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    Pezzi di storia

I nostri "lumetti" del mare
di Arturo Ferretto

Il Mare – 26 giugno 1909

Amore li spinge, e l'amore tutto abbellisce e rende grandi anche le piccole cose.
In una rapida e fulminea parvenza di gloria partono i graziosi Lumetti, quando l'onda marina si culla appena sulla riva, quasi a lambire morente le lumetti bianche arene; alcuni di essi nell'ora, che fugge e che non s'arresta, più superbi ed affrettati si aprono il varco per differenti sentieri, ma poscia, raccolte ad unità le proprie forze, come per tacita intesa s'incontrano e confondono ancora una volta i loro raggi, fornendo in tal modo a chi li guarda dall'anfiteatro del littorale un inganno per gli occhi ed un inganno per il cuore.
Ora tra gli urli gutturali e profondi dei barcaiuoli passano alteri a gruppi, non curanti del fischio lamentoso di vaporetto scivolante, che li avvicina, né di barca rapida, che non l'infrange, ed essi baciano e ribaciano a sbalzi le chiglie, e gioiosi e luminosi rimbalzano ancora, scavalcando impettiti le ascie d'argento, ove portano il nobile contributo dei loro gemmei sospiri.
Amore li spinge, e partono dalla nostra bella spiaggia, tutta a seni e piccoli golfi, sorseggiando la galloria comune, che si sprigiona nei primi tre giorni del Luglio, ma la partenza è amara e senza nostalgia, perché, per essi il bisogno del ritorno non è permesso.
E corrono, corrono saltellanti, ma ognuno di essi reca un lembo di cuore ed uno sbrendolo di campanile rapallese; ramingano, minuscoli pionieri di luce, e corrono ancora per ricantare la canzone, che addormenta, e fa sognare la vita.
Amore li spinge e partono con audacia; ma in un batter di ciglio c'è il naufragio di un'anima, e si smarriscono irretiti tra scogli, odoranti di alghe; ora flagellati sono inghiottiti da un'ondata.
Partono con audacia nell'irruenza della gioia nel rigurgito del sentimento, ma a volte si sollevano un poco, ondeggiano ed impallidiscono tremebondi in un ultimo schioppettio.
E corrono verso la Corsica, illanguidendo per penuria di olio, quando l'alba ha fascini d'oro sotto un cielo che smaglia e che tripudia d'azzurro. I baratri misteriosi del grande mare sono la loro tomba e vi si tuffano con voluttà, come anime, sballonzolate dal dolore le quali trovano finalmente la pace nel gran mare della morte.

I nostri Lumetti, che affidiamo alle onde, son ferravecchi di casa nostra; hanno anche una storia come tutte le cose, che ebbero un principio, anzi non manca per essi il così detto quarto di celebrità.
Nelle Memorie del solenne ottavario, celebrato nel 2o Centanario del 1757, stampate in Napoli nella stamperia di Giuseppe Gravier, l'autore anonimo così parla della nostra illuminazione del mare.
«Esultava il mare istesso coll'abbondanza de' lumi a migliaia, che in esso comparivano, sembrando stelle erranti per l'onde, riflettendosi con quelle, che risplendevano in Cielo; invenzione nel tempo passato di un Sacerdote secolare, facile ad eseguirsi da gente pratica, quando il mare è tranquillo, andando i medesimi spinti dai soavi venticelli, e spargendosi nel golfo con grande stupore de' riguardanti, non tanto per la vaga comparsa, quanto per la considerazione a rispetto di detta bellissima industriosa invenzione».
Da ciò risulta che un sacerdote secolare, di cui niuno, per quanto mi sappia, ha conservato il nome, inventò prima del 1757 i nostri Lumetti.
Davide Bertolotti nel Viaggio nella Liguria Marittima, edito nel 1834, parla dei nostri Lumetti, ma erra nel descriverne la materia, perché li crede tuniche di cipolle e di corteccie, anziché di carta, resistente ed impermeabile.
La descrizione è così concepita:
«Finite le feste religiose, comincia uno spettacolo che non ha il simile.
Tutto il popolo corre alla spiaggia, che tutta è illuminata in linee rette, a tal che assaissimi di quei lumi stanno sopra pali conficcati all'altezza di più metri nel mare. E tutta la faccia del mare, quando è tranquilla, risplende di lumicini galleggianti a fior d'acqua dentro tuniche di cipolle o in corteccie di più maniere. Cominciano allora le scariche delle batterie; che così chiamano le migliaia di mortaletti, disposte in varie distanze sopra una linea foirse di tre miglia.
Immaginatevi il rimbombo che manda lo scoppio di quindici o venti mila colpi sparati a brevi intervalli, e la maraviglia dell'eco che li ripete per le pendici e per le valli vicine, e l'effetto dell'abbagliante luce di tanta polvere incendiaria col riverbero che ne fanno le onde.
Agli spari succedono i razzi che or s'attuffano nell'acqua ora ne risorgono per disfavillare più vivi: artifizio di fuochi, non ignoto altrove, ma che induce stupore in chi per la prima volta lo mira.
Aggiungete a tutto ciò non meno di dieci mila persone rannicchiate in coma agli scogli, sedenti in sull'arena, arrampicate su per gli alberi, ed aggruppate sul battuto delle case.
Tanta consumazione d'olio e di polvere partorisce gravissima spesa. Ebbene, v'ideereste voi mai chi ne porti lietamente il peso? Sono i poveri contadini. Essi non ricusano di talor soffrire la fame nel verno anzi che non dare alcune scodelle di fichi secchi in volontaria offerta per la celebrazione di una festa che a' loro occhi è un sacro debito non meno che una gloria ed un diletto».
Alla descrizione del Bertolotti segue quella più nota del P. Antonio Bresciani, il quale nel romanzo Il Zuavo Pontificio, essendo venuto a Rapallo nel luglio 1861, così ne parla:
«Lungo le marine orientali della Liguria s'accerchia un golferello sulle cui spiaggie nasce e si distende la graziosa terra di Rapallo che puoi dire città: sì belle e grandi ha le case, vivo il commercio, famiglie nobili e agiate e popolo numeroso e attivo in opera di navigare. Il golfo è sì ben lunato e getta i due capi l'uno a cavaliere dell'altro, che poco vi possono i venti e non vi fa quasi mare; cotalché se non uscisse in alto l'ala dell'occhio a spaziare sino all'estremo orizzonte ti parrebbe un limpidissimo lago dalle chete onde tranquille. Ivi nel mese di Luglio ci trovammo a una festa, alla quale accorrono dalle due riviere e più che mai dalla vicina Genova gran folla di cittadini e signori che vengono parte per la via terra e parte in barchette, messe ad elegantissimi addobbi di tende e strati variopinti, con entrovi i più soavi concerti di musica e dolce intrattenimento delle brigate.
In sulla sera, finite le funzioni di Chiesa, tutti accorrono sulla spiaggia e alle finestre, alle ringhiere, ai veroni e ai terrazzi che guarda in sul golfo: imperocché, fatto già notte, cento navicelle solcano in varie guise quel seno, pigliandolo di taglio, e di fronte, battendo riva a riva, aggruppandosi e distendendosi quasi a disegno per tutto quanto s'aggira quel gran cerchio.
Ogni navicello reca di molti vassoi e schifetti pieni di nicchi di mare, acconci per modo, che ogni conchiglia è piena d'olio, e sopra vi galleggia un ponticino di sovero col suo lumicello e stoppino: l'accendono lo pongono galleggiante in sull'acqua, ed in pochi minuti hai di sopra e di sotto un cielo stellato. Veduto quel notturno teatro dall'alto de' circostanti poggi, de' veroncelli e de' terrazzi, forma un incantesimo nuovo che ti rapisce. Con ciò sia che, essendo l'ora della marea calante, veggonsi que' mille e mille scintillamenti galleggiare sulle ondicine, che muovono verso l'alto pelago, e intrecciarsi in mille vaghe e fantastiche forme.
Qui si producono giardini luminosi con diritti e lunghi viali, con aiuole di fiori di crisolito, di rubino, di zaffiro e di diamante, con labirintiti, e aggiramenti, e cerchiate, e praticelli o rivoli di fiamma viva. Colà ti dipingono un padiglione reale, che scende coi suoi drappelloni, coi rovesci, colle ricascate, e sottovi tappeti grandinati di smeraldi in guisa di corone, di meandri e di liste brillantissime.
Costui vedi figure di animali e giganti; più oltre fughe di gallerie, che s'incrociano, si risegano, s'allargano e si ristringono a seconda del flutto. Tutte quelle acque ardono e lampeggiano di raggi ardentissimi all'occhio; e l'anima tua se ne pasce con dolcissimo godimento, accoppiando la vaghezza della vista alla nobiltà ed eccellenza del più sublime spettacolo, che possa offerire la sovrana bellezza della luce».
Così l'illustre P. Bresciani, il quale come il Bertolotti erra circa la materia, con che sono elaborate le nicchiole ove ardono i lucignoli, che salpano dalla nostra spiaggia.

I nostri Lumetti, di cui oggi mi piacque parlare, nell'imminenza delle feste secolari di Luglio, appartengono alla categoria delle memorie domestiche e delle minute particolarità.
Queste e quelle disdegna lo storico, per timore che ne perda la gravità della storia; ma avviene in questo fatto ciò che suole avvenire nel recinto d'una casa e nel seno d'una famiglia, ove le più minute cose e i più lievi accidenti sono pur sempre grandi cose e casi importanti per chi vi è nato.
I Lumetti, son piccole cose nostre, di casa nostra, ma anche gli scrittori han voluto ad essi dare il suggello dell'immortalità.

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