Testata Gazzetta
    Pezzi di storia

Il Padre Ugo Bassi a San Giacomo di Corte
di Arturo Ferretto

Il Mare – 19 febbraio 1910

Tra le persone, che in Genova aveano pure ospitato nella quaresima del 1939 il P. Ugo Bassi, figura in prima linea la marchesa Teresa Pallavicino, nata Corsi.
Infatti il Barnabita, il 22 dicembre 1847, scriveva da Perugia al Prof. Giuseppe Gazzino: «… si recherà alla signora Marchesa donna Teresa Pallavicino nata Corsi e le dirà: Il P. Ugo Bassi, sempre memore e gratissimo della cara ospitalità dell'anno 1839, non che d'altre gentilezze, per me, che sono come un altro lui stesso, viene ad augurarle il bel Natalizio e tutti gli anni e i giorni felici insino a suprema felicità in Cielo.

Ugo Bassi Ugo Bassi

Credo che non le sarà discaro fare questa visita. Quivi troverà facilmente D. Damaso Pareto ed altri valorosi, che per me vorrà reverire. Ancora amerei ciò dicesse del Nestore nostro e d'ogni cortesia esempio G. C. Di Negro, se ciò le piace».
Famigliare e commensale della predetta Marchesa e dei Pallavicino, parenti degli Spinola di Pagana, era un modesto sacerdote sammargheritese, della parrocchia di Corte, il Rev. Canonico Gerolamo Larco, ivi nato il 30 luglio 1798 da Gipo. Battista Larco e da Margherita Palmieri, e morto il 23 dicembre 1876.
Tra il P. Bassi e il Larco durò per quasi un ventennio una salda amicizia ed una forte corrente di simpatia, e per invito dell'amico il P. Ugo Bassi accettò una predicazione nella chiesa artistica di Corte.
L'occasione non si fece aspettare
«i Genovesi (scrive Achille Neri in un lavoretto, intitolato Ugo Bassi e Genova, inserito nel 1880 nella Strenna La Speranza) erano in vivissimo desiderio d'udirlo, e non appena salì il pergamo di S. Lorenzo fu giuocoforza provvedere alla sicurezza delle donne, perché non venissero soffocate in quella calca straordinaria di popolo, che ogni giorno andava crescendo.
Ma la guerra perfida e sleale, che era già incominciata contro il barnabita, così da quelli che tremavano per la ruina dell'edifizio fabbricato e sostenuto dalla menzogna, come dagli invidiosi della potenza oratoria ond'era dotato da natura, ebbe nuova ragione d'inasprirsi. Poiché predicando in S. Ambrogio il P. Minini gesuita, quel medesimo che, al dire del Celesia, «s'insinuava nella aule patrizie, né femminili collegi, né monasteri, né chiostri, ingegnandosi ovunque a preparare una generazione eunuca, servile e d'ogni magnanimo ardimento persecutrice codarda», s'accorse che le sue melate ed untuose parole erano recitate alle panche, e a poche pinzochere abbonate del convento.
Di qui il rinfocolare le ire contro il P. Ugo, e le manovre loiolesche e proprie della setta per metterlo in discredito. Se non che il predicatore di S. Lorenzo piaceva all'universale, e incantava le signore, le quali, cosa mirabile, ma vera si ribellarono alle arti del confessionale e piantarono in asso il lezioso gesuita. E intanto andò a' versi alla cittadinanza, che quel medesimo anno fu altresì chiamato a predicare la Pentecoste nella Chiesa di S. Bartolomeo degli Armeni, nella quale non potendosi contenere l'immensa folla, si ricoprì con una grande tenda la piazza, perché sopperisse alla ristrettezza del tempio.
Allora i nemici ricorsero alla solita arma attaccando d'ereticali le sue prediche; ed ecco sorgere un difensore nel prete Bottaro, che, come si afferma, pagò più tardi colla vita, spentagli dal veleno della compagnia, i suoi generosi ardimenti».
E da una cronaca, di cui mi diede cortesemente notizia il P. Luigi Maria Levati dei Barnabiti, risulta che «al 7 aprile 1839 per la Quaresima predicò nella Metropolitana di S. Lorenzo, con incredibile ed immensa frequenza di popolo il P. Ugo Bassi che poi fece la novena del Sudario nella nostra chiesa».

L'occasione adunque per una predica a S. Margherita non si fece aspettare.
Il P. Ferdinando Minini, ed il Reverendo Prof. Paolo Sconnio, rapallese, erano stati i due panegiristi forti e graditi, nell'aprile del 1837, nel centenario di Santa Caterina Fieschi, e lo Sconnio, rettissimo nel pensare, ed intransigente d'idee. fece venire a Rapallo il P. Minini per le feste di Luglio, delle quali così parla la Gazzetta di Genova del 19 giugno 1839:

Il Mare Il settimanale "Il Mare"

«Rapallo 16 giugno 1839. Nei primi tre giorni di luglio p.v. ricorre la festività sacra a N.S. di Mont'Allegro, la cui pompa sarà quest'anno più dell'uso magnifica. Il chiarissimo P. Minini della Compagnia di Gesù ne dirà l'orazione panegirica; una nuova Cassa in argento, disegnata dall'accademico signor Giacomo Varese, modellata dal sig. Francesco Sasse ed eseguita mirabilmente dall'argentiere sig. Francesco Maria Canepa, decorrerà la Processione solenne dell'ultimo giorno; i fuochi di artifizio e di terra e di mare e diverse foggie d'illuminazione saranno di bello e variato spettacolo agli accorrenti, sebbene questa città per molti lavori pubblici non permettesse di tanto eseguire. La musica, composta di scelti filarmonici e dilettanti di Genova, sarà del prof. maestro sig. Antonio Taddei di Levanto, allievo dell'I.R. Istituto di Milano, e secondata dall'esimio primo violino sig. Morganti di Parma, che per la seconda volta concorre a rendere più splendida questa funzione».
Dove trovavasi allora il P. Bassi?
Presso il Pessagno a Rapallo o presso il Larco a Santa Margherita, dove una tradizione errata dice soggiornasse due anni?
Dopo il Quaresimale di Genova andò a Finale, dove trovasi il 18 e 19 aprile.
Andò a Savona a far visita «e ammirare quell'angelo di sapienza e di evangelico amore Mons. de' Mari» vescovo diocesano, e tornò poscia nel maggio a Genova per assistere alla sua apoteosi, predicando, come già dissi agli Armeni.
Tanto la degenza in Genova, quanto il suo ritorno fornì materia di versi a parecchi poeti.
Un sonetto di un certo P.A. pubblicato nel maggio 1839 (Tip. Ferrando), è dedicato «al M.R.P.D. Ugo Bassi barnabita in occasione del suo ritorno in Genova, dopo fattovi il quaresimale». In quell'A.P. si cela certamente l'avv. Agostino Palmieri, il quale (Tip. Como, 1839) compose pure altro Sonetto in lode del P. Ugo Bassi, e di bel nuovo colle iniziali P.A. stampò (Tip. Ferrando) un «Canto dedicato al Padre Ugo Bassi, predicatore della Quaresima nella Metropolitana di Genova».
Il Sacerdote Giuseppe Peragallo licenziò pure alle stampe (Tip. Ferrando) una cantica intitolata «Il ritorno in Genova di Ugo Bassi».
Gio. Carlo Casanova elaborò la canzone «Ad Ugo Bassi predicatore» (Tip. Ferrando) ed un'altra poesia, intitolata «Coro di liguri per il ritorno del Barnabita Ugo Bassi» (Tip. Pagano). Carlo Damezzano stampava a Savona (Tip. Miralta 1839) i versi «All'esimio sacro oratore Ugo Bassi dopo la predicazione di Finalmarina» e Lazzaro Damezzano stampava in Genova (Tip. Ferrando 1839) l'inno «All'insigne oratore Ugo Bassi».
Inoltre l'avv. D. Pellegrini facea bella prova con un inno dedicato «Ad Ugo Bassi predicatore della Quaresima in S. Lorenzo» (Tip. Ferrando 1839), né sono da passare sotto silenzio «Varii componimenti letti nella circostanza che Ugo Bassi predicava la novena del Sudario a S. Bartolomeo degli Armeni» (Tip. Ferrando 1839).
La Gazzetta di Genova dell'11 maggio annuncia con frase pomposa una canzone in dialetto genovese di Giovanni Casaccia, intitolata «A Ugo Bassai l'Ombra de Ballin, Vixion», ed in dialetto genovese cantò pure il celebre Martin Piaggio una «Canson ro M. Rev. P. Ugo Bassi ritornou a Zena per predicà ne a solennitae du S.S. Sudajo a S. Bertomè di Armeni, Zena Tip. Pagan 1839».
La Gazzetta del 22 maggio nella rubrica dei libri nuovi annunzia che Gio. Battista Ratto in cima di Scurreria, ed i principali librai, al prezzo di una lira, vendevano un volume in 8°, edito dalla Tip. Ferrando, intitolato «Ad Ugo Bassi Barnabita, Serto poetico» e adorno del ritratto del sacro oratore.
La Gazzetta del 12 giugno dava pur cenno dei versi sciolti di Vincenzo Accame «In lode del chiarissimo Oratore P. Ugo Bassi».
Non mancarono i sonetti di Giuseppe Gazzino e dell'Ab. G. Gando, editi per cura del Prof. Oxilia nella dotta monografia già da me citata.

Arturo Ferretto Lo storico Arturo Ferretto

In tutti i negozi di Genova venivano esposti i ritratti del P. Bassi, disegnati, fin dal marzo 1839, dal pittore Giuseppe Isola, usciti dalla Litografia Ponthenier e che erano in vendita al prezzo di L. 1,50.

Con questo serto poetico nel cuore, che a Genova era sempre intero, come ben si esprime in una lettera, scritta da Finale il 18 aprile 1839, il P. Bassi, invitato dal Can. Larco, ponendo un contraltare al gesuitismo rapallese, salì il pergamo della prepositura di San Giacomo di Corte, nella ricorrenza della festività di N.S. della Lettera.
Tolgo in proposito dalla Gazzetta di Genova del 20 luglio 1839:
«Il 28 del corrente, giorno di domenica, nel comune di Corte, parrocchia di S. Giacomo nel Golfo di Rapallo si celebrerà giusta il consueto la festa di N.S. della Lettera. Il concorso degli anni andati si spera non verrà meno in questo, in cui per lo zelo degli abitanti nulla si è omesso di quanto alla interna divozione potesse esternamente rispondere. Avranno luogo fuochi artifiziali di terra e di mare, e una illuminazione generale del paese. La messa e i vespri saranno accompagnati da scelta musica. Dirà le lodi di Maria il P. Ugo Bassi Barnabita».
Il prevosto di Corte D. Emmanuele Gotuzzo, di Portofino, indossò quel giorno una fascia nera nuova, che gli avea provvisto il Can. Larco.
Quando il 1° agosto 1858 il Sac. Gaetano Alimonda recitò il panegirico nella stessa chiesa di Corte (stampato nella Tip. Schenone) alla nota V della p. 30 faceva queste osservazioni:
«Nell'augurare lieti giorni alla Liguria e all'Italia, come io faccio terminando il Panegirico, a me quasi necessariamente sovviene di quel meraviglioso e infelice uomo, che fu il P. Ugo Bassi, il quale, or ha diciannove anni, chiudeva pur esso il suo panegirico della Madonna della Sacra Lettera non facendo allegri auspizi, a dir vero, ma pregando Mama per la nostra Liguria, per la Sicilia e l'Italia. Io era entrato di alcuni mesi appena nel chiericato e condottomi di Genova tra un'eletta di amici suoi e miei alla bellissima festa di S. Giacomo di Corte, lo ascoltai con infinito diletto. Quel Frate così trecentistico nella lingua, di passione così dantesco, immaginoso più di un poeta, trascinava me giovane. L'orazione tenuta in quella Sagra non ismentiva le altre sorelle, né le più gravi sue prediche del quaresimale; tutta delizie, tutta fiori, fiori tali che ti faceano dimenticare dei … leggiadrissima, benché troppo prolissa nella narrativa, calda nella perorazione; quanto all'argomentazione scompigliata e fiacca. Ma nel Bassi, il cui raziocinio era fanciullo e la fantasia tiranna, poteva grandissimamente in Amore; e il cuore ammogliato alla fantasia dava lampi, dava tuoni; alle volte pioveva balsamo e metteva vibrazioni di affetto così dolci insieme e sentite, che signoreggiava gli animi. Giacché nella conclusione del mio discorso manca una preghiera a Maria, tolgola volentieri dal panegirico del famoso Barnabita, del cui manoscritto egli regalava il suo amicissimo Gerolamo canonico Larco, e per esso tutti i più teneri amici suoi:
«Oh amore! Ed ecco una dolce, e diva lettera, che a noi ne scrive; rompete le vostre ree abitudini; ora, se a voi piace, io le romperò. Fuggi, lo scrivo a Te, misera, di cotesta casa di tutta infamia, fuggi vieni, io ti scorgerò; fuggi povera, intatto l'onore: in me ritroverai tuia madre amorosa, benché ti paia povera, il tuo conforto. Ecco la lettera che ne ti manda: questa abbiti, e leggi amorosamente sola (le altre lasciate stare) poiché è invito felice, e sicurtà di paradiso.
E così a me ora inspirava cotante delle cose e pur m'inspira, onde io mi commuovo, e mi sento a venir voglia di lagrimare. Ché considerando di qual terra la sia venuta qui la Immagine benedetta, e quella essermi stata cara assai, e gran parte dei lor dolori aver veduto io stesso, ed ora di questa Immagine Siciliana aver dovuto dir le lodi, che io ne seppi; e oltreacciò a vedermela in questa dolce terra di Genova, che di religione, e di gentil costume la è tutta divina, non che in Italia, anzi nel mondo; ringrazio di grande amore Maria, che qui anzi che altrove piacque portarnela il mare; né se alla paterna Nasso, o ad alcuna delle divine isole della Grecia magnanima fosse ita, e statavi accolta, non mi rallegrerei io di maggiore esultanza. Pregola adunque qui stando sempre, di iscrivere alcuna sua parola dolcissima a quelle chiare isole, che le ritorni alla religione di Genova (incolpevole religione!); né per lor libidine di superbire, le non sian restie; pregola infondere a tutti i popoli diversi amore di questa diletta Liguria, quanta in me ne pose Iddio; pregola di rendere qui tutti gli animi così casti, come a farneli di purezza e di candor pieni, io mi adoperai sempre, e adoperar mi spero, perché tutti gli uomini bellissimi di religione, e di politissimo costume abbiano intelletto di amore, e intendano la loro altezza.
Pregola per tutte queste passioni, per tutte queste procelle de' petti umani, per tutti quersti sospiri, questi deliramenti, queste affannose volontà, che tutte Ella sola può vincere, e consolare, e farne degni di Lei.
Ave maris stella: O stella dell'alto Sole, che sempre con te volentieri si accompagna, Tu sola sei bella, Tu sola dolcissima, Tu sola negli impetuosi mari, Tu nelle folgori di guerra e di battaglia, Tu ne' tremori della terra, Tu nelle tempeste de'cuori, che sole le son più terribili cose che il mare, Tu sola se' la invocata, e ne desti parola sincera, ci salverai, Maria genio, tema, lavoro di egregi e divini artefici, e di poeti! Bella madre de' virtuosi, speranza bella de' peccatori, cagione di tutta gioia, sei balsamo di ferite profonde, ristoro al pianto, refrigerio di cocenti sospiri: Tu nostra pace, Tu dolce amplesso, Tu dersiato bacio, che ne perdoni, ne abbracci, ne ricongiungi. O Maria, sei forza onde combattasi l'uman rispetto, gloria trionfo, onde si vinca, trionfi… Bella Iride di Dio, Luce se' all'intelletto, se' fiamma al cuore: Diva della Sapienza, Donna dell'Amore: Sole del Paradiso, Stella del Mondo: Angelo de' Penitenti, Arcangelo degli innocenti: Regina degli eletti, Refugio agli erranti, Bella Madre de' Virtuosi, Speranza bella dei peccatori: Ave Maria. A Te li fiori di Sicilia, a Te le rose di Genova tua, a Te i fiori, e rose dell'uno e dell'altro Emisfero, a Te le mie ghirlandette, che io t'offro, a Te amore, e amore, e amore, e Inni e Cantici, e Trionfi, e Corone immortali».
Il Bassi, che fu sempre un fervente devoto della Madonna, scrisse trentacinque stanze quinarie di un inno che il mio carissimo cugino Avv. Prof. Attilio Scarsella si fece ripetere da una vecchia ottuagenaria e, trascrittolo, con gentilezza squisita mi trasmise per arricchire d'un documento di più la mia monografia.
Ed ecco l'inno, che per acquistare spazio presento in versi decasillabi.1

Ugo Bassi nacque a Cento (FE) il 12 agosto 1801: battezzato col nome di Giuseppe, lo mutò in omaggio al suo poeta prediletto, Ugo Foscolo. Trasferito con la famiglia a Bologna, lì frequentò gli studi prima presso gli scolopi, poi presso i barnabiti. Chierico nel 1819, fece il noviziato a Napoli e a Roma dove prese i voti nel 1821; fu ordinato sacerdote nel 1825. Aveva notevoli doti di oratore, propenso alla passionalità e teatralità più che alla profondità del discorso: ben presto acquistò fama per il suo orientamento politico, vicino alle inquietudini del momento, tanto che per lungo tempo gli fu vietato di predicare negli Stati pontifici.
Durante i moti rivoluzionari del 1848 si unì alle forze risorgimentali, sostenne la Repubblica Romana del 1849, seguì Garibaldi e fu catturato dagli austriaci il 2 agosto nei pressi di Comacchio (FE).
L'8 agosto 1849 subì l'esecuzione a Bologna e su di lui si formò subito il mito, la sua tomba divenne meta di pellegrinaggio.

Vergine bella d'acque lontane
 Colla procella venisti qui.
Dove ridente siede Messina
 Te un prepotente moto rapì.
Colla tempesta nuotasti assai
 La faccia onesta volando il mar.
Quando l'aurora, chetato il nembo,
 Il cielo indora, e il sole appar,
Coll'onda quieta qui t'appressasti,
 E cara e lieta luce ne uscì.
Corse la gente a quella preda,
 Il cuore ardente dicea così:
Che è mai quel caro color purpureo
 Che per l'amaro flutto sen vien?
E' un bambolino, pieno di grazia,
 Gruppo divino, simbol d'amor,
E quella mano stringe un tesoro
 Che mai invano non parla al cuor.
Essa è Maria, l'hanno veduta,
 Quale alta dia viaggiando in mar.
E' di Messina la gran Signora
 E quella lettera non puote errar.
Poi si sentiva di là un lamento
 Di gente priva d'alto tesor.
Ma il maggior duolo era un Imago,
 Che da quel suolo, nel mar piombò.
Poi come intese che qui è nuotata,
 Gioia riprese, si consolò.
Ma è l'Imago di quel tesoro,
 Che fece pago dei buoni il cuor.
E i Messinesi un'ambasciata
 Mandano accesi di puro amor.
A Lei, di Dio Madre Sovrana,
 Con voto pio, dier la città,
E nell'amabile Lettera aulente,
 Graziosa, affabile, che quel nome ha,
«Son Maria Vergine» Ella vis scrisse,
 «Son quella Vergine, che partorì,
Prendo la destra fede sincera
 Di fé maestra sarò ogni dì».
Disse: Non cadde suo santo detto;
 Di guerra accadde grave furor.
Il Saracino tenne Sicilia,
 Ma il paladino venne Rugger.
Egli a Messina piglia la riva
 E già ruina il turco fier.
Ma da quel faro venne il valore,
 Che il turco avaro fece perir.
Venne il colera nero e terribile,
 Quella bufera tutti ingoiò.
Solo in Messina un non fu tocco,
 L'altra ruina qui non entrò.
Già liberata l'isola bella
 E consolata torna a fiorir.
O porgitrice di tanta lettera,
 O beatrice di tutti i cuor.
Perché venisti a queste spiaggie
 E ci rapisti in santo amor,
Questi difendi, siccome quelli,
 E questi rendi tuoi detti ognor.
Che dal delitto, scrivi, si guardino,
 Tuo onore afflitto fa il peccator
Che il poverello sopra la croce
 Non sia rubello sperando ognor
Che il ricco forte non calchi il debole,
 L'ore son corte viene il Signor.
A me tu scrivi, Vergine Santa,
 Che il faro arrivi puro e fedel
Sotto altri soli canti tue lodi
 E dopo voli a te nel ciel

Il Gavazzi (Elogio funebre per Ugo Bassi, Londra 1849), Angelo Fiandra (Il Martire Ugo Bassi, Narrazione Storica, Torino 1850), E. Ruggeri (Della ritirata di Garibaldi da Roma, Narrazione, Genova 1850), il Montazio (I contemporanei Italiani, Ugo Bassi, Torino, Un. Tip. Ed. 1862), Vittorio Berzezio nell'Appendice dell'Enciclopedia del Boccardo, il P. Giuseppe Colombo (Profili Biografici d'insigni Barnabiti, Lodi 1871), L. Gualtieri (Memorie di Ugo Bassi) postillate dal Prof. Giuseppe Gaggino e lasciate in dono alla Società Economica di Chiavari, il Facchini (Biografia di Ugo Bassi, Bologna Zanichelli, 1890) e parecchi altri sono concordi nel raccontare che, scoppiata nel 1848 la guerra contro gli Austriaci, l'ardente Frate tagliò a mezzo il Quaresimale d'Ancona e corse con entusiasmo ad arruolarsi con Garibaldi e con i suoi volontari. Gli Austriaci lo colsero inerme a Comacchio, rimenandolo a Bologna. Avea indosso gli ultimi canti del Poema La Croce vincitrice.
«Una solitaria campagna, scrive il Gavazzi, presso il cimitero di Bologna; incerta l'alba, deserto il luogo; in fondo due fosse scavate per sepoltura; di fronte cupo nelle armi un drappello d'Austria. Rumor di ruote che si avvicina; entra un carro; coll'amico Livraghi ne smonta Ugo pallido al volto, ma franco al piede; si avanza fidente, volge anche una fiata lo sguardo al Monte della Vergine a lui tanto cara; si colloca lieto dappresso alla sua fossa – Tetro e profondo il silenzio; quando una voce di angelo suona dolcissimamente in queste parole: - io muoio innocente, muoio per la libertà – perdono a' miei uccisori – Viva Gesù – Viva Maria! – Viva… - ma in questo le palle croate gli ruppero di sette colpi l'intemerato petto, ed il nome diletto d'Italia fu raccolto sulle labbra del morente dal bacio di Cristo.»

fucilazione La fucilazione

Spuntava l'alba dell'8 agosto 1849 ed un nuovo astro, scrive il genovese Emanuele Celesia, (Panteon dei Martiri della Libertà Italiana, Torino, Stab. Tip. di Al. Fontana, 1851, Vol. I pagina 571) si aggiungeva al nostro cielo di martiri.

Dopo la morte del P. Ugo Bassi, nello stesso anno, quando in Genova avea già preso consistenza l'idea di alzargli un monumento sulla piazza di S. Lorenzo (Cfr. il Giornale Il Cattolico, An. 1849, 1850, N.18, 20 e N.154) il buon canonico Larco comunicò tre panegirici del P. Bassi alla Tipografia Pellas, perché vedessero la luce, uno intorno la Madonna Addolorata (la cui festa si solennizza a Corte) l'altro in onore della SS. Annunziata ed il terzo in onore di S. Giuseppe.
L'editore che si firma S. A. B. dichiara di aver avuto i panegirici dal Can. Larco «a lui amicissimo, mentre egli trovavasi nelle nostre contrade a bandir la potente parola» ed aggiunge di stamparli per far cosa grata «non meno alla sua memoria che ai molti uditori ed ammiratori ch'egli ebbe tra noi».
Il prodotto della vendita andava a benefizio dell'Emigrazione Italiana.
Il panegirico racitato dal Bassi a Corte, il 28 luglio 1839, stette per molti anni indisturbato nell'Archivio della Parrocchia, ma anni or sono fu consegnato al P. Ghignoni, ex barnabita, né fu più restituito. Quando il 1° agosto 1858 il non ancora Cardinale Gaetano Alimonda (i cui due fratelli erano stati in intimi rapporti col P. Bassi) disse il Panegirico di N.S. della Lettera, e rievocò i ricordi dekl 1839, un brivido scorse nelle vene dei memori ascoltatori, e spuntarono le lacrime sugli occhi del Larco.
Il buon canonico conservò sempre una dolce rimembranza dell'amico, che avea attestato colla morte la libertà d'Italia, ed in seguito ne andava raccontando gli episodi più salienti della vita.
Allorché a sua richiesta il celebre pittore Barabino venne a dipingere la chiesa di Corte, ritrasse nella volta le sembianze del Larco, il quale alternava il suo tempo tra le ore canoniche ed i lavori pazienti in conchiglie marine, nei quali riusciva a meraviglia, e che regalò persino al pontefice Pio IX, non defraudandone i suoi numerosi amici di Corte, di Santa Margherita e di Rapallo.
Se si fossero costipate gelosamente le carte del Larco, non mancherebbero preziosi autografi del Bassi, il quale, come ben osserva A. Neri, non sapeva meglio dare sfogo all'affetto, ond'era ricco il suo bell'animo, che affidando a lunghe lettere famigliari i suoi pensieri ed i suoi dolori, del che son prova i frammenti, che ne abbiamo alle stampe nella biografia di lui, scritta dal Montazio, conservata fra gli autografi della Biblioteca Universitaria di Genova.


1 La Gazzetta di Santa ha pubblicato l'articolo "La Madonna della Lettera" sul culto della stessa, il 22 ottobre 2011

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