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    Pezzi di storia

Egalité, fraternité, ma non per gli zingari
di Lea Penouel

Avvenimenti – 29 settembre 1993

Musica, danza, sapori mistici, volti impenetrabili. Ma dietro l'oleografia del popolo tzigano, la realtà in Francia, il Paese dei diritti dell'uomo, è sempre la stessa, fatta di emarginazione, povertà, intolleranza. Con tre milioni e trecentomila disoccupati e una devastante crisi economica i capri espiatori sono ancora una volta gli stranieri: algerini, tunisini e zingari, naturalmente. «Vogliamo solo conservare i nostri usi, e la nostra cultura, e invece fanno di tutto per spogliarci della nostra personalità». Viaggio fra le genti che dopo essere state vittime del genocidio nazista, continuano ad essere i paria di Francia

Tzigani, una parola magica e misteriosa che fa sognare. Musica, danza, sapori mistici e barbari. Il pubblico francese in delirio applaude Bartabas, l'attore gitano, capo e anima di "Zingaro", spettacolo rivelazione del Festival di Avignone dell'87.

statistica Le statistiche ufficiali francesi coprono solo una parte della popolazione nomade sul territorio nazionale. Si parla, comunque, di una presenza che va dai 220.000 ai 250.000 gitani. Di questi il 77% è analfabeta e non gode il diritto di voto.

Dopo otto mesi di repliche parigine, sempre a "tutto esaurito", il cabaret equestre e musicale con la sua troupe di nomadi fa il giro d'Europa raccogliendo grandissimi consensi. Il fascino tzigano arriva su un bel cavallo d'oro. Ecco, soprattutto, la gioia selvaggia, la fierezza, il culto della forza e della potenza dei "rom" (che vuoi dire uomini) in contrapposizione ironica con la pretesa civiltà dei "gagi" (come loro chiamano noi, che zingari non siamo). Mito dei senza patria dagli occhi brucianti. Che eccellono nell'amore e nella vendetta. Demoni della chitarra e del violino. Ribelli e diseredati. Vittime della discriminazione. Saltimbanchi viaggiatori che non conoscono i canoni della vita sociale. Volti che attirano e intimoriscono.

ROM: Rom significa uomo in lingua romena. Presenti in tutti i Paesi europei, i Rom hanno soggiornato per lungo tempo in Europa centrale. Sono arrivati in Francia dopo il 1856, data dell'abolizione della schiavitù degli zigani in Romania. Molto numerosi nella regione parigina (particolarmente nella periferia est) essi hanno conservato un'organizzazione sociale assai strutturata, le loro attività culturali e la loro lingua.
MANUCHI o SINTI: Manuche viene dall'indiano manusch (uomo). Una gran parte del gruppo è vissuto in Germania o nel Piemonte. I Manuchi francesi si sono insediati soprattutto nel Nord, l'Ovest e il Sud-Ovest del Paese. Vendono merce di tutti i generi nei mercati, lavorano nei luna-park, nei circhi (famiglia Buglione, per esempio) o sono musicisti (Django Reinhardt).
GITANI o KALE: L'appellativo di Gitani, Gipsi e Egiziani è stato dato dai viaggiatori occidentali agli zigani che, nel XIV secolo, vivevano nella costa Ovest del Peloponneso, in una contrada chiamata "piccolo Egitto". I membri del gruppo si sono poi spostati nel Sud della Francia, in Spagna e in Portogallo.
YENICHE: Di origine germanica, gli Yeniche non sono zigani, ma hanno adottato da moltissime generazioni il loro modo di vita. Comparsi al principio del XVII secolo, una gran parte è venuta in Francia nel XIX secolo. Sono accampati nel Centro e nella regione lionese.

E' già un millennio che a ondate successive gli zigani hanno preso la strada dell'esilio abbandonando la loro terra natale, l'India. Bande erranti, compagnie di poveri, ma con la guida di duchi, conti o capitani. Almeno, questo fa parte della leggenda. Diventano "bohémien", quando, al principio del XV secolo, l'imperatore Sigismondo, re di Boemia, gli accorda protezioni e privilegi.
1993. Sono passati quasi sei secoli. L'intero pianeta danza sul ritmo "flamenco disco" dei Gipsy King. I funerali di taluno o talaltro patriarca suscitano sempre un forte interesse. Il suono di un violino fa fremere e fantasticare le anime sensibili. Ma quando si va al sodo, ossia dal campo dell'arte a quello della realtà di tutti i giorni, le cose cambiano, e in male. In quel momento, le "gens du voyage", si accorgono che il prezzo da pagare per assumere la loro differenza è forte.

Dall'India fino in Europa
Oggi, la società zigana è in profonda mutazione, legata, da una parte, alla modernizzazione dei luoghi di vita, e, dall'altra, all'evoluzione d'un certo numero di attività.
Gli tzigani vengono dal nord dell'India. La migrazione verso l'ovest si è fatta a ondate successive, dall'inizio del IX secolo. Sono arrivati in Francia verso il XV secolo. «Apparirono per la prima volta, nell'agosto del 1427, alle porte di Parigi, allora occupata dagli inglesi. Si accamparono per tre settimane alla "Chapelle Saint Denis", attirando una folla di curiosi» racconta François de Vaux Folletier in un articolo pubblicato nel Corriere dell'Unesco.
Secondo i differenti percorsi e i soggiorni più o meno lunghi nei Paesi che hanno attraversato, gli zigani si sono divisi in vari "clan". I quattro gruppi principali sono i Rom (Kalderash, Tchourara, Lovara), i Manuchi (o Sinti), i Gitani (o Kalè) e gli Yeniche. Tutti sono rappresentati in Francia.
Fino al XVIII secolo, gli zigani vivevano in buona armonia con le popolazioni locali. Il loro "modus vivendi" suscitò curiosità e interesse tra gli abitanti dei villaggi. I rapporti con la comunità nomade furono eccellenti fino al XIX secolo. Poi, improvvisamente, l'irruzione nella società dei concetti razzisti trasformò la situazione. Dall'accoglienza all'esclusione il passo fu breve. Le "genti del viaggio" (così sono chiamati), furono considerati un gruppo etnico "a rischio" e sottoposti a una sorveglianza rigorosa. In Francia, dal 1912 al 1968, la legge li obbligò a portare un carnet antropometrico. Nella Germania nazista, trascorsero uno dei periodi più tragici della loro storia: persecuzione e campi di sterminio.
La lingua tzigana è d'origine indiana. L'esame dei numerosi dialetti, parlati oggi nei diversi Paesi, ha permesso di ricostituire gli itinerari dei gruppi nomadi. Infatti, secondo i percorsi effettuati nel corso dei secoli, la loro espressione linguistica si è notevolmente trasformata.
Il pilastro della società dell'individuo e del gruppo è il viaggio. Permette lo sviluppo economico, garantisce l'organizzazione sociale, favorisce gli incontri tra le varie comunità. Scegliere un luogo per vivere e lavorare. Per quanto tempo? La caratteristica dominante del nomadismo è di non fare mai progetti sulla durata dello stazionamento.
Il matrimonio è un elemento di cambiamento e di stabilità del gruppo. Spesso è il risultato di lunghi negoziati tra due famiglie. Talvolta viene celebrato dopo la fuga dei fidanzati. Secondo la tradizione, i giovani fuggitivi ritornano per implorare il perdono della famiglia. Gli viene sempre concesso, insieme al consenso delle nozze.
Nell'universo dei "viaggiatori", continuamente in movimento, la famiglia rappresenta il nucleo principale. Il porto d'attracco. Se una persona commette un fallo, tutti si sentono solidali. Essa forma un tutto indissociabile, fattore di stabilità e di sicurezza per ogni membro del gruppo. Contrariamente a ciò che succede, sovente, nelle società sedentarie, i giovani si prendono cura degli anziani, profondamente rispettati; i bambini orfani, inoltre, sono allevati dalla comunità. Chi è malato è assistito, e, se il suo stato di salute si aggrava, la famiglia resta al suo fianco, anche in caso di ricovero all'ospedale. L'incontro con la morte è estremamente importante. Dopo il decesso, la famiglia si trasferisce in un'altra roulotte e vende tutto ciò che apparteneva all'estinto.
E' difficile sapere esattamente gli introiti della "gens du voyage" che vivono nel territorio francese. Una sola certezza: il gruppo familiare è l'unità economica di base. Le attività si organizzano intorno alla famiglia. Commercio di automobili di seconda, terza mano, fabbricazione di oggetti d'artigianato, vendita ambulante sui mercati. Senza contare la mendicità e le predizioni della buona o cattiva sorte, incarichi affidati esclusivamente alle donne.
Il rispetto delle tradizioni è essenziale nella società zigana. Durante le feste, gli ospiti pronunciano sempre un discorso di ringraziamento per il capofamiglia, chiedendo a Dio di benedire lui e i suoi cari. Tratto originale: gli invitati includono una preghiera personale: «Kon andetumar vatra avilam, t'avasz szaaszte thaj baxtale vamen, te navasz naszvale, kade te mukhel o Szunto De! Bater» (Noi che siamo venuti nella vostra famiglia, ci auguriamo di essere felici e in buona salute. Che Dio santo ci permetta di non essere mai malati! Amen).

"Gitani parassiti", "Zigani violenti", "Zingari ladri", i titoli della stampa francese, del Paese dei diritti dell'uomo, sono eloquenti. Come se la loro origine portasse in sito aggressività e criminalità. La verità è più semplice. Ghettizzata alla periferia dei centri urbani, mantenuta al di fuori dell'economia, non integrata nella nostra società, una minoranza di nomadi sopravvive al margine della legalità. Come tutte le popolazioni in miseria. Ma per esempio, a Marsiglia, su novecento famiglie alloggiate nelle Hlm (case popolari), perché espulse dalle loro carovane, soltanto una quindicina hanno qualche pendenza con la polizia. Le altre si arrangiano facendo commercio di ferrivecchi o lavoretti saltuari.
Il fatto è che, ovunque siano, qualsiasi cosa facciano, gli zingari distruggono l'armonia del paesaggio francese. Anche quelli che hanno fissa dimora sono guardati di traverso. La gente ha paura e li rifiuta. D'altra parte, "i figli del vento" non accettano di buon grado le regole del Paese che li ospita. Vivere giorno dopo giorno, senza territorio, senza frontiere, senza re né capo. E, principalmente, non assimilarsi ai "gagi" per non perdere tradizioni e cultura. Risultato, la comunità zigana domanda il minimo vitale alle istituzioni: imparare a leggere, a scrivere e a contare, non essere cacciata via dai campi dove le famiglie hanno collocato le loro case a quattro ruote; e lavorare qua e là, senza orari fissi, per riuscire a sbarcare il lunario.
In Francia ci sono tre milioni e trecentomila disoccupati, c'è la crisi economica, c'è mancanza di alloggi. Insomma, le cose vanno male, anche se i governanti minimizzano le difficoltà, perché gli fa comodo. E, allora, vengono fuori i capri espiatori: i soliti immigrati. Che siano marocchini, algerini, tunisini, africani o… gitani è sempre la stessa solfa. Il razzismo imperversa, questa è la verità.
Quando poi si parla di popolazione "itinerante" che non si adegua al modo di vita della società francese è difficile trovare comprensione nella gente. L'egoismo prende il posto della solidarietà.
L'esodo dai paesi dell'Est è massiccio. Hanno invaso i ponti, le piazze, le stazioni, le porte dei Grandi Magazzini di Parigi, questi ragazzini con gli occhi chiari che vi tendono la mano per mendicare qualche franco. Queste madri prostrate con un bebè al seno e le spalle curve sotto il peso della miseria. Fazzoletti colorati, lunghe gonne fiorite, piedi nudi. Vengono dalla Romania. Sono zigani. Erano duecentocinquanta quattro anni fa. Ora sono ottocento. Sono accampati a Nanterre, un sobborgo della capitale. Vivono là, in un terreno che costeggia la linea A della metropolitana Rer (Rete Espressa Rapida). La situazione sanitaria è catastrofica. Lo spettacolo è desolante: decine di carcasse di roulotte e relitti di automobili. I bambini, interamente nudi, saltellano da un mucchio di immondizia all'altro. Un vero caos.

«Prima di tutto sono tzigano»
Scrittore e pastore pentecostale, estroverso e pieno di charme, Mèteo Maximoff è un vecchio signore "rom" di origine russa. L'intellettuale zigano che ha pubblicato molti romanzi e racconti, ha tradotto recentemente la bibbia in rom kalderash.
Lei vive in Francia, ma gira il mondo per raccontare "l'anima tzigana". Che vuol dire oggi essere zigano?
«Siamo rimasti sempre uguali. Ma, voi "gagi", non riuscite a capirlo. Siamo nomadi nell'anima. Non potremo mai cambiare».
In Francia come in altri Paesi, c'è molto razzismo e ne subite le conseguenze, senza dubbio, ma anche voi praticate un razzismo a senso inverso perché rifiutate l'integrazione nella società…
«La nostra è una difesa, una protezione, non è razzismo. Vogliamo conservare i nostri usi, costumi, cultura e chi ci accoglie, se ci accetta (ed è raro perché molto spesso siamo considerate "persone non gradite") vorrebbe spogliarci del nostro modo di essere, della nostra personalità. E' un ricatto che non possiamo ammettere».
Gli zigani non mandano volentieri a scuola i loro figli. Perché? La cultura non potrebbe essere un'arma valida contro l'esclusione?
«In vita mia, non ho mai ascoltato una lezione né di grammatica, né di calcolo. Ciononostante, ho scritto tanti libri e ho fatto conferenze in moltissime università. Il fatto è che i nomadi sono senza fissa dimora ed è difficile che i nostri figli abbiano una scolarità normale. In ogni modo, quando sono piccoli, se c'è la possibilità, i genitori non si oppongono sistematicamente a mandarli a scuola. Le bambine, però, quando cominciano ad essere grandicelle, rimangono in famiglia per evitare che frequentino i "gagi"».
E' fiero di essere zigano?
«Sì, sono nato zigano e voglio morire zigano».

L'Ufficio di protezione dei rifugiati e apatridi ha concesso alle famiglie un permesso provvisorio di soggiorno, ma che non gli dà il diritto di occupare un posto di lavoro. Allora gli uomini restano tutta la giornata senza far nulla, giocando a carte o strimpellando un vecchio violino. Chi porta a casa i soldi (molto pochi, in verità) sono le donne e i figli, la maggior parte in tenera età. Prendono il metrò, di prima mattina, si piazzano nei punti strategici della città e poi… chiedono l'elemosina o rubacchiano. E' l'unica maniera per sopravvivere.
E' vero, molti bambini zingari sono addestrati al borseggio, sguinzagliati per le strade del centro in cerca di turisti. Ci è capitato anche a noi di essere presi di mira, di farci strappare la borsetta o il portafoglio. Di avere voglia di acchiapparli per dargli una lezione. Ma, riflettendoci bene, ci calmiamo e facciamo un esame di coscienza. Perché chiudere gli occhi sulla disperazione umana? Viviamo in un mondo dove tutti si affannano a guadagnare per spendere. E se un bambino vestito di stracci, ci leva qualche franco, non facciamone una tragedia. Pensiamo piuttosto alla tragedia di questi frugoletti costretti a rubare per non morire di fame. Siamo tutti responsabili.

La soluzione finale
Cinquant'anni fa, i primi deportati zigani arrivano a Auschwitz, ultima tappa del loro sterminio. Quante sono le vittime della politica razziale nazista? Le cifre sono approssimative: 250, 300, 500 mila. Infatti è praticamente impossibile calcolare con esattezza il numero dei gitani massacrati dagli "Einsatzgruppen", i gruppi d'intervento Ss che attraversavano in lungo e in largo l'Europa dell'Est.
Dal suo arrivo al potere, nel 1933, la nomenklatura hitleriana considera gli zingari esseri asociali, biologicamente pericolosi e membri di una razza inferiore. Quindi, da eliminare. Due anni più tardi, Heinrich Himmler ordina che vengano tutti registrati dalla polizia. Retata in Germania, deportazioni in Polonia, massacri in Lettonia. Le angherie sono all'ordine del giorno. Nel 1942, tutti gli tzigani del Reich, sono schedati. Ultima operazione da svolgere, internarli per poi assassinarli. Himmler prende in mano la situazione e il 16 dicembre 1942 decreta «la deportazione generale». In febbraio, il primo convoglio di prigionieri arriva a Auschwitz-Birkenau. Il dottor Mengele li utilizza come cavie. Esperienze sulla resistenza al freddo, sui gemelli, sull'inoculazione del tifo o sui metodi di sterilizzazione. Una miniera d'oro per la follia nazista. Nel mese di agosto 1944, Himmler dà l'ordine di sterminarli. Tutti.
La Germania nazista non è stata la sola a perseguitare il popolo tzigano. In Francia, il regime di Vichy ha internato in campi di concentramento trentamila Rom e Gitani. Migliaia sono morti durante la deportazione, dopo essere stati consegnati agli occupanti tedeschi.
migrazioni Arrivando dall'India popolazioni gitane sono giunte in Europa nel Medioevo passando dallo stretto dei Dardanelli.
Nella cartina sono riprodotte in neretto le date della prima presenza attestata di zigari (esempio: Roma nell'anno 1422), e in chiaro la popolazione gitana attuale nella zona.

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