Testata Gazzetta
    Pezzi di storia

Dal remo, alla vela, all'elica
di Angelo Frascara

Il Mare – 21 novembre 1908

Ai lettori del Mare, del giornale che ha la sua massima diffusione nella operosa e numerosa classe marinaresca della nostra Liguria, giungeranno sgraditi questi cenni?
Osiamo sperare di no. Oggi, possenti macchine marine spingono a velocità maravigliose superbi e grandiosi piroscafi. disegno 1
Ma prima di giungere a questi risultati, quanti secoli e quanti studi e quante scoperte occorsero!
Il remo fu mezzo antichissimo di propulsione: forse il primo, al dire della leggenda:
Quando Giason dal Pelio
Spinse nel mar gli abeti
E primo corse a fendere
Col remo il seno a Teti.

Così afferma il Monti nella sua ode ai due primi aereonauti: Mongolfier e Robert.
Anche dopo l'introduzione della vela il remo fu mantenuto specialmente a bordo delle galee, delle navi da combattimento, dove se ne avevan di quelli lunghi dagli 11 ai 14 metri manovrati da cinque, e persino da otto vogatori.
Fino al XV secolo il remo aiutò la vela; ora all'uno e all'altra è sostituita una più formidabile energia: quella prodotta dalla dilatazione del vapore acqueo. A questo si sta studiando di sostituirne un'altra, più portentosa ancora: l'elettricità, e chi può prevedere se dirà questa l'ultima parola? Già entra in campo l'aria liquida, quali portenti son riserbati ancora all'umanità!
Per ritornare in carreggiata, diremo che la vela, per raccogliere il vento, come mezzo propulsore delle navi, data anch'essa dalla più remota antichità.
L'uso della vela era conosciuto in Egitto, prima ancora che dai Greci: e gli Egiziani ne attribuivano l'invenzione alla Dea Iside.
Negli antichi disegni si rappresentavan navi con quella specie di vela che diciam quadrata, per quanto sia trapezoidale.
Il carico d'una nave nel 1500
Da una attraente e accurata lezione su Genova nel cinquecento, lezione che fa parte d'un corso di Storia di Genova, svolto dal chiarissimo professore conte disegno 2 Luigi Staffetti, all'Università Popolare, ricaviamo l'inventario d'una nave genovese di quei tempi la quale aveva preso le spedizioni per la Fiandra.
«Due grossi botti di gengiovo verde (zenzero) un barile di gengiovo all'acqua di limone; tredici barili d'uve secche; nove di zolfo; centosettantadue balle di guado (erba per tingere azzurro e nero) ventidue di carta da scrivere; una cassa di zucchero candì (marmellate) sei balle di scatole vuote; un barile di prugne secche; trentotto balle di riso; cinque balle di cinnamono, e cinque di legno di bossolo».
Osserva il chiarissimo scrittore:
Il commercio di scambio e di trasporto era attivissimo; merci svariatissime portavansi sulle navi forestiere e genovesi nel nostro porto; acciaio e salnitro di Germania; ferro, canape, cera, pece di Russia; sali, vini, piombo, lane, sparto dalla Spagna; stagno, lane, cuoio, dall'Inghilterra.
Nelle fiere di Francia i Genovesi recavano i prodotti delle loro industrie e acquistavano altre merci: col Marocco, con Tunisi trafficavano pel corallo; dall'Oriente avevan tutti i prodotti che si ricevono anche oggi, dalle porcellane della Cina, dai ricchi metalli del Giappone, dalle spezierie delle Molucche, ai diamanti di Golconda, alle pietre preziose del Pegù, alla canfora di Sumatra, alle perle dell'India, al cinnamono (canella) di Ceylan, preponderante in quei tempi nella cucina.
E il muschio del Tibet, e l'avorio d'Etiopia, la mirra e gli incensi d'Arabia, i tappeti di Persia, affluivano sul mercato genovese.
Leggende e superstizioni disegno 3
Erano davvero curiose, stravaganti, le leggende, le tradizioni che correvano allora intorno alle misteriose, favolose regioni dell'Affrica e dell'Asia, gli agognati paesi delle Spezierie.
Si narrava, per esempio, d'un re cristiano, regnante in Etiopia, che aveva nome Prete Gianni e che accoglieva favorevolmente i viaggiatori europei.
Marin Sanudo, per esempio, viaggiatore e cronista veneto, il quale disegnò la dorma dell'Affrica prima ancora che Vasco di Gama doppiasse il famoso capo, Marin Sanudo parlando del re di Abissinia, di Prete Janni, ne fa una meravigliosa descrizione. Il nome di questo leggendario personaggio ricorrerà spesso in questi nostri cenni. La fama che correva di lui nelle popolazioni marittime d'Europa era straordinaria: lo diceva a capo d'una corte ricchissima, sfarzosa; gli araldi lo accompagnavano in sontuosi costumi, come quello che vediam qui raffigurato.
Il fratello di Tiziano Vecellio, Cesare, anch'egli pittore, ci ha tramandato un ritratto di questo imperatore nel quale alcuni vogliono veder alluso al Kan di Tartaria, mentre da altri con più ragione si vuole sia il negis (negus neghesti, re dei re: così chiamavansi i re di Abissinia, i quali pretendono discendere da Salomone e dalla regina di Saba).
Difatti molti di questi re si gloriarono del nome di Giovanni; l'ultimo anzi fu quel negus Giovanni, il quale successe al feroce Teodoro, che tenne per molto tempo incatenato il Genovese Sapeto uno dei noti esploratori di quei paesi; quel negus Giovanni diciamo che nel 1885 combatté contro gli italiani, contro cui lanciò Ras Aula, onde la triste giornata di Dogali 26 gennaio 1887.
A Giovanni succedette Menelik, che in arabo significa: chi più di te?

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