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    Pezzi di storia

I tempi belli di Cencelli
di F.D.V.

L'Espresso – 13 settembre 1981

Esce uno studio sul celebre trattato che Andreotti definì "un libro da dimenticare". Invece…

Forse la coincidenza è del tutto casuale. Ma proprio mentre nella Dc fermenta la polemica anticorrentizia in preparazione dell'assemblea di rifondazione, va in bilancino libreria nelle prossime settimane, per i tipi degli Editori Riuniti, un libro di Renato Venditti, "Il manuale Cencelli", che mostra a quale perfezione di scienza esatta sia giunta in questi anni la spartizione del potere tra i capicorrente.

Si avvicinano le elezioni, si parla di sistema proporzionale ed ecco rispuntare il manuale Cencelli, un sistema per spartire le cariche pubbliche non in base al merito, ma a interessi di partiti e di correnti in funzione del loro peso elettorale: la distribuzione degli incarichi diventa un problema matematico, il peggio della "prima Repubblica".
Nel "Cencelli" ogni posto ha un valore: un ministero come l'Interno non ha lo stesso peso politico di Beni e Attività Culturali e Turismo. I posti di sottosegretario, poi, vanno distribuiti a seconda di come è stata fatta la ripartizione dei ministeri. Si tiene anche conto della rappresentanza geografica, in modo che nessuna regione importante per un determinato partito resti senza posti.

A Venditti, uno dei cronisti parlamentari più attenti, l'idea di scrivere questo libro è venuta a seguito di una telefonata di un editore milanese che gli chiedeva di procurargli il testo del "manuale" per pubblicarlo.
Quel testo non è mai esistito. "Il Cencelli", un classico ormai per gli osservatori di cose politiche, è solo un metodo di calcolo ponderale con il quale si stabilisce fino ai valori infinitesimali quanti posti nel governo o negli enti pubblici spettano a ciascuna corrente, a seconda delle combinazioni politiche del momento. Di scritto c'erano solo i calcoli che l'ideatore del sistema ha elaborato durante ogni crisi di governo e che ha ordinato in un raccoglitore che porta appunto scritto, sul dorso, "manuale Cencelli". Valeva la pena di narrarne la storia.

Cencelli Massimiliano Cencelli

Racconta dunque Venditti che durante la crisi dell'estate del '68, quando si formò il secondo governo balneare di Giovanni Leone, Adolfo Sarti, allora sottosegretario al Turismo e Spettacolo, convocò il suo segretario Massimiliano Cencelli per sapere quanti posti di ministro sarebbero toccati agli "amici di Taviani", la corrente in cui militava, sia nel caso di un centro-sinistra organico che nel caso di un monocolore. Cencelli si fece portare una calcolatrice elettrica e diede a Sarti questa risposta: con il quadripartito, spettando alla Dc 15 ministri e 27 sottosegretari, i posti per Taviani sarebbero stati 1,80 ministri e 3,24 sottosegretari, in base ai voti ottenuti all'ultimo congresso. Nel caso di un monocolore i ministri sarebbero stati 2,64 e i sottosegretari 5,64. Applicato alle altre correnti democristiane, con gli opportuni arrotondamenti, il metodo dava l'esatta composizione del governo in ogni possibile combinazione politica.
Taviani, per il ruolo di pontiere che in quel momento si assegnava, restò fuori dal governo Leone e il manuale non trovò in quel momento piena attuazione. Ma Cencelli si appassionò al suo metodo e lo perfezionò. Il termine di riferimento divenne la composizione del consiglio nazionale democristiano, e ciò consentiva di aggiornare quotidianamente le cifre, tenendo conto delle scomposizioni delle correnti, delle perdite e delle acquisizioni nuove.
Il manuale trova realizzazione piena con la formazione del terzo governo Rumor (marzo 1970). Da allora nessun presidente del Consiglio vi può derogare, né Giulio Andreotti quando forma il governo con voto positivo del Pci, né Giovanni Spadolini.
Ecco alcune definizioni raccolte da Venditti. Bubbico: «Il pluralismo degli spazi». Zamberletti: «La pianta organica dell'azienda democristiana». Granelli: «Una teorizzazione perversa della lottizzazione». Di Giulio: «La lottizzazione come scienza esatta». Andreotti: «Un libro da dimenticare, purché lo dimentichino tutti».

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