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    Pezzi di storia

Vita e morte dell'ultima corazzata
di Massimo Zamorani

il Secolo XIX - novembre 2006

Cinquant'anni or sono l'addio dell'ultima corazzata italiana, la Caio Duilio, ha chiuso il ciclo vitale di una categoria di navi che per un secolo erano Duilio a Malta state le regine del mare e addirittura il simbolo vivente e concreto del prestigio nazionale.
La corazzata era definita in tutta semplicità "nave da battaglia" perché era inteso che la potenza in mare era sua prerogativa, le unità di altro tipo e classe non erano che comprimarie. Il numero di corazzate era il parametro di potenza di una marina. Gli inglesi le definivano capital ship e questo la dice tutta.
Con la Seconda guerra mondiale le regine del mare erano state però detronizzate, perché i formidabili cannoni di grosso calibro che le caratterizzavano e che erano in grado di spedire proiettili da una tonnellata oltre la linea dell'orizzonte, non potevano competere con gli aerei imbarcati sulle nuove unità portaerei, che avevano un braccio offensivo molto più lungo, preciso e - in definitiva - temibile. Regine detronizzate dunque, ma pur sempre imponenti cattedrali d'acciaio, le corazzate sopravvissero e nel secondo dopoguerra erano ancora oggetto di rispetto, però la dinastia era in estinzione: non avrebbero avuto successori.
L'Italia era uscita distrutta dalla guerra perduta, ma la pur depauperata Marina da guerra, aveva conservato due delle sue corazzate: Caio Duilio e Andrea Doria. La Duilio era considerata una nave genovese perché, pur essendo stata costruita nei cantieri di Castellamare tra il 1912 e il 1915, era stata riammodernata nei Cantieri del Tirreno di Genova che l'avevano letteralmente rifatta tra il 1937 e il 1940. Duilio
All'epoca era direttore dell'ufficio progetti un giovane ingegnere: Ezio Rizzo, autore di una biografia della grande nave (Un lembo di storia patria – Regia Nave Caio Duilio, Editrice Log) presentato nella sede della Camera di Commercio. «L'idea di scrivere la storia della Duilio - dice Rizzo - mi è venuta a seguito del ritrovamento di una fotografia scattata il 27 marzo 1940 a bordo della corazzata nel corso delle prove in mare a lavori finiti, infatti la nave entrò in squadra il 16 luglio, un mese dopo l'inizio della guerra.» Cosa rammenta di quel giorno? «Non è un semplice ricordo è il rivivere una grande emozione. Dalla plancia vedevo la prora, che era del tutto nuova, rifatta, fendere il mare alla velocità di 27 nodi sollevando due grandi baffi di schiuma bianca.»
La Duilio dislocava 29.000 tonnellate, era lunga 187 metri e larga 28, il suo apparato motore sviluppava la potenza di 85.000 HP; aveva un equipaggio di 1500 uomini e il suo armamento maggiore consisteva in dieci cannoni da 320 mm sistemati in due torri a prora e due a poppa.
Quando l'armata italo-tedesca agli ordini di Erwin Rommel arrivò a el Alamein fu un momento di euforia anche per la Regia Marina. Alessandria era quasi in vista, distava 100 chilometri e l'ammiraglio Somigli, che era stato designato comandante della piazza marittima della città egiziana, una volta conquistata, chiese all'ingegnere Rizzo di assumere la direzione dei Cantieri Navali. «Accettai con entusiasmo, ma la sorte della nostre armi si capovolse, perdemmo el Alamein e quel sogno naufragò.»
La progettazione della ricostruzione della Duilio non è stato il solo lavoro importante di Ezio Rizzo, capitano del Genio Navale, di grande rilievo il suo contributo al miglioramento dei sommergibili. Allo scoppio della guerra l'Italia disponeva di 115 sommergibili, la maggior flotta subacquea del mondo, però all'atto dell'impiego bellico vennero rilevati grandi inconvenienti. «Uno dei difetti maggiori dei nostri battelli - rievoca - era il troppo lungo tempo di immersione a paragone con gli Uboot tedeschi. Ero addetto ai collaudi e constatai che i sommergibili germanici, più rapidi nell'immersione, avevano le valvole di allagamento con un diametro maggiore. Feci modificare i kingstone di uno dei nostri battelli e ottenni un miglioramento della velocità di immersione e la modifica fu estesa alle altre unità.» Rizzo collaborò a lungo con Rocco Piaggio, forse il più grande imprenditore genovese.
Possedeva tutti i cantieri navali italiani (a esclusione dell'Ansaldo), lo stabilimento chimico Mira Lanza, zuccherifici, la società immobiliare La Gaiana, una copertina società di navigazione, società finanziarie. «Aveva incominciato da erede di una grande fortuna, ma la sviluppò grandemente. Era un fenomeno, un lavoratore senza paragoni, capace, intelligente e autoritario.»
Una volta, proprio quando era atteso a bordo della Duilio pronta a salpare per le prove di macchina, mentre percorreva la calata lo videro chinarsi ripetutamente e raccogliere qualcosa da terra. Poi chiamò un operaio e gli consegnò qualche bullone che aveva recuperato. Raccattava bulloni ma sapeva essere magnifico: fu lui a donare a Genova la grande fontana di piazza De Ferrari.
All'atto dell'armistizio, Rizzo era a Roma, nella sede del Comando superiore della Regia Marina: «Era il 13 settembre - rievoca - e il Grande Ammiraglio Thaon de Revel ci convocò e disse "E' tutto finito, andate e comportatevi da gentiluomini come avete fatto fino a oggi."»
Ezio Rizzo tornò a Genova e da ingegnere navalmeccanico che era si trasferì all'ingegneria edile, diventando uno dei più grandi costruttori cittadini. Fra le sue opere il teatro Margherita, il Banco di Roma, il Banco di Sardegna. Però il cuore lo ha lasciato sul torrione dell'ultima corazzata italiana, che sopravvisse fino al 19 settembre 1956, quando fu raggiunta dalla sentenza di radiazione e demolizione.
C'è qualcosa che Ezio Rizzo vorrebbe dire ai giovani d'oggi?
«Sì, vorrei dire che credo sia arrivato il momento che l'Italia, i giovani soprattutto, ricordino i soldati caduti nella II Guerra mondiale.»

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