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    Pezzi di storia

L'arresto dell'arciprete di Santa Margherita Ligure
(17 aprile 1858)
di Arturo Ferretto

Il Mare – 10 febbraio 1912

I più vecchi ed i meno vecchi Sammargaritesi ricordano tuttora con venerazione Don Felice Tubino, arciprete di Santa Margherita, mortovi nel 1885, nell'età di 75 anni, dopo 33 anni di governo. Negli ultimi anni di sua vita si trascinava a stento, e di lui, uomo intemerato e tutto d'un pezzo, fu sempre saggio il consiglio. don Camillo
Morì povero e compianto, e questo è il più bello e più grande elogio.

Il Tubino dal 1841 al 1852 resse, in qualità di Arciprete, la chiesa di Sant'Andrea di Rovereto, ed ivi affilò le prime armi della sua intransigenza.
Il 18 marzo del 1848 l'Arciprete di Chiavari scriveva al Vicario Capitolare di Genova:
«Infra li concurrenti al Parrocchiale Benefizio di Santa Maria di Bacezza avvi un certo R. Girolamo Marconi, il quale è attualmente custode al Santuario delle Grazie, poco distante da Chiavari, ed è degno allievo del suo parroco Tubino arciprete di Sant'Andrea di Rovereto ed oltre di essere stimato di gesuitico pensare, pensa poco rettamente.»
A Genova il partito liberale e governativo avea chiesto al pontefice Pio IX l'Abbate Ferrante Aporti, il benemerito fautore degli Asili Infantili, in Arcivescovo di Genova: furono mandate apposite circolari e petizioni per essere trasmesse a Pio IX, che non accettò mai tale imposizione, e il 28 settembre 1848 lo stesso Arciprete di Chiavari, Francesco Solari, scriveva di nuovo al Vicario Capitolare:
«A seguito della veneratissima lettera della S. V. Ill.ma e Rev.ma del 19 corrente, mi son dato premura di raccogliere le richieste firme nelle Parrocchie di questo Vicariato quali trasmette alla S. V. Ill.ma e Rev.ma.
Nessuna firma le posso trasmettere della popolazione di S. Andrea di Rovereto, perché quel parroco mi ha risposto che non conosce il Rev.mo Sig. Abbate Ferrante Aporti e che perciò in coscenza non può firmare e che riguardo ai Preti ed altri suoi parrocchiani, avendo loro presentata la lista, come io ne l'avea pregato, non ha potuto ottenere una sola firma.
A dir vero nemmeno io lo conosco, né so d'averlo mai veduto, ma sentendolo universalmente acclamato, mi pare d'essere moralmente al sicuro che abbia ad essere un ottimo e zelante pastore impegnatissimo per il progresso spirituale di questa Diocesi. In seguito di tali acclamazioni non ho difficoltato firmare, ed a mio esempio per la stessa ragione firmarono alcuni miei parrocchiani.
Non lascio intanto di pregare il buon Dio, affinché si degni disporre il meglio per la diletta sua Chiesa.»

Gli Annali di A. R. Scarsella riportano che Don Felice Tubino divenne parroco della parrocchia di Santa Margherita nel 1852 "preceduto da fama di retrogrado e intransigente", anche perché il 15 febbraio dello stesso anno era stato "tra i sottoscrittori che inviarono una mitra a Mons. Luigi Franzoni, intransigente e fazioso arcivescovo di Torino, che trovavasi esule in Francia".
Nel 1855 si rifiutò di riconoscere la nuova fabbriceria "finché non si fosse adempiuto a varie prescrizioni legali". Il 5 febbraio 1856 inalberò il gonfalone di N.S. della Rosa in occasione della funzione delle Quarant'ore, in contrasto con l'indicazione del sindaco Giambattista Luxardo.
Nel 1870, in occasione della Presa di Roma (Breccia di Porta Pia), mentre la maggioranza esultav, Tubino espresse la propria contrarietà formando il nucleo di un partito clericale.
L'Arciprete rimase parroco fino alla sua morte, il 20 febbraio 1884 [l'articolo riporta erroneamente l'anno 1885], "uomo intemerato, se altri mai; e dotto tanto da formarsi una biblioteca, per quei tempi e in questi luoghi, ammirevole; e soprattutto fu ammirevole la sua carità, per amor della quale visse lasciando notte e giorno aperto l'uscio della Canonica in cui abitava, e morì senza possedere di che fargli i funerali."

Il Tubino agli occhi dei superiori era un… gesuitanter, ed in faccia ad un soffietto, imposto per l'Aporti, amò meglio esclamare: non lo conosco!
L'organo del partito clericale era allora il periodico Il Cattolico di Genova, che nel numero del 21 agosto 1849 si lamentava che la fiamma rivoluzionaria avesse bruciato il cervello ad alcuni preti e frati, aprendosi la tribuna nel tempio cattolico. L'Italia, soggiungeva « ha ascoltato in questi giorni i suoi fra Dolcino e i suoi fra Paolo così in cappuccio come in sottana; si raccolse intorno alla ringhiera profanata dai redivivi Savonarola, e ignorante del nuovo gergo, porse avidamente le orecchie al sermone che gittava scintille ad un tempo di entusiasmo patriottico, a biblico chiericale, ecclesiastico. Un amaro errore si è sparso nelle menti del commosso Israele.»
Ed il battagliero giornale nel numero del 27 novembre 1849 divideva i sacerdoti in due categorie, in esaltati ed in reazionari.
Gli esaltati, diceva «sono coloro che, dimentichi del loro carattere, e della loro dignità si gettarono a golfo lanciato nelle rivolture politiche e non contenti di pigliar parte ai tumulti delle piazze, alle cospirazioni dei circoli, alle maldicenze ed all'empietà dei giornali e dei libelli, giunsero perfino a prostituire la parola di Dio a mire basse e malvage, bandendo da' sacri pergami, con indosso le divise dell'apostolo dell'Evangelio, gli odii, le ire, le dissensioni, la guerra, il dispregio delle autorità più riverenti. Questi sono gli esaltati e si voleano dal partito recati in esempio siccome eroi, caldi d'amor patrio, italiani per eccellenza.
Chi sono i reazionarii? E' questo un di quei nomi magici usati quasi ad incanto, dei quali i moderni demagoghi si fecero una provvigione e formolaronsi quasi un frasario por segnare all'odio e al disprezzo de' meno veggenti quelle persone che loro dessero impedimento o fastidio. Questo nome va di conserva cogli altri di retrogradi, di gesuiti, codini, aristocratici, e simiglianti, che sempre ebbero in bocca senza mai definire».
Chi dava questa pittura dei tempi era il semplice sacerdote Gaetano Alimonda, diventato più tardi Arcivescovo e Cardinale.
Il Tubino si trovava per conseguenza in buona compagnia, o por meglio dire, non si lasciò trascinare dalla corrente, né fu il modernista d'allora.

A Santa Margherita il Tubino recò da Rovereto la suppellettile ed il bagaglio retrogrado, gesuita, e codino.

chiesa La chiesa di Santa Margherita a fine '800
(foto della raccolta Renato Dirodi)

E non dormì certo sopra un letto di rose, tanto più che la Curia arcivescovile liberaleggiante col suo vicario Pernigotti, ex-deputato di Sarravalle (e ne fanno fede gli scritti contro di lui e contro l'arcivescovo Charvaz) lo vedeva volentieri come il fumo negli occhi.
Ed il Pernigotti, il 12 giugno 1856, scriveva al Tubino:
«Dietro il suo contegno aspro e turbolento e poco edificante che ha tenuto e tiene tuttavia nella cura della Parrocchia al suo pastorale Ministero affidata, il suo spirito insofferente delle opportune ammonizioni, indocile, e si direbbe ostile verso dei suoi ecclesiastici superiori, il suo linguuaggio insolente da lui quasi sempre avuto nel suo carteggio coi medesimi, si destituisce dalla carica di vicario foraneo di questa Vicaria, onde con questa misura rientri in se stesso ed adempisca come si conviene ai suoi doveri, ed in pari tempo si previene che è nominato in sua vece in detto uffizio il Rev. Giacomo Passano, prevosto di S. Michele di Pagana, a cui si spera vorrà egli prestare quella sommessione che è prescritta dalle Sinodali costituzioni.»
Il povero Arciprete destituito trangugiò la pillola amara, aspettando tempi migliori, né valse a confortarlo una lettera della Curia, in data 20 ottobre 1856, ove gli si scriveva «non sarebbe il primo a subire le conseguenze della sua buona fede resa troppo corriva.»
Un passo egli aveva fatto nell'estimazione dei suoi Superiori; la buona fede era adunque un'utile circostanza attenuante.

Piombò un fulmine a ciel sereno.
Il 4 aprile del 1858 il Tubino trasmette da Santa Margherita la seguente all'Arcivescovo di Genova:
«Mi vien supposto che da alcuni pochi maligni della mia parrocchia sia stato accusato che nelle funzioni del Venerdì Santo p.p. ammisi a malizia le orazioni Pro Episcopo e pro Rege.
L'avverto Monsignore che questa sarebbe una di quelle solite calunnie tramate per malignità da chi desidererebbe la mia rovina siccome son pronto a provarli con quanti testimoni ella vuole. Ciò ho voluto scriverle acciocché se fosse vera una tale accusa, ne faccia quel conto che crederà meglio nella sua saviezza, voglio dire che merita.&rasquo;
La denuncia ebbe il suo corso.
IL 17 aprile del 1858 il Rev. Giacomo Passano, prevosto di Pagana, informava la Curia:
«Dopopranzo intorno alle 6 la Polizia ha con bel garbo sulla mia Parrocchia invitato a Rapallo il M. Rev. Arciprete di Santa Margarita; e al presente (sono le 8 di sera) si trova detenuto e sono assicurato da parte certissima che domani sarà trasportato a Chiavari.
Di tanto le do notizia costretto dalla mia qualità di faciente funzione di Vicario Foraneo. V. S. provveda in proposito. Don Luigi Gaggero nipote o cugino che sia del detto Arciprete, dal quale ho assunte le principali notizie spera rivedere l'Arciprete quanto prima; io però onde assicurarmi prudentemente rimetto tutto l'affare alle riverite sue disposizioni.» Il Corriere Mercantile del 19 aprile 1858 acriveva: «Sentiamo che il parroco di Rapallo venne arrestato sabato scorso e messo sotto processo per aver cantato nel venerdì santo 1'oremus pro imperatore Francisco Iosepho invece di quello pro rege nostro.
E nel Corriere del 20 aprile: «Ratifichiamo l'errore commesso ieri annunciando che il parroco arrestato pel noto affare dell'oremus pro imperatore Francisco sia quello di Rapallo, è invece quello di Santa Margherita di Rapallo».
Il 20 aprile 1858 l'avvocato fiscale presso la Corte d'Appello in Genova, dava contezza all'arcivescovo dell'arresto del Tubino con questo rapporto:
«A seguito di regolare mandato di cattura rilasciato dal Giudice istruttore di Chiavari venne testé arrestato il Sac. Felice Tubino, Arciprete di Santa Margherita di Rapallo, il quale, celebrando la Messa del Venerdì Santo, ha tralasciato l'Oremus pro Rege, recitandone invece un altro pro Imperatore nostro Romano Francisco. Le informazioni assunte indicano la condotta di quel Sacerdote molto equivoca e porgendo gravi indizi che tale omessione sia stata commessa per vera malizia e con intenzione di fare uno sfregio alla Sacra Persona del Re, si dovesse instituire regolare procedimento, e si ottennero infatti elementi tali da doverne ordinare la cattura, la quale è stata eseguita il 17 corr., come mi viene annunciato dall'Avv. Fiscale di Chiavari con rapporto ricevuto questa mattina. Io mi reco a premura di rendere consapevole di questo fatto l'E. V. Rev. sia perché non le resti ignota la causa di tale arresto sia per quelle disposizioni che stimasse di adottare pel servizio spirituale di quella parrocchia durante la detenzione del Parroco.
Ed essendomi stato supposto che non sia questa la prima volta che il Rev. Tubino incorra in tale omessione non ostante le avvertenze in cui fu posto da' suoi Superiori, io porgo preghiera all'E. V. Rev.ma che voglia degnarmi di alcun suo cenno intorno a siffatta supposizione, come anche alla condotta dell'Arciprete Tubino.
Io terrò nel massimo riserbo i riscontri di cui Le piacerà di favorirmi e nel mentre per essi le anticipo i ben dovuti ringraziamenti, etc.»
Lo stesso giorno (20 aprile 1858) il Tubino dalle carceri di Chiavari trasmetteva la seguente all'Arcivescovo:
«Per una calunnia tramatami perfidamente da pochi miei nemici, fui arrestato sabato sera e condotto in queste carceri di Chiavari dove dovrò stare sin tanto che non abbia il Tribunale provato la falsità dell'accusa. Oggi però si finì il processo da cui spero che risulterà chiaramente non solo la calunnia ma eziandio il modo perfido con cui fu tramata e perciò credo che fra due o tre giorni sarò al caso di ritornarmene alla parrocchia dove in questi pochi giorni ho lasciato due Curati.»
Per l'intrepido Tubino gettò il salvagente Il Cattolico, organo intransigente del partito clericale, il quale, nel numero del 27 aprile 1858 scriveva:
«S. Margherita di Rapallo.
Senza dubbio vi è nota la cattura del nostro Arciprete, che qui ebbe luogo parecchi giorni addietro per parte dei R. Carabinieri i quali lo condussero nelle carceri di Chiavari, dove ancora si trova: più di quello ne abbiate inteso a dire, vi sarà avvenuto di leggerne su giornali che sento dire essersene occupati e molto di proposito come già io non ne dubitava. Il fatto che diede occasione al mandato di cattura spedito dal tribunale di Chiavari, è questo: nel venerdì santo, che come sapete si leggono dall'altare que' varii oremus che sono nel messale per le varie dignità e ordini della Chiesa, egli leggendo quanto è stampato in tutti i messali recitò l'orazione pro Christianissimo Imperatore quale si trova in ogni messale, non dico già stampato nel medio evo, ma anco tra più recenti, non escluso quello stampato in Torino dal Paravia nel 1841, vigente la censura della R. Cancelleria, invece di sostituirvene cotal altro pro Rege nostro, che non si legge nei messali e comunemente si conserva manoscritta. Se questo sia un delitto od un crimine io non so. Questo solamente, perché io fui testimonio che l'Arciprete il quale in quel giorno celebrava, arrivato a quel punto fra il canto delle summentovate orazioni cercò nelle pagine del messale l'orazione pro rege, che seppi da poi esservi stata attaccata in una carta posticcia e che non più ritrovandolavi ne mandò a richiedere il sacristano, e lo stesso diacono inserviente all'altare mandò a cercarla nei messali del coro Né trovatala per verun modo, lesse in quel punto l'orazione, di cui i suoi nemici presero argomento della accusa, che si ebbe dal tribunale di Chiavari, come azione criminosa, onde, imprigionato il buon parroco, se ne trasmise il giudizio a cotesta Corte di Genova.
Informatomi un po' meglio delle cose, seppi che l'orazione di cui si vuole far colpa a questo sacerdote esemplare e zelante, si recitò qual esso la recitò per fino in Malta, e in molte parrocchie del nostro Stato, che non vi nomino perché se si tratta di crimine, non mi voglio fare accusatore di alcuna. La recita di tale orazione non è che la intera applicazione della antica liturgia comune in tutto l'occidente, dove, desisteno fino al cominciare del'presente secolo il romano impero nella casa d'Austria, gli Imperatori austriaci godettero il privilegio della predetta orazione accordato dai Sommi Pontefici agli imperatori Romani. Posteriormente cessato ai tempi di Buonaparte l'impero occidentale, l'imperatore d'Austria si riguarda pur sempre come successore, godette il privilegio di cui si tratta non solo ne suoi stati, ma anche altrove. Di qui la consuetudine rimasta in alcuni luoghi dal recitarsi tale orazione. Né d'altronde è lecito a verun parroco, od anche vescovo particolare, di immutare la legge della liturgia universale della Chiesa.
Infatti, volendo l'imperatore dei Francesi recentemente introdurre il nome suo nella liturgia, e che i parrochi della Francia proprio in quel giorno cantassero l'orazione al suo nome, credette dover ricorrere, siccome fece alla S. Sede, da cui emanò apposito decreto in proposito. E perciò che riguarda lo Stato nostro, non esitando tal decreto, è d'uopo a giudicare doversi sostituire a quello pro imperatore l'orazione pro rege, ricorrere alla consuetudine a riguardo della quale recentemente il Vescovo d'Alba ebbe ricorso alla S. Congregazione, interrogandola se in Piemonte possa sostituirsi all'orazione per l'imperatore quella pel Re, fu risposto: Non constando de legitima consuetudine nihil innovetur.
Vi ha chi dice del nostro Arciprete, che egli non voleva pregar mai pel Re, e che dove lo avesse voluto, bastava che all'appellativo imperatore avesse aggiunto il sostantivo Victorio Emanuele. Ma questa accusa è falsa quanto alla prima parte, perché egli in mille altre occasioni recitò in pubblico l'orazione pro rege e nel caso presente tutti questi canonici e preti gli sono testimoni dell'averla cercata tanto e voluta recitare. Quanto poi alla seconda parte, tale accusa è ridicola; perché se egli lo avesse fatto, forse altri lo avrebbero accusato dell'essersi schernito di Vittorio Emanuele, chiamandolo imperatore, e pregando che vada a domar genti barbare, siccome quella orazione si esprime.
Vuolsi poi tener conto specialmente della confusione in cui si trovò il povero Arciprete quando all'altare e a mezzo il sacro rito si vide mancar la carta, che non dubitava dovesse trovarsi nel messale. Fatto è che egli è già qui favorevolmente giudicato nell'opinione di tutti, e anche di tali che gli sono meno favorevoli; né si dubita del buon esito della sua causa nanti l'Eccellentissima Corte di Genova.»
Trionfò l'innocenza ed il buon senso.
Il Cattolico del giorno 30 aprile 1858 dava la lieta novella della liberazione del Tubino con questa parole:
«La Sessione d'accusa di questa Eccell.ma Corte di Appello ha dichiarato non farsi luogo a procedere contro l'Arciprete di S. Margherita, ed ha ordinato la di lui liberazione dal carcere preventivo a cui era stato sottoposto. Vorremmo consigliare il pubblico ministero di procedere un poco più a rilento nello accogliere denuncie, nel promuovere accuse, poiché, se ha il dovere di zelare gli interessi della giustizia non è dispensato da quello di non molestare gl'innocenti».
E il Corriere Mercantile del 1° maggio, riferendo l'articolo accennato, lo faceva precedere dal titolo: L'oremus assolto.
Il Cattolico del 4 maggio scriveva esultando:
«Ci scrivono da S. Margherita di Rapallo il 3 maggio:
Già ben due volte parlaste nel vostro giornale dell'arresto del nostro Arciprete, e forse non sapeste del tutto come s'andasse cotesto incarceramento, che fu da tutti disapprovato. E cosa avreste detto quando vi fosse fatto noto che, cantando messa il detto sig. Arciprete il giorno del Venerdì Santo, se non poteva dire l'Oremus pro rege, egli è perché una mano maligna aveva appositamente tolto dal messale quella carta, nella quale era scritta a mano quella orazione? La è proprio così; ed è inutile aggiungere che chi toglieva la carta dal messale deve essere quello che accusava poi l'Arciprete. Ma il tribunale d'appello ha riconosciuto l'innocenza del signor Arciprete, e ha dichiarato non farsi luogo a procedere contro di lui. Ieri il detto signor Arciprete, messo in libertà, si è restituito alla sua Parrocchia verso le 6 pomeridiane, e la popolazione ha fatto una tacita ed eloquente risposta al Fisco. Appena seppesi che il Rev. Arciprete ritornava, il popolo andogli incontro, fuori del paese, a moltissimi fino a Rapallo; e tra gli evviva e tra sparate di mortaretti, e al suono delle campane, fu accompagnato in chiesa; ove giunto, il buon popolo intonò spontaneo il Laudate, e spinto poi dal suo affetto pel suo pastore, non poté ristarsi dal gridare: Viva l'innocenza del nostro buon parroco!»

Durante la prigionia del Tubino, alla Camera dei Deputati, fungendo da Presidente il Cadorna, il 19 aprile 1858, l'on. Sineo di Sinistra parlando dei delitti di stampa disse che il giornale di Genova Il Cattolico era stato già 18 volte condannato «ma a Genova il sentimento religioso cattolico, v'è profondo, né gliene fa rimprovero chi il sentimento religioso fa radicare la libertà».
Ciò attutisce il fatto d'un Arciprete, rettissimo nell'operare, in continue liti con canonici e fabbricieri, lettore assiduo d'un giornale intransigente, anche se, non ammettendo il lapsus linguæ, o la trappola tesa dai suoi nemici (che in fin dei conti erano i patrioti d'allora), si vuole concludere che Don Felice Tubino, venerando Arciprete di Santa Margherita, morto povero e compianto, sia stato un caldo partigiano di S. M. l'Imperatore d'Austria, Francesco Giuseppe, re dei Romani, dimenticando per un momento S. M. il re Vittorio Emanuele II.

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