il ceppo era d'alloro, come sono ancora d'alloro i rametti che s'innestano sul pandolce, perché quest'albero era sacro secondo gli antichi popoli italici.
Plinio definiva l'alloro il guardiano delle case e sosteneva che nessun legno si presta bene quanto questo ad accendere il fuoco2.
Anche Ovidio accenna ad una tradizione già remota ai suoi tempi; egli afferma che «quando le navi straniere ancora non avevano recato la mirra stillata dalla corteccia e l'Eufrate non aveva inviato l'incenso né l'India ne aveva richiesto il prezzo, e quando ancora ignote erano le foglie del rosso croco, gli altari fumavano contenti dell'erba sabina e con allegro crepitio bruciava l'alloro»3.
Il fuoco che scaturiva dai suddetti alberi era considerato particolarmente sacro e magico a causa della sacralità delle piante stesse.
Circa il concetto di alberi sacri occorre ricordare che gli Dei furono in origine adorati sotto forma vegetale; più tardi sotto sembianza di animali ed infine sono l'aspetto umano; un simbolo di quella evoluzione a cui la scienza accenna senza poterla spiegare.
Pur succedendosi in tempi diversi, queste forme finirono per coesistere nella coscienza dei popoli come ne è prova il dio germanico Woran rappresentato non solo in maniera antropomorfica, ma anche in figura di quercia e di lupo, mentre nel mondo mediterraneo il sole, divinizzato in Apollo, era rappresentato non solo dalla forma umana ma anche dall'albero di alloro e dalla lucertola.
Del cosmico, continuo ricevere e restituire, evolversi e regredire è arduo cogliere il significato e proprio per questo motivo l'umanità non rinuncerà mai ai propri miti perché, malgrado il contrario parere dei pedanti, ne intuisce l'arcano segnale e con freschi sensi particolarmente li accoglie e li celebra la gioventù.


1 Enciclopedia delle Religioni. Vallecchi ed. 1970. Vol.1, pag.1731
2 Historia natalis, XVI - 77
3 Fasti, versi 339/344

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