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    Pezzi di storia

E fu subito Superba
di Angiola Codacci-Pisanelli

L'Espresso – 2 dicembre 1999

Un miracolo economico. Un sistema creditizio che rendeva sei quintali d'oro di interessi. Una repubblica retta da un doge re. Riti, personaggi, stranezze di un'epoca eccezionale. Fra Andrea Doria e il crac del regno di Spagna

Il titolo è in spagnolo "El siglo de los genoveses". Ma la mostra che aprirà il 4 dicembre nel Palazzo Dogale di Genova, è tutta italiana. E quel "secolo" poi, è durato molto più di cent'anni ed è comunque il cuore di una esposizione dedicata ai quasi cinquecento che hanno costruito il mito di Genova "la Superba".

Doria Andrea Doria in un ritratto di Sebastiano del Piombo (1526)

Ma il periodo d'oro di quella Repubblica a cui potenti del mondo, spagnoli in testa, si inchinavano chiedendo prestiti, è quello che inizia nel 1528 con l'arrivo delle navi dell'ammiraglio di ventura Andrea Doria. Per finire a metà del Seicento con il corteo di galere che riportano a casa i reali d'argento salvati dall'ultima bancarotta spagnola. Quel secolo insomma, che per usare le parole di un maestro della storiografia come Fernand Braudel, fa di «questa straordinaria città divorante il mondo la città dei miracoli».
La mostra, curata da Piero Boccardo e Clario Di Fabio e allestita dallo scenografo Pierluigi Pizzi (catalogo Electa), presenta oltre quattrocento opere legate alla storia della città: da Anton Van Dyck a Guido Reni, da Giambologna a Gian Domenico Tiepolo, da Pieter Paul Rubens a Jacques-Louis David. E poi tesori come la bizantina "Croce degli Zaccaria" usata per la benedizione del doge appena eletto o la Madonna d'argento settecentesca di Francesco Maria Schiaffino. Quattromila metri quadri di esposizione per raccontare un'avventura artistica ed economica che abbiamo qui suddiviso per temi, partendo dal suo protagonista: il doge, l'unico capo di una repubblica che si sia mai fatto chiamare re.
Vita da doge Entrava nel palazzo Ducale subito dopo l'elezione, e finché era in carica non ne usciva più se non per occasioni pubbliche straordinarie: feste e visite di principi e cardinali. La riforma del 1528 con la quale Andrea Doria e i suoi riformarono l'istituzione del dogato iniziata nel 1339 con Simone Boccanegra e ispirata all'istituzione veneziana, obbligava il Doge a risiedere nel palazzo per tutto il suo mandato, che da allora non fu più a vita ma ebbe una durata di due anni. «Si voleva mostrare la continuità del potere: un po' come a Palazzo Venezia la luce sulla scrivania del Duce era sempre accesa», spiega il curatore Boccardo.

Genova Veduta di Genova del 1481

Ma il doge ha ben poco del Duce: non decide mai nulla da solo. Accanto a lui vivono due dei Governatori che lo affiancano nella gestione del potere: questi controllano ogni sua azione, anche l'apertura della posta e i colloqui privati. «Il potere vero per il doge iniziava alla fine del mandato, quando entrava a far parte a vita del collegio dei Procuratori, la più alta autorità dello Stato», nota Boccardo. Il potere non aumentò neanche quando, nel 1536, Carlo V attribuì ai dogi il titolo di duca né un secolo dopo, quando Genova si proclamò "regno".
L'arte a corte La prima cosa di cui un doge doveva preoccuparsi era di arredare casa: il palazzo ducale, costruito a metà del Cinquecento, era quasi vuoto e ogni neoeletto lo arredava con i propri mobili. In ogni caso del mobilio dell'epoca è rimasto ben poco: tra incendi, saccheggi e sommosse gran parte delle testimonianze storiche sono andate distrutte. Per questo sono così preziose le tre berrette dogali presentate nell'esposizione, i quattro arazzi tessuti a Genova nel Cinquecento da un arazziere fiammingo o il centro-tavola di Claude Ballin prestato dall'Ermitage, simile a quello ordinato all'orafo francese da un doge Brignole Sale e fuso durante una sommossa. Anche i ritratti tornavano a casa del doge a fine mandato: in mostra sono esposti quelli di quasi tutti i 140 dogi genovesi, messi in evidenza, nell'allestimento di Pizzi, da un gioco di specchi. In un altro gruppo di sette tavole finora inedite sono accostati i volti di tutti i dogi genovesi: una sfilata di volti, di abiti e di acconciature che è una storia della rappresentazione del potere dal 1336 al 1724.

Avventura e nobiltà Due pittori alla corte dei dogi. A sinistra: Francesco Solimena "Colombo arriva in America". A destra: Anton van Dyck "I bambini Balbi"

Nel "secolo d'oro" i dogi ordinarono molte opere d'arte anche per la città. Come le statue delle Virtù del Giambologna e gli affreschi di Lazzaro Tavarone con Giacomo Durazzo Grimaldi che accoglie don Giovanni d'Austria, vincitore della battaglia di Lepanto. Ma il periodo di splendore in realtà verrà più tardi, alla fine del Seicento, quando la potenza finanziaria di Genova non è più al suo massimo. Un paradosso che Giuseppe Felloni, professore di Storia economica all'università di Genova, spiega così: «Dopo l'ultima bancarotta spagnola, i genovesi riportano a casa i soldi che avevano investito, fanno meno prestiti di prima e si ritrovano con moltissimi soldi da spendere: e allora ecco i Rubens, lo sfoggio di ricchezza, i palazzi di lusso».
Affari e finanza E pensare che la grandezza economica di Genova era iniziata con la reazione a una crisi dovuta al passaggio dall'orbita francese a quella spagnola. Spiega Felloni: «Dopo il 1528 Genova fu esclusa dalla partecipazione alle Fiere di Lione, dove i mercanti di tutta Europa si riunivano quattro volte l'anno per fare affari e riscuotere o pagare cambiali». I genovesi allora aprirono una propria fiera a Besançon e si specializzarono in cambiali: quelle emesse a Genova venivano cambiate tre mesi dopo a Besançon, e così via, accumulando, cambio dopo cambio, una percentuale di interessi.

Palazzo Ducale 1 Tintoretto "Ritratto di Nicolò Doria"

E' su queste operazioni finanziarie che i genovesi costruiscono le somme che prestano alla Spagna: tra il 1520 e il 1556 (alla vigilia della prima bancarotta spagnola), i genovesi hanno in Spagna un giro d'affari di 11 milioni di ducati, per interessi di sei quintali d'oro puro all'anno.

Palazzo Ducale 2 Pieter Paul Rubens "Venere e Marte"

Non poteva reggere questi ritmi neanche un paese ricco di colonie come la Spagna: che infatti sospende i pagamenti o dichiara bancarotta per sei volte fino a metà Seicento e alla fine restituisce i prestiti con titoli di Stato perpetui. Le bancarotte spagnole mettono in ginocchio i tedeschi Fugger ma colpiscono meno i genovesi, che ottengono dalla Repubblica il permesso di girare ai loro creditori i titoli emessi dalla Spagna. Questa decisione favorevole mostra quanto fosse potente a Genova il legame tra potere economico e politico. Un legame inevitabile, visto che il Dogato era indebitato nei confronti del Banco di San Giorgio che riscuoteva le tasse, amministrava territori e passava allo Stato, per le spese correnti, un sussidio annuale molto ridotto: non per niente Machiavelli lo definì «uno Stato nello Stato».

Palazzo Ducale 3 Guido Reni "Gesù dormiente tra due angeli"

Le grandi famiglie L'altra influenza foltissima sul dogato è quella delle grandi famiglie della città: eppure la riforma di Andrea Doria era studiata per renderle meno importanti dopo le divisioni per fazioni che avevano turbato la Genova del Medioevo. Prima dell'arrivo dei dogi quattro famiglie - Doria, Spinola, Grimaldi e Fieschi - si contendevano la carica di "capitano del popolo", poi, al tempo del dogato a vita, la lotta si ridusse a un duello tra gli Adorno e i Fregoso. «La città di Genova non è come molte altre d'Italia sottoposta a una sola divisione ma divisa in più parti», scrive Francesco Guicciardini che poi elenca guelfi e ghibellini, «gentiluomini e popolari», «Adorni e Fregosi». Eppure è stato proprio il peso delle famiglie, sempre le stesse nel corso dei secoli (solo i genovesi potevano concorrere alle cariche politiche), a determinare la paradossale stabilità politica di una delle città più travagliate d'Italia. Ha scritto di Genova lo storico ottocentesco Heinrich Sieveking: «A chi legge i suoi annali non si presenta altro che un arido avvicendarsi di lotte di partito, senza un momento di pace. Se però gettiamo uno sguardo sulla costituzione, ci accorgeremo che in generale queste lotte toccano solamente la superficie».

Diabolici genovesi
Da Dante a Pasquino: cosa dicevano di loro
Sarà per il confronto tra le continue rivolte e sommosse genovesi e la vita "serenissima" della Repubblica di Venezia. Sarà perché chi si arricchisce prestando soldi non riesce mai molto simpatico (soprattutto se gli interessi variano tra il 15 e il 67 per cento annuo, come avveniva nel "Siglo de los Genoveses"). Fatto sta che la storia è ricca di una quantità di cattiverie d'autore contro i genovesi: Dante nella Divina Commedia li stronca come «uomini diversi d'ogne costume, e pien d'ogne magagna», il diplomatico francese Philippe de Commynes li considera «disposti ad ogni voltafaccia», lo spagnolo Lope de Soria alla vigilia della riforma cinquecentesca del dogato li chiama «gente de diablo» e definisce Genova «madre de las pasiones y parcialidades y rreboluciones».
Del resto già Enea Silvio Piccolomini, che pure da buon senese di discordie cittadine se ne intendeva, parla di uomini intenti solo a «nuocersi, uccidersi, spogliarsi di ogni avere e cacciarsi via dalla città l'uno con l'altro».
Potentissima ma poco amata, la Genova del secolo d'oro. Anche a Roma, dove nei primi decenni del Seicento erano genovesi il dieci per cento dei cardinali del Sacro Collegio. Ed erano quelli che avevano in mano i cordoni della borsa, visto che si accaparravano quasi sempre i dicasteri economici.
Come scrisse un Pasquino romano alla fine del Seicento, quando il Cardinal Franzone aspirava al papato, il potere dei genovesi in Curia era già talmente forte che un papa di Genova sarebbe stato davvero troppo: e infatti tra Giulio II, morto nel 1513, e Benedetto XV, eletto nel 1914, i genovesi ebbero una quantità di cardinali ma neanche un papa.

Risse e resse La superficie però era davvero agitata. Solo nel secolo d'oro Genova fu squassata da tre congiure di palazzo e da una guerra civile che nel 1575 oppose nobili "vecchi" e "nuovi", quelli che avevano dominato la vita politica nei due secoli del "dogato a vita" e quelli che erano stati avvantaggiati dalla riforma del 1528.

Grandi famiglie 1 "Il massacro dei Giustiniani a Scio"
di Francesco Solimena

La nuova costituzione era architettata in modo da evitare che alcune delle vecchie famiglie potessero diventare di nuovo troppo potenti. L'elezione del doge diventa così una faccenda complicatissima, con rose di candidati scremate dalle assemblee fino ad escludere tutti tranne uno. La costituzione stabilisce anche una sorta di "bipolarismo" obbligatorio, che alterna un doge di famiglia vecchia e uno di famiglia nuova. Tutto per evitare che si ripetesse la situazione del Tre e del Quattrocento, quando un doge teoricamente nominato a vita a volte rimaneva in sella un solo giorno, destituito all'istante da voltafaccia politici. Come scrive Arturo Pacini nel catalogo: «In quasi due secoli solo quattro Dogi morirono in carica; alcuni la mantennero pochi giorni o addirittura poche ore; a fine Trecento, Antonio Guarco e Pietro Fregoso, spodestato il Doge Niccolò Zoagli, arrivarono a giocarsi a dadi la suprema dignità».

Grandi famiglie 2 L'incontro di don Giovanni d'Austria
con il doge Giacomo Durazzo Grimaldi

Funerali che passione Forse proprio perché così pochi dogi morivano in carica, i loro funerali divennero un avvenimento. Il Doge, che da vivo era stato costretto a recarsi in cattedrale attraverso un breve passaggio coperto, veniva portato in giro da un corteo che comprendeva tutto il clero, i cancellieri, i senatori e anche tutti gli orfanelli della città. In cattedrale era tutto uno sfoggio di preziose stoffe nere: panno, broccato, velluto tramato d'oro. I catafalchi, ancora piuttosto semplici nel Cinquecento, diventano sempre più sontuosi, fino a gareggiare per magnificenza con quelli dei sovrani spagnoli, i cui funerali venivano celebrati anche a Genova. I catafalchi per i regnanti defunti si fanno sempre più alti nel corso del Seicento: quello per la regina Maria Luisa, nel 1689, era formato da cinque ordini di colonne sovrapposte, quello di Carlo II, nel 1701, è alto quasi quindici metri. Segni di fedeltà e di rispetto che si fanno più appariscenti proprio quando i rapporti con la Spagna si indeboliscono: nel 1665 Genova aveva riaperto i contatti con l'impero ottomano, vent'anni dopo il doge era stato accolto trionfalmente a Versailles dal Re Sole, che l'anno prima aveva fatto bombardare la città per la sua politica antifrancese. "El Siglo" era finito: la potenza dei genovesi ormai non parlava più solo spagnolo.

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