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    Pezzi di storia

Costumanze di maggio
di Arturo Ferretto

Il Mare – 1 maggio 1909

Un tempo i primi giorni di maggio furono sacri alle deità del paganesimo; ed allora nel rigoglio della primavera, nella gioia festiva dei campi e dei prati, dea Flora nell'orgia dei profumi e dei fiori, vedeansi i folli adoratori prostrarsi agli altari della dea Flora, su cui sacrificavano candide virtù e delicati affetti.
Ovidio ricorda queste feste:

Mater, ades, florum, ludis celebranda iocosis:

incipis Aprili, transis in tempora Maii
1

Il cristianesimo, che rifulse di luce smagliante, cancellò le orgie ed i baccanali, ma non totalmente, onde ne rimasero residui in Liguria e segnatamente nella nostra Rapallo.
E sappiamo che in alcuni paesi delle riviere e delle valli i giovanotti hanno ancora il costume di piantare nella notte antecedente al primo maggio verdi arboscelli alle porte delle abitazioni delle giovani, da essi richieste in ispose, accompagnando la cerimonia con certe canzoni, che comunemente chiamano cantegue. E ciò si chiama piantar Maio.
In molti dei nostri comuni poi si usa mettere al primo di maggio verdi ramoscelli alle finestre delle case, o girare per la via con quei rami in mano per augurare ai conoscenti una buona raccolta.
Dante accenna a queste usanze, quando canta:

la gran varïazion d'i freschi mai2

In varii paesi vige pur tuttavia la costumanza di tagliare durante la notte uno tra gli alberi più belli che si trovi in qualche bosco o giardino e rizzarlo nel bel mezzo del sagrato della Parrocchiale.
Il 7 agosto 1576 Gaspare Oliva, capitano di Chiavari, condannò nella multa di 200 scudi d'oro ed al bando nella città di Napoli il sedicenne Nicolò Gazale, di Rapallo, il quale «il primo di maggio andando diversi giovani di Rapallo a portare un maggio alla chiesa di san Pietro, furno da alquanti di detti giovani per allegrezza sparate alquante archibugiate e per caso sinistro fu una di esse colto Antonio Pastine, uno di detti compagni della quale fra pochi giorni morse».
S'intende che l'accusato fu il Gazale, che pagò il fio della sua imprudenza.
Il Carmeli (Storia dei vari costumi, Padova, 1750, vol.II, cap.VII) narra di rami di Maio, piantati a suon di tromba in Genova e riviera; ed disegno appunto in quell'epoca le costituzioni e i decreti sinodali degli Arcivescovi vietano simile festa, che chiamano superstizione gentilizia. Però in pieno secolo XVII a Genova, il primo di maggio, tutti andavano a gara per augurare al Doge ed ai Governatori «il buon principio di maggio affigendo innanti al portone di Paxo l'albero di maggio et alla sera fanno salve di moschetti con tornei sulla piazza e terminano la festa con li fochi di gioia».
Lo stesso succedeva a Rapallo, giacché il primo di maggio entrava in ufficio il nuovo capitano, cui la Serenissima affidava le redini del nostro vasto capitaneato.
Scelto fra i patrizi di Genova superba durava in carica un anno.

Ancora un ricordo.
Ai 15 maggio 1408 la Signoria genovese concedeva, che per le feste nuziali del nobile notaio Lorenzo De Albertis, di Firenze, da farsi nei successivi giorni di domenica, lunedì e martedì 20, 21 e 22 di maggio, fosse permesso alle donne di adornarsi di perle a loro talento, ed a tutti, uomini e donne, portar vesti di panni e stoffe d'ogni qualità e taglio, senza essere molestati dai collettori delle gabelle, imposte sul lusso smodato.
Cotesti festeggiamenti in maggio, mi rammentano un proverbio, che sconsiglierebbe gli sposalizi in tale mese, dicendo: di maggio si maritano gli asini, proverbio derivato certamente da antichissimi pregiudizi, leggendosi in Ovidio:

mense malas Maio nubere volgus ait.3

Al quale però non si bada oggidì più molto, sembrando alle nostre fanciulle ancor pochi per maritarsi i dodici mesi, che abbiamo.


1 "I fasti - Libro V" di Publio Ovidio Nasone
2 "Divina Commedia - Purgatorio, Canto XXVIII" di Dante Alighieri
3 "I fasti - Libro V" di Publio Ovidio Nasone

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