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    Pezzi di storia

Non scomparvero così anche i cavalli?
di Lorenzo Pinna

viaBorgogna3 – 4/2017

L'automazione, cioè la capacità di costruire macchine e congegni sempre più intelligenti, efficienti, precisi, e in grado di compiere operazioni complesse senza vignetta alcun aiuto umano, finirà per eliminare un numero via via più grande di posti di lavoro un tempo destinati all'uomo?
Gli inarrestabili sviluppi della conoscenza tecnica e scientifica porteranno a una disoccupazione sempre più vasta che si potrebbe definire "tecnologica"? Cioè provocata dalla tecnologia?
In termini brevi e brutali: i robot (o gli algoritmi) sostituiranno l'uomo? E con quali conseguenze economiche, sociali e addirittura psicologiche? Questo è l'interrogativo.
Non per trovare una risposta definitiva (impossibile vista la complessità della materia), ma per inquadrare più esattamente il problema sarebbe necessario compiere una lunga esplorazione. Si dovrebbero ripercorrere le tappe più importanti della Rivoluzione Industriale iniziata nella seconda metà del 1700 in Gran Bretagna. Ci sarebbero da rileggere le riflessioni che sulla "competizione" fra uomo e macchina sono state fatte da economisti, storici e scienziati sin dalla comparsa delle prime forme di meccanizzazione (non ancora di automazione) dei telai nelle industrie tessili di fine secolo XVIII. E sarebbe interessante capire quali sviluppi tecnologici, specialmente nella microelettronica, nell'informatica e nelle telecomunicazioni, da ormai diversi anni, rendano possibile sostituire i robot all'uomo.
Una cosa è certa i robot sono fra noi, ma non hanno l'aspetto umanoide cui l'immaginario collettivo ci ha abituato. Molte industrie sono ormai popolate dai robot, in genere, somiglianti a lunghi bracci snodati. Ma anche i bancomat sono robot (o macchine automatiche), e della stessa natura sono gli apparecchi che fanno il "check in" negli aeroporti. Mentre le reti di comunicazione, in primis ovviamente internet-web, permettono agli utenti di saltare tutte le mediazioni, e di parlare direttamente con le macchine (gestite da software e algoritmi).
Esempi ormai comuni sono i conti correnti bancari, "trading" di Borsa, le prenotazioni di treni, aerei, alberghi, gli acquisti e pagamenti online, cioè il noto e-commerce etc. Tutte operazioni che richiedevano agenzie e personale specializzato che oggi sta scomparendo sostituite da macchine o programmi con dosi più o meno grandi di A.I. (intelligenza artificiale). Prossime vittime potrebbero essere, ad esempio, chi lavora alla movimentazione merci nei depositi e magazzini, i cassieri dei supermercati, una miriade di lavori impiegatizi e burocratici ripetitivi e di routine e persino gli autisti di camion e taxi.
Non scomparvero così anche i cavalli?
Una delle vittime più illustri di questo processo di meccanizzazione e automazione, almeno fino ad oggi, non è stato l'uomo, ma il cavallo. Prima della Rivoluzione Industriale il cavallo era onnipresente, nei trasporti, nei lavori dei campi, negli eserciti e nelle miniere. Lo potremmo definire una delle principali "fonti" di energia muscolare del passato.
Un ruolo che il cavallo (insieme a buoi e altri quadrupedi addomesticati) aveva ricoperto per millenni. Non ci sono statistiche precise su quanti cavalli ci fossero, ad esempio in Gran Bretagna, prima della Rivoluzione Industriale. Ma alcuni dati indicano che a metà del 1800 si trovavano, in questa nazione, in parte già trasformata dall'industrializzazione, oltre 3,5 milioni di cavalli da lavoro. Agli inizi del 1900 erano rimasti un milione. Dopo la prima Guerra Mondiale (dove ne morirono centinaia di migliaia) in Gran Bretagna erano rimasti 20-30mila cavalli da lavoro. Ormai la meccanizzazione dell'agricoltura li aveva completamente spodestati, lasciandoli come hobby per ricchi appassionati di sport equestri.
Ma non c'era stato bisogno di attendere l'invenzione del motore a scoppio o diesel (e dei moderni trattori) per rendersi conto che il cavallo era ormai foto 1 diventato molto meno conveniente nei confronti delle macchine. In una lettera al "Farmer Magazine" (La rivista degli agricoltori inglesi) un certo Aldermann Kell scriveva nel 1849: "… non è difficile dimostrare che i cavalli sono molto più costosi di una macchina a vapore che "mangia" soltanto quando lavora". Insomma il cavallo aveva perso la gara con la macchina (perché costava di più).
Non solo: la macchina era anche più produttiva; da uno stesso terreno era adesso possibile ottenere maggiori raccolti, lavorando di meno, e a prezzi più bassi. Il famoso economista Wassily Leontieff in un rapporto del 1983 aveva scritto: "… siamo all'inizio di un processo che porterà in 30-40 anni molte persone a rimanere senza lavoro, creando gravi problemi di disoccupazione. Nel secolo scorso, ci fu un problema analogo con i cavalli. Sono diventati inutili con l'arrivo di trattori, automobili, camion…".
Le cose stanno veramente così? In fondo l'uomo non è un cavallo.
Il maestro di scacchi
Un altro grande economista e maestro di scacchi, Kenneth Rogoff, ci presenta uno scenario completamente diverso e molto meno cupo. Rogoff ha buon giuoco nel ribattere a Leontieff che tutte le trasformazioni tecnologiche degli ultimi 200 anni hanno migliorato di gran lunga la qualità della vita (raddoppiandone la durata media) e la salute di buona parte del genere umano, moltiplicato il reddito per una decina di volte, e drasticamente trasformato le condizioni di igieniche. E tutti questi miglioramenti sono avvenuti senza un aumento della disoccupazione (questo nonostante un boom della popolazione).
E' vero, ammette Rogoff, che l'attuale vertiginoso progresso tecnologico e l'aumento dei salari, anche nei paesi emergenti, sta spingendo molte imprese a sostituire i lavoratori con robot e altre macchine automatiche. E si calcola che questa ondata di automazione costerà ogni anno, a livello planetario, dai 5 ai 10 milioni di posti di lavoro. Ma Rogoff è convinto che l'economia mondiale sarà in grado di riassorbire in qualche modo questi "disoccupati tecnologici" e ci racconta le trasformazioni che ha subito il mondo degli scacchi con l'arrivo dei computer (e dei supercomputer) e della "lezione" molto istruttiva che si può trarre da questa esperienza.
Negli anni '70, agli albori della microelettronica, molti pensavano che i giocatori di scacchi sarebbero diventati "obsoleti", una volta che i computer fossero stati in grado di battere anche i grandi campioni. E in effetti nel 1997 il supercomputer dell'IBM "Deep Blue" riuscì a sconfiggere, in una breve partita, il campione mondiale di scacchi Garry Kasparov.
Dopo la vittoria di Deep Blue, sponsor e impresari di tornei di scacchi fra grandi campioni non manifestarono eccessivi entusiasmi nello sborsare milioni di dollari per organizzare gare fra giocatori "umani". Dopo tutto il campione non era un computer?
Oggi la situazione, ci spiega Rogoff, è la seguente. I grandi campioni di scacchi guadagnano ancora bene, ma meno di prima. I maestri di secondo rango guadagnano nettamente meno dalle loro partecipazioni a incontri e tornei. Ma paradossalmente grazie a internet, alle partite on line e ai software per gli scacchi, molti più scacchisti di buon livello riescono a guadagnarsi da vivere grazie a un piccolo boom di interesse verso questo giuoco fra i giovani di molte nazioni. foto 2 Alcuni paesi hanno addirittura inserito il giuoco degli scacchi nel curriculum scolastico (come antidoto ai videogames).
In breve molte più persone riescono oggi a guadagnare un reddito con gli scacchi dell' epoca ante-Deep Blue. Allora solo qualche centinaio di campioni e grandi maestri potevano considerarsi veri professionisti. La tecnologia ha ridisegnato il panorama degli scacchi penalizzando le vecchie élite, ma allargando la partecipazione e l'interesse e quindi dando "lavoro" a molte più persone.
Questo può essere vero per la piccola nicchia degli scacchi, ma per il resto del mondo produttivo?
Due economisti, due scenari, di nuovo i cavalli
Due grandi economisti, due visioni quasi opposte di cosa la progressiva e inevitabile automazione, innescata dallo sviluppo tecnologico, ci riserverà in futuro. Queste due visioni contrastanti ci fanno capire che il problema è molto complicato, senza facili risposte a portata di mano.
Tuttavia come indicava Kenneth Rogoff una cosa è certa. In passato la meccanizzazione e l'automazione hanno tirato fuori buona parte dell'umanità dalla trappola della povertà e della miseria. Una trappola dove erano vissuti, per millenni, gran parte dei nostri antenati, ad esclusione delle ristrette élite al potere.

Anno Popolazione
in milioni
Ore lavorate/anno
a persona
Pil Procapite Attesa di vita
alla nascita
1785 12,6 3000 1505 $ (1990) 36,3
1820 19,83 3000 1756 37,3
1870 29,3 2984 3297 43
1913 42,6 2624 5032 50
1950 50,3 1958 6847 69,2
2000 58,67 1489 19817 78,9
Rapporto 1785/2000 4,6 volte 0,5 (metà) 13,2 volte 2,17 volte

Questa tabella dà un'idea molto chiara di cosa l'avvento delle macchine (e ovviamente delle nuove fonti di energia fossile per metterle in moto) abbiano significato nella storia delle nostre società. I dati si riferiscono alla Gran Bretagna perché è la nazione che ha le informazioni più affidabili e che risalgono più indietro nel tempo. D'altra parte essendo la prima nazione ad affrontare la Rivoluzione Industriale, cioè una rivoluzione dove le misure, i dati e le informazioni diventano di capitale importanza, è abbastanza naturale che sia il primo paese a compilare statistiche precise su vari aspetti della vita economica e sociale.
A questo punto si potrebbero prendere alcuni dei tassi di crescita degli ultimi due secoli e proiettarli nel futuro e dire ad esempio che il reddito procapite si moltiplicherà per altre dieci volte nei prossimi due secoli (il che equivarrebbe ad una crescita media dell'1,16% ogni anno). Il problema è che proiettare i risultati del passato sul futuro è un'operazione rischiosa. Come dicono i prospetti per chi vuole investire i propri risparmi in Borsa: "le performance passate non sono garanzia di quelle future".
Un esempio più istruttivo di dove si può finire con queste proiezioni lineari ce lo forniscono, nuovamente, i cavalli. Ad un convegno internazionale sulla pianificazione urbana organizzato a New York nel 1898 il tema più scottante all'ordine del giorno non erano le infrastrutture, l'espansione delle metropoli, o il loro affollamento, ma il letame lasciato sulle strade dai cavalli (a New York, all'epoca, ne circolavano 170mila). L'inconveniente era visto in termini così drammatici che non mancavano proiezioni apocalittiche.
Il Times di Londra (metropoli con gli stessi guai) aveva previsto che, se non venivano presi drastici provvedimenti, entro il 1950 il letame avrebbe raggiunto, nelle strade della capitale, un'altezza di tre metri. Analoghe previsioni avevano fatto i giornali di New York: entro il 1930 il letame sarebbe arrivato al terzo piano degli edifici di Manhattan.
Estrapolare le condizioni del presente (o del passato) nel futuro fa prendere notevoli cantonate. Leontieff ci ha spiegato come sono finiti i cavalli (e relativo letame).

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