Testata Gazzetta
    Pezzi di storia

L'antico bastone genovese

Confraternita dei Bastonatori, storiche e nobili botte da orbi
di Monica Corbellini

la Repubblica – 9 dicembre 2003

Girare per vicoli all'imbrunire, scartare le luci e il passeggio abituale e soffermarsi ad ascoltare le voci della memoria, "dovevi vederlo come faceva girare quel bastone, erano in cinque ma un bel momento è uscito Giamba col bacco e li ha sistemati".
Leggende intrise di verità, ricordi della Genova antica in cui ci si difendeva a suon di bastone, fedele compagno di viaggio o da passeggio che alla bisogna lotta diventava arma da difesa senza eguali.
C'era un tempo in cui i manuali di sopravvivenza urbana si chiamavano "Flos duellatorum" o "De arte gladiatoria dimicandi"; i loro autori, il Magistro Fiore e Filippo Vadi, giravano di corte in corte nell'Italia del XV secolo.
Combattere con ogni sorta d' arma, anche coi bastoni, era la maestria che andavano insegnando ai principi e ai loro seguiti. In questi antichi testi c'è la testimonianza che nella Genova medioevale esistevano delle societates che addestravano squadre di "bastonatori per mostre e per veri e propri scontri".
Approdare rapidamente all'odierna "Confraternita bastonatori genovesi" sembrerebbe l'ultimo passaggio nell'evoluzione dei casi della storia. Sbagliato. «In effetti c'è da stupirsi che ci si stupisca - dice Claudio Parodi, il fondatore della confraternita e unico maestro di bastone genovese - ma di questa pratica antica i genovesi di oggi non sanno nulla. Del bastone corto (o canne alla francese) se ne parla dall'Ottocento in Francia e in Italia, lo si trova nei manuali di scherma antica, ha storici illustri a livello europeo come Sylvain Salvini. Genova ne ebbe una scuola molto rinomata all'Andrea Doria, che negli anni venti si fece onore persino in Belgio. Purtroppo di quel periodo si è perso quasi tutto, gli archivi dell'Andrea Doria andarono distrutti in un incendio nel 1953. A contribuire all'oblio anche il fascismo, che nel 1923 proibì l'insegnamento e la pratica del bastone corto».

a cura della Confraternita Genovese Bastonatori
A Compagna – 2/2008

E' nelle intenzioni della Confraternita dei Bastonatori tentare il ricupero di quest'antica arte da difesa praticata nell'ambito territoriale dell'antica Repubblica di Genova a partire già dal secolo XIV.
Il bastone genovese da difesa è un attrezzo che misura da un minimo di 125 cm ad un massimo di 150, con un peso di circa 350/500 grammi.
Viene usato, a seconda della lunghezza e del peso, ad una o due mani e può colpire l'avversario su tutto il corpo, dai piedi alla testa o dall'alto in basso, in senso laterale, obliquo o frontale.
Nell'evolversi dei tempi il bastone genovese ha simulato il maneggio di un'arma quale lo spadone, la picca, la baionetta, la mazza o la pagaia.
Risulta un esercizio ludico ed un ottimo mezzo di difesa ancor oggi attualissimo: per praticarlo con sufficiente abilità e naturalezza non servono capacità o doti fisiche particolari, ma soltanto buona volontà e desiderio di apprendere.
L'arte del bastone genovese, rispetto alla quasi similare tecnica del bastone francese sviluppatasi oltralpe, ha la caratteristica di combattere pressoché da fermo e con volteggi dell'attrezzo stretti ed avvolgenti al corpo, stante la peculiarità del proprio uso da difesa in ambienti particolarmente angusti e chiusi quali i vicoli della vecchia città di Genova.
In tempi più vicini a noi (verso la fine del XVIII secolo), al bastone genovese tradizionale sopra descritto, venne abbinata un'altra pratica di scherma, con un bastone di dimensioni più ridotte e quindi più maneggevole, comunemente conosciuto come bastone corto da città o da passeggio, che ebbe grande diffusione come arma da difesa stante la praticità del suo porto.
Questo bastone le cui misure variavano dai 90 cm al metro ed il peso da 150 a 200 grammi, era utilizzato più come una spada o una sciabola e prevedeva anche il ricorso a colpi portati con due mani.
Molto più elegante e pratico del vecchio bastone genovese tradizionale, il bastone corto fu in gran auge fino al 1923, anno in cui con l'avvento del fascismo ne fu proibito sia il porto che l'insegnamento, essendo considerato arma utilizzabile come mezzo sovversivo.
Anche i nobili non ne disdegnavano l'uso per difendersi da aggressori che, allora come oggi, aggredivano per rapina o rissa persone non più giovanissime o perlomeno che non si trovavano in compagnia di altri. Dell'uso di questo bastone troviamo traccia negli scritti di autori ottocenteschi in visita in Italia, quali Beyle (meglio noto come Stendhal): quest'ultimo addirittura descrive un episodio di difesa col bastone, ad opera del marchese Durazzo Pallavicini2, al quale aveva avuto modo di assistere personalmente in compagnia di Alexandre Dumas padre.
Il bastone genovese, conoscendone l'arte, è un insospettabile compagno di viaggio che, se ben usato, può rivelarsi un validissimo mezzo di difesa che, in caso di un'aggressione armata, non tiene conto né del peso, né della preparazione allo scontro fisico da parte dell'aggredito.
Concludiamo, facendo notare che la grossa potenzialità della conoscenza dell'arte del bastone genovese come mezzo di difesa è in buona parte rappresentata anche dalla sorpresa dell'avversario che, non conoscendone l'uso, è portato a sottovalutare la capacità di reazione della potenziale vittima.

Claudio Parodi parla con passione dei suoi amori di sempre, primo fra tutti la Savate [Boxe Francese, sport da combattimento]: nel 1976 ha fondato il "Club difesa e sport" con sede al Dopolavoro ferroviario di Genova Pontedecimo dove la insegna. Da tre anni ha affiancato i corsi di bastone genovese e bastone da passeggio, offrendo quasi come novità un'arte molto antica. «Alla metà degli anni 70 facevo parte del Consiglio nazionale della Savate, lì conobbi il maestro genovese Lazzaro Delfino, un mito. Aveva già più di 90 anni e mi iniziò a livello teorico in questa antica e nostrana arte marziale, il bastone genovese. Da allora mi appassionai e incominciai a cercarne notizie, a confrontarmi con altri centri che in Italia tengono viva una scuola di scherma antica. Provai subito a insegnarla ai ragazzini, ma quando un giorno, prima di iniziare la lezione, li trovai che si bastonavano di santa ragione capii che era meglio smettere».
Come mai si erano perse le tracce di questo sport da difesa ante litteram? «Intanto bisogna dire che anche anticamente era una pratica non diffusissima. Pare che già dal XIII secolo ci fossero scuole di bastone, derivato dall'uso che ne facevano i cugini occitani nel ponente ligure, faceva parte del tirocinio abituale di chi avrebbe partecipato al genovese Palio della Balestra, un gioco che aveva come premio l'equivalente di 10.000 euro di oggi. Quella che ancor oggi è nota come scherma di bastone è comunque un ammodernamento portato dalle truppe napoleoniche, ha vari stili, quello italiano e quello francese, e tante famiglie sparse per l'Italia».
Com'era fatto anticamente il bastone? «Il bastone genovese era usato a due mani, era lungo da 1 metro e 25 a 1 e 40 e usato come uno spadone. Le caratteristiche del legno sono le stesse, deve essere un legno fresco, giovane ed elastico, meglio se di corniolo, ma anche quercia rossa o ciliegio, castagno o corbezzolo. Oggi il bastone è più leggero e più corto, ha una misura che sta tra i 90 cm e 1,05 metri».
Dove li trovate? «Quando ho iniziato i corsi tre anni fa avevo optato per i bastoni in rattan1 venduti per le arti marziali orientali, oggi è difficile trovarli e quindi ci siamo arrangiati andando nei boschi. Quest'estate sopra Varazze ho trovato dello splendido legno di salice».
A parte il bastone cosa altro serve? «Niente, perché noi non usiamo alcuna protezione. E' una disciplina dai colpi veloci e relativamente leggeri, arricchita da scarti e volteggi, che sviluppa grande coordinazione motoria, il colpo d'occhio e il senso della misura sono molto importanti, può essere praticato anche dal gentil sesso».
Com'è lo stile "genovese"? «Si può dire che il bastone genovese è banale, perché non è ricco di fronzoli come il bastone alla francese, i genovesi sono sempre stati più concreti, i movimenti sono meno ampi e più rasenti il corpo. Penso che questo sia proprio in linea con l'origine antica: ci si scontrava nei vicoli dove non c'era tanto spazio e quindi i movimenti dovevano essere ben calcolati. Le mosse non sono tantissime, e tutte hanno una loro terminologia in dialetto genovese. Un "calante" è il colpo alla testa, la "sciabulà" è il colpo per prendere braccia e viso dell'avversario che si esegue come sguainando una spada, la "parata asseiza" è la parata attiva, che oppone resistenza. L'efficacia del bastone è esagerata, non teme avversari. Si può riuscire a disarmare chiunque, lo abbiamo testato con le altre armi bianche, ma anche uno che avesse una pistola in cintura, tempo di sfoderarla ed è già stato disarmato con un colpo di bastone».


1 In quanto non facilmente scheggiabile
2 Marcello Durazzo sposò nel 1847 Teresa, figlia di Orazio Pallavicini, creatore a Pegli dell'omonima villa. Nel 1883 Marcello ottenne di aggiungere al proprio cognome quello della moglie, per cui la villa di Pegli divenne nota come "Villa Durazzo Pallavicini". Questo per significare quanto la scherma con il bastone era allora diffusa.

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