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    Pezzi di storia

E quello lì, sarebbe un re?
di Francesco Russo

L'Espresso - 25 luglio 1971

Gli sconcertanti particolari sulla vita e le follie di Vittorio Emanuele II, scoperti dallo storico inglese Mack Smith

Quando il pubblico italiano avrà letto la nuova biografia appena ultimata da Denis Mack Smith, l'effigie di Vittorio Emanuele II, padre della patria e anima del Risorgimento non combacerà più con quella che maestri di scuola e storici ossequienti hanno impiantato nell'immaginazione nazionale. La sua reputazione storica, Vittorio Emanuele II costruita e preservata per più di un secolo a fini politici, sarà frantumata. Al posto del "re galantuomo" vedremo un "roi fainéant", fanfarone, scurrile, vanitoso, incompetente, ottuso, smanierato, pusillanime, autoritario, egoista, ignorante e probabilmente anche capace di scorrettezze finanziarie. Unico tratto accattivante, la sua liberalità nei confronti delle amanti e dei figli illegittimi, una folla: anche troppo egli si meritò l'appellativo di "padre della patria".
La biografia sarà anche divertente perché il monarca sardo risulta alla fine un personaggio comico. Il libro sarà anche carico di suspense sin dal principio: le origini del sovrano sono infatti misteriose. Mack Smith riferisce doverosamente una congettura ripetuta spesso, nella sua vecchiaia, da Massimo D'Azeglio, uomo onesto, insospettabile di lasciarsi influenzare da risentimenti personali: nelle vene di Vittorio Emanuele II non scorreva nemmeno una stilla del sangue dei Savoia.
Era convinzione del d'Azeglio che il primogenito di Carlo Alberto fosse perito a due anni in un incendio a Poggio Imperiale. Ora, secondo la versione ufficiale del fatto, tra le fiamme perì soltanto la bambinaia, che si sacrificò eroicamente per salvare l'erede al trono. Ma per D'Azeglio questa versione non era plausibile: anche il figlio di Carlo Alberto era morto, ed era stato sostituito con quello di un "beccaio di Firenze".
Guardategli le mani, sono quelle di un macellaio, esclamava lo statista, uno dei pochi italiani che ebbero dimestichezza sia con Carlo Alberto che col suo successore. Effettivamente, la diversità tra i due non poteva essere più grande: alto, elegante, attraente, racé il primo; grossolano, tracagnotto, brutto il secondo.
All'anomalia dell'origine di Vittorio Emanuele II Denis Mack Smith non vuole attribuire un peso eccessivo, ma riconosce che l'ipotesi darebbe la chiave di molti aspetti del carattere e della vicenda del re.
Per fare un esempio, l'avversione di Carlo Alberto nei suoi confronti, che gli avrebbe di gran lunga preferito il figlio cadetto, il duca di Genova: l'antipatia di Vittorio Emanuele II per la nobiltà, il suo disagio in società (tutti gli osservatori stranieri concordano sulla sua "sauvagerie" e sulla sua timidezza estrema) e, per converso, le sue pose da popolano a suo agio solo in caserma, a caccia e con vivandiere. Insomma, l'ipotesi della sostituzione spiegherebbe tutta una conformazione psichica dominata da un profondo sentimento d'inferiorità personale.
Anche sulla sua fortuna sessuale si deve avere esagerato: le sue avventure galanti paiono piuttosto il risultato automatico di una posizione sociale che di una forza di seduzione fuor del comune. Non c'è dubbio che, fatta l'Italia, si adoperò intensamente a "fare gli italiani": la signora Rattazzi, che probabilmente fu la sua amante, non esita a definirlo nelle sue memorie, come «molto corrotto».
In Inghilterra, poi, non fu precisamente fortunato. Ai suoi amici era solito raccontare una storia poco credibile: una figlia della regina Vittoria si era innamorata di lui, ma conosceva troppo bene il greco e il latino per i suoi gusti. In realtà le cose erano andate diversamente.
Rimasto vedovo, Vittorio Emanuele II si recò in Inghilterra con lo scopo segreto di trovare una principessa inglese da sposare.
I diplomatici italiani fecero sforzi affannosi perché il sovrano si comportasse decentemente nell'ambiente puritano di Windsor, ma non poterono impedire che il suo arrivo fosse preceduto da un rapporto poco lusinghiero dell'ambasciatore inglese in Francia, il quale riferì che a Parigi Vittorio Emanuele II aveva creduto di divertire l'imperatrice francese e la sua corte esprimendo la propria piacevole sorpresa nel constatare che le signore francesi non usavano mutande.
Comunque, a Windsor Vittorio Emanuele II non scandalizzò, ma sconcertò per la studiata fierezza dei suoi atteggiamenti, e per le frottole che snocciolava: si vantava di aver reciso la testa a un toro con una sciabolata e di esser così occupato nelle cure dello Stato da poter dormire solo due ore per notte (mentre si sapeva che era di un'oziosità incredibile).

Carlo Alberto Il principe Carlo Amedeo Alberto
di Savoia Carignano

Tutto sommato non dispiacque alla regina Vittoria. Però non riuscì ad affascinare la principessa di cui chiedeva la mano e che, del resto, essendo ragazza piuttosto schizzinosa, aveva già respinto il principe Napoleone. In una lettera assai delicata alla regina Vittoria, ella si disse sicura di non poter mai trovare la felicità a fianco di un uomo così rozzo, ineducato, incapace di un minimo di conversazione intelligente e con una morale personale repellente.
Nella versione diffusa per ripicca dal sovrano c'è di attendibile solo l'implicita allusione a una totale mancanza d'interesse per gli studi umanistici: Mack Smith dubita che il re abbia mai letto un libro in vita sua. Le sue preferenze andavano alle ragazze del popolo con cui poteva, letteralmente, sbracarsi.
Amori ancillari o quasi, non sempre facili: lo storico inglese riporta testimonianze di alcuni che lo conobbero giovane, secondo cui, aggredito da tre uomini dopo aver passato una notte con una popolana, l'erede al trono uccise a bastonate uno degli attaccanti e mise in fuga gli altri due.
L'inclinazione dovette essere invincibile (un richiamo del sangue?), perché alla fine rinunciò del tutto a cercare principesse e, dopo aver vissuto con lei more uxorio per una trentina d'anni, passò a seconde nozze con la "bella Rosina" (da cui discendono i marchesi di Moncalieri).
Ma secondo Mack Smith costei non era tanto bella: non conosceva né l'italiano né il francese ed aveva maniere "terribili" che la resero invisa a Cavour, il quale cercò inutilmente di dissuadere il sovrano dallo sposare la "figlia del tamburo maggiore" o, se si deve credere al re, di un capitano dell'esercito di Napoleone. Ma certamente Rosina non era una sciocca.
Mack Smith racconta che a un certo punto, per sventare il matrimonio, Cavour fece arrivare a Rosina delle voci sull'infedeltà del re e al re delle voci sull'infedeltà di Rosina. Quest'ultima parò il colpo in maniera magistrale. Disse pubblicamente che gli abbracci di sua maestà erano così forti e frequenti da non lasciarle il fiato e la voglia di altre avventure.
Il re, che era vanitosissimo, si ringalluzzì talmente da non badare più alle storie fatte circolare da Cavour. La "bella Rosina" aveva manifestato, almeno nella sfera del talamo, un talento diplomatico superiore a quello dello statista piemontese.
Le maniere di Vittorio Emanuele II erano volgari e imbarazzavano acutamente i diplomatici italiani. Mangiava solo una volta al giorno, per lo più pietanze grossolane, a quattro palmenti, spesso facendo a meno di posate.
Ai banchetti ufficiali si rifiutava persino di spiegare il tovagliolo. Stava seduto senza toccar cibo, con le mani sull'elsa della sciabola, scambiava poche parole coi convitati, guardava spesso l'orologio e poi scappava a cenare a tu per tu con la diletta Rosina. Abolì completamente la vita di corte, che fu ricostituita intorno alla famiglia reale solo dalla regina Margherita.
Ma Vittorio Emanuele II aveva difetti ben più gravi, che per poco non mandarono a monte l'unificazione italiana. Denis Mack Smith gli riconosce l'attenuante di un'educazione limitatissima e rigorosamente da caserma, nonché quella di essere stato preparato, almeno sino al ventinovesimo anno d'età, a regnare da sovrano assoluto, non costituzionale. Ciò spiega la sua parzialità per i generali (sei cercò di farne primi ministri, a volte aveva nel ministero venti o trenta generali e in ogni ministero ve ne fu almeno uno con la funzione di suo rappresentante personale).
E la sua avversione per gli uomini politici, gli "avvocati", i "chiacchieroni". Inarticolato, semplicista, diffidava di essi sapendoli più scaltri di lui. Con la sola eccezione di Farini, defenestrò tutti i suoi primi ministri senza fare appello al Parlamento.

a caccia Il re durante una partita di caccia, nel 1861

Ma al tempo stesso il sistema costituzionale gli tornava comodo, perché gli offriva capri espiatori. E qui Denis Mack Smith traccia un parallelo interessante tra lo sviluppo dello Stato piemontese-italiano e quello dello Stato prussiano-tedesco: la pavidità politica di Vittorio Emanuele II impedì alla monarchia di assumere il ruolo che gli Hohenzollern, passando attraverso il governo quasi presidenziale di Bismarck, si assicurarono in Germania.
La vanità smodata di Vittorio Emanuele II, veniale nella sfera sessuale, diventa imperdonabile in quella politica, dove lo vediamo atteggiarsi a stratega e statista di genio, nonostante la patetica pochezza delle sue qualità. Un esempio di irresponsabilità che fa rabbrividire, profetico nella storia d'Italia, è la terza guerra d'indipendenza. L'autore delle sconfitte di Lissa e Custoza, così traumatiche nella coscienza nazionale, così feconde di un rovinoso spirito di rivalsa, non fu che Vittorio Emanuele II.
Nella sua continua ricerca di nuove guerre e vittorie con cui arricchire i fasti dinastici e patrii e svergognare i repubblicani, ebbe in comune con Mussolini la smania dell'illusione scenica, la carenza di senso della realtà. Nel 1866, deciso di fare a ogni costo la guerra all'Austria, non prese alcuna misura per valutare realisticamente il potenziale militare italiano e preparare le truppe, convinto che la vittoria sarebbe stata facilissima. Preoccupato soltanto di non aver da spartire con nessuno gli immancabili allori, non permise a Lamarmora di dimettersi dal governo per organizzare l'esercito, né a Lamarmora, Cialdini e Petiti di creare un comando unificato: il comando, anche operativo, doveva essere esclusivamente suo. Solo tre giorni prima dello scoppio delle ostilità fu consentito a Lamarmora di recarsi al fronte. Nessun piano strategico era stato elaborato.
Le storie ufficiali del Risorgimento non dicono che per un puro miracolo nel 1870 Lanza e Sella impedirono al re di affiancarsi a Napoleone III in una guerra perduta. Oltre alle omissioni bisogna indicare le grosse menzogne dell'agiografia risorgimentale commissionata dal potere politico.
Uno dei miti patriottici sul cui retroscena Mack Smith ha indagato è la pace di Villafranca. Abbiamo tutti imparato a scuola che essa fu voluta da Napoleone III, profondamente scosso dalle perdite di vite umane inflitte dagli austriaci ai francesi, mentre i piemontesi avrebbero voluto invadere anche il Veneto. In realtà, a volere e ottenere la pace, per più di tre settimane, era stato Vittorio Emanuele II. Talmente convinto egli era di acquistarsi con la firma dell'armistizio una fama di grande statista, che negò ascolto a Cavour accorso al fronte un giorno prima della firma per dissuaderlo. Più tardi, quando l'episodio apparve nella sua luce poco brillante, il biasimo fu riversato su Napoleone III.
Un altro esempio di galantuomismo savoiardo è Magenta. Nella storia d'Italia in sei volumi scritta da Nicola Nisco per ordine di Umberto I si legge che furono la truppe italiane a dare il contributo principale alla vittoria. Mack Smith ha appurato che nemmeno un soldato italiano perdette la vita in quella sanguinosa battaglia. La vittoria fu esclusivamente francese. Morirono, sì, degli italiani a Magenta, ma indossavano l'uniforme austriaca: appartenevano ai quattro o cinque reggimenti lombardo-veneti che si batterono con estremo valore contro i francesi.

A Cascais ce n'è un baule
Abbiamo chiesto a Mack Smith a quali nuove fonti di documentazione abbia attinto per scrivere la biografia. Ci ha risposto: «Per molti il Risorgimento in Italia è sempre stato una religione, un atto di fede: Questo spiega perché sia stato così poco studiato e sia così superficialmente conosciuto dagli italiani. E' impossibile scrivere la storia senza fatti, ma sino a poco tempo fa gli archivi di Cavour erano inaccessibili agli studiosi. Quanto agli archivi di Vittorio Emanuele II, siamo davanti a un mistero. Io penso che il grosso delle lettere di Vittorio Emanuele II sia sparito dall'Italia quando la monarchia fu abolita e Umberto II partì coi bauli pieni di documenti: azione illegale perché l'ultimo re era diventato un cittadino qualsiasi e non poteva appropriarsi di materiale che dovrebbe appartenere all'Archivio storico dello Stato. Sono certo che a Cascais c'è la soluzione di molti enigmi risorgimentali, ma Umberto II, solo occasionalmente, in seguito a forti pressioni e allo scopo di proteggere la reputazione dell'avo, consente la pubblicazione di qualche lettera. Cognasso ha pubblicato diverse lettere di Vittorio Emanuele II, ma sappiamo di centinaia di lettere che non figurano nell'epistolario. Io ho scritto diverse volte a Umberto II per chiedergli di poter utilizzare i suoi archivi, ma non ho mai avuto risposta. Otto anni fa, tramite un amico, riuscii a incontrarlo personalmente e gli ripetei la richiesta. Mi disse di non potermi accontentare, essendo egli stesso impegnato in ricerche di storia dinastica. In Italia, naturalmente, correva una quantità enorme di pettegolezzi sul conto di Vittorio Emanuele II e del suo entourage, ma si tratta di materiale poco attendibile in quanto proveniente da persone impigliate nell'ingranaggio politico. Più utili i resoconti di osservatori stranieri, specie dei diplomatici, fra i quali c'è una considerevole concordanza e da cui emerge un ritratto abbastanza coerente. Ho consultato largamente gli archivi diplomatici francesi, austriaci, tedeschi e inglesi. Proprio qui a Oxford, a un centinaio di metri da questo collegio, ho trovato una magnifica lettera di sir Augustus Paget, ambasciatore inglese, nella quale si legge: "Il re mi ha parlato col massimo disprezzo degli uomini politici italiani. Ci sono solo due modi, mi ha detto sua maestà, per governare gli italiani: la baionetta e la corruzione. Gli italiani non capiscono il governo costituzionale e sono completamente inadatti ad esso"».

Domando a Mack Smith, nella sua stanza all'All Souls di Oxford, adorna di stampe del Risorgimento: «Il ruolo di Vittorio Emanuele II nell'unificazione d'Italia fu interamente negativo?». «Negativo per certi aspetti», risponde, «positivo per altri. Per esempio, l'ostacolo alla spedizione dei Mille fu Cavour. Vittorio Emanuele II non aiutò gran che Garibaldi, ma lo lasciò agire, per potersi sbarazzare di Cavour che detestava: e questo si risolse in un vantaggio per l'unità d'Italia.
D'importanza essenziale furono i suoi rapporti con Garibaldi. Qualcuno li ha paragonati ai rapporti fra Vittorio Emanuele III e Mussolini, ma la somiglianza è minima. Vittorio Emanuele II aveva molto più carattere del nipote e Garibaldi non aveva le ambizioni di Mussolini. Fu molto importante che questi due uomini, dissimili ma accomunati da una certa semplicità militaresca, si potessero fino a un certo punto intendere rispettare. Carlo Alberto, un uomo privo di calore umano, che finì probabilmente come un monaco pazzo, non sarebbe stato capace di avere alcun rapporto con Garibaldi.
Fu utile anche il fatto che la sinistra in genere riuscisse ad accettare Vittorio Emanuele II come il re d'Italia. La sinistra si accorse che il mito del "re galantuomo" era necessario alla edificazione dello Stato unitario e così, paradossalmente, perfino gli uomini politici che detestavano il re contribuirono a creare la sua leggenda. Ma anche se essa fu una costruzione artificiale bisogna riconoscere a Vittorio Emanuele II il merito di avere prestato al mito un'immagine non del tutto refrattaria ad esso ».
«Poiché il mito di Vittorio Emanuele II», chiedo a Mack Smith, «è così intimamente legato a un patrimonio morale nazionale, che cosa si può rispondere a quanti accusano di sacrilegio gli storici demistificatori? In fondo tutti gli Stati nuovi mitizzano la loro nascita o rinascita: la Russia, Cuba, l'Egitto, la Cina, ecc.».
«Il mito di Vittorio Emanuele II e del Risorgimento in genere», risponde lo storico, «se ebbe giustificazioni nei primi decenni dell'Italia unificata, non ne aveva più dal '900 in poi. Inoltre, la riluttanza ad analizzare a fondo e pubblicamente la storia passata ha spesso impedito all'Italia di imparare dall'esperienza. Il primo libro sulla mafia è del 1876: i siciliani non vollero che fosse discusso in Parlamento, e quest'atteggiamento lasciò le cose immutate sino ad oggi. Un altro esempio: dopo le vicende militari del 1848, del 1849, del 1859 e del 1866 furono fatte inchieste sugli errori commessi. Ogni volta le inchieste furono tenute segrete e gli errori furono ripetuti nella guerra successiva, poi da Crispi in Africa, poi nella seconda guerra mondiale. Il mito va bene fino a quando è uno stimolo, non quando si frappone alla presa di coscienza della realtà».
«Si sente spesso dire che l'Italia di oggi è peggiorata rispetto all'altro secolo, che non siamo più i galantuomini dell'Ottocento. Che ne pensa?». «L'Italia è cambiata dall'Ottocento, ma in meglio. Per esempio, non ha più re di quel tipo. Di nessun tipo».

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