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    Pezzi di storia

San Bernardo
di Arturo Ferretto

Il Mare – 19 agosto 1911

Il 10 ottobre 2014 la Gazzetta ha pubblicato l'articolo di Attilio Regolo Scarsella "Cenni storici sull'Oratorio di San Bernardo"

Il 20 agosto del 1153 fu un lutto per la chiesa universale. Il grande Abbate di Chiaravalle, Bernardo, ascritto più tardi nel catalogo dei Santi, lasciava questa valle di lacrime, coperto di meriti e di gloria. I Genovesi, alla morte del loro vescovo Sigifredo, seguita il 17 luglio del 1129, gli aveano offerto il vescovato, e nel 1132, fu inviato in Genova, angelo di pace, per porre un argine alle lotte vertenti, tra le due repubbliche marinare, Genova e Pisa, le grandi ed eterne rivali del Mediterraneo.

sacerdote 50° di Messa di Mons. Ab. G.B. Costa (21/12/1941)
(foto della raccolta Renato Dirodi)

Ed ai Genovesi il riformatore dell'ordine benedettino scrisse una lettera, riboccante d'affetto.
Genova e la Liguria offersero fiori ed incensi al benemerito campione di Cristo, ed in suo onore innalzarono chiese, oratorii ed altari.
Né fu da meno il territorio antico di Rapallo, nel tributargli omaggi; e la prima scintilla partì dagli uomini di Sant'Ambrogio della Costa, i quali in una pittoresca località, poco distante dalla parrocchia, gli dedicarono una cappella.
Il 13 aprile 1485 Giuliano del fu Visconte Borzese, avendo ricevuto parecchie grazie da San Bernardo, secondo egli dichiara per pubblico atto, e non volendo essergli ingrato, per pura, mera ed irrevocabile donazione tra i vivi, elargiva por i restauri della chiesuola, esistente nel quartiere di Borzoli a Sant'Ambrogio, ai massari Giovanni Canevale e Lazarino Merello una terra silvestre nel luogo detto fronte.
Se nel 1485 la chiesuola avea già bisogno di restauri, è segno che era stata edificata in epoca anteriore.
Ed un altro Giovanni Canevale, o Canevaro, il 2 gennaio 1505, lasciava in testamento lire tre a detta cappella.
Visitata nel 1582 da Mons. Froncesco Bosio, vescovo di Novara, delegato apostolico, si pregia di un quadro non ispregevole del celebre pittore Bernardo Strozzi, dotto il Cappuccino, e fu rifatta nel 1827.

Nella vicina parrocchia di Santa Margherita San Bernardo è festeggiato in modo speciale.
Già il 6 gennaio del 1486 il sammargheritese Francesco del fu Bertone Quaquaro scelse la sepoltura nel monumento, che i confratelli disciplinanti di San Bernardo possedevano nell'altare di Santa Chiara d'Assisi, esistente nella parrocchia di Santa Margherita, e lo stesso fece il 15 ottobre 1501 Gerolamo Banchiere.
Il 10 aprile 1503 Giovanni del fu Tommaso Banchiere lasciò lire tre a detto San Bernardo, purché i priori di esso ristorassero una piccola cappella, sotto l'invocazione della Madonna, vicina all'Oratorio.
Il 15 settembre 1504 il: pittore Giovanni Barbagelata, da Rapallo, riceveva da Francesco Verdura, sottopriore, e da Paolo Larco, cassiere di San Bernardo, la rimanenza del prezzo dovuto per la fattura d'un quadro, rappresentante Santa Chiara e due Angeli.
Il pontefice Paolo V, con breve del 9 agosto 1620, accordò indulgenze speciali a chi visitava l'oratorio nelle quattro feste della Madonna e nella festa di San Sebastiano, e il 27 gennaio 1649 il Vicario della Curia Arcivescovile vietava le processioni dei confratelli, senza l'intervento del parroco di Santa Margherita.
I confratelli, come da documento del 1650, si recarono ogni anno processionalmente a visitare la chiesa di San Siro nel giorno 3 febbraio, ove stava esposto il quadro di San Biagio.
Nel 1653 ricostrussero di sana pianta l'oratorio, ed il 6 marzo 1704 fecero benedire l'altar maggiore rifatto e i due laterali, edificati di nuovo, concorrendo pure per la fattura della campana maggiore della parrocchia.
E l'oratorio fu unito all'Arciconfraternita del Gonfalone di Santa Lucia di Roma.
Per evitare ai disordini, che potevano succedere per la festa di domani, 18 agosto 1713 fu emanato il seguente proclama:
«Giovanni Bernardo Segni capitano di Rapallo e sua Giurisdizione per la Serenissima Repubblica di Genova.
Per il presente publico proclama da publicarsi nella piazza pubblica di Santa Margherita e nanti l'oratorio di San Bernardo di detto luogo si proibisce et espressamente Sua Signoria Illustrissima comanda che il giorno di S. Bernardo, che sarà il 20 del corrente agosto niuna persona di che stato grado e condizione si sia ardisca di ballare né fare ballare né suonare né far suonare istrumento di sorte alcuno atto a far ballare tanto in della piazza publica quanto in piazza e vicino all'Oratorio né in altro luogo annullando ogni e qualunque altra licenza che fosse stata concessa dal prefato Ill.mo Sig. Capitano, e questo annullamento vaglia solamente il giorno di detto Santo. Avverte dunque ognuno a non incorrere in quanto si è detto sopra, perché sarà irremissibilmente condannato in pena di due tratti di corda da dargli in pubblico al luogo solito dei quali tratti di corda però potrà esimersi pagando lire 25 da applicarsi alla Camera Eccellentissima, e questo si fa ad effetto che alcuno non ne possa pretende ignoranza».

1900 1900: l'Oratorio dalla strada per San Siro
in primo piano attrezzature dei funaioli
(foto della raccolta Renato Dirodi)

La festa, che si svolge in quel vetusto Oratorio, cui il pontefice Leone XII, l'8 agosto 1828, accordò l'altare privilegiato, attrae grande folla di popolo, ben lieta di rompere la monotonia nella stagione canicolare al rezzo degli alberi fronzuti, che ombreggiano il simpatico viale, che unisce il cuore di Santa Margherita a quella di San Siro.

Da Santa Margherita alla Cervara è breve il passo.
La festa dei Santi del 1377 è celebre negli annali della Cervara, giacché in tal giorno il cenobio fu visitato dal sommo pontefice Gregorio XI, il quale regalò ai monaci parecchie reliquie, fra le quali una riscosse il maggior culto, cioè: il braccio di S. Bernardo, che facea parte di quel tesoro, che Mons. Bossio, nel 1582, per salvarlo dalle unghie rapaci dei corsari, volea che fosse custodito nella vicina torre, accanto al cenobio.
Come la storia genovese c'insegna, il giorno di San Bernardo del 1625, i Genovesi riportarono una strepitosa vittoria sulle armi di Carlo Emanuele I, Duca di Savoia, ed in Genova, sull'area della casa spianata di chi avea tentato di dar la patria alla dinastia sabauda, sorse la chiesa di San Bernardo. Il Santo fu assunto in Protettore della Serenissima e la sua figura comparve pure nelle monete nuovamente coniate.
Il 20 novembre del 1625 il Doge ed i Senatori di Genova scrissero al Presidente della Congregazione Cassinese di sapere che alla Cervara esisteva un braccio di San Bernardo, e lo pregavano di farlo trasferire in Genova, nella chiesa di Santa Caterina, di proprietà dei monaci cassinensi.
Il 15 gennaio del 1626 il Presidente rispondeva da Pavia al Doge di aver impartiti gli ordini opportuni per il trasferimento della reliquia, avendo pure ottenuta la licenza da Roma.
Il Padre Costantino della Rovere si portò alla Cervara ed ottenne il reliquiario, ed il 16 luglio dello stesso anno il Senato ordinava che il braccio del Santo «sia riposto in una cassetta munita di due chiavi una delle quali stia presso l'abbate di Santa Caterina e l'altra presso il Doge», ed il 3 agosto decretava pure che venisse posto in un reliquiario più decente «avvicinandosi la festa, qual dovrà da detti Monaci essere con ogni possibile dimostrazione solennizzata».
Venne il 20 agosto 1626, ed il primo anniversario della vittoria fu celebrato con pompa e solennità.
Una lunga processione uscì dalla chiesa di Santa Caterina ed il braccio di San Bernardo, che per quasi due secoli e mezzo avea raccolto preci, voti ed incensi in un'oasi deliziosa del nostro golfo tigulio, fece la sua trionfale apparizione, per le vie della superba, che avea rintuzzato l'urto dell'allora straniero sabaudo.


Estratto da "Secoli cristiani in Liguria – Vol.I", di Gio. Battista Semeria, 1843
[Nel 1123 morì il vescovo di Genova, Sigifredo] e alla sua morte restò la sede episcopale vacante per un anno. Era di que' tempi celebratissimo l'abate di Chiaravalle san Bernardo, ed appunto dopo la morte di Sigifredo fu pregato istantemente il santo abate dal clero e dal governo genovese ad accettare la dignità vescovile; ma egli costantemente la ricusò, preferendo allo splendore della mitra l'umiltà di sua cocolla [abito monastico].

Chiaravalle Abbazia di Chiaravalle (MI)

Lettera di san Bernardo a' Genovesi.

La somma docilità d'animo ed il fervore di religione , che san Bernardo, abate di Chiaravalle, trovò nel clero, nei magistrati ed in tutti i cittadini di Genova, allorché per delegazione pontificia in essa città si portò per esortarli alla pace con la repubblica di Pisa, sì vivamente commossero l'animo suo, che dar volle ad essi di sua soddisfazione una specialissima prova con una lunga e compitissima epistola. Ella è questa un prezioso monumento di storia ecclesiastica, ed insieme un luminoso attestato di amorevolezza che il santo dottore dava a questa città. Io la riporto per esteso, tradotta fedelmente nell'idioma italiano, persuaso che ai Genovesi ridonda di una somma onorificenza, e tale che non possono desiderarsi la maggiore.

Alli suoi Genovesi
Consoli, Consiglieri e Cittadini tutti,
Bernardo, detto abate di Chiaravalle, pace, salute e vita eterna.

«Che la nostra venuta da voi nell'anno scorso sia stata non poco profittevole, lo ha ben presto sperimentato nelle sue necessità la Chiesa cattolica, da cui fummo a voi delegati. Ci riceveste nel nostro arrivo, e ci trattaste nel nostro breve soggiorno appresso di voi con quegli onori che sono bensì confacenti alla vostra dignità, ma eccedenti di molto la nostra bassezza; e siccome ne siamo sempre ricordevoli, così non ne saremo giammai ingrati. Ve ne renda la ricompensa quel Dio, che può e ne fu la cagione. In quanto a noi, come potremo rendere la pariglia alla vostra venerazione, al vostro ossequio, al vostro affetto, sì amorevole e cotanto grazioso? Parlo così, non già per adularmi del vostro favore, ma per congratularmi con essovoi della vostra divozione. Oh giorni, pochi bensì di numero, ma pieni per me di giubilo! In eterno sarò memore di te, Plebe religiosa, Gente onorata, Città illustre. Sul mattino, sul meriggio, sulla sera, all'usanza del profeta io discorreva, io predicava, e l'avidità di ascoltarmi era eguale alla carità degli ascoltanti. Portavamo l'annunzio di pace, ed avendovi conosciuti per figliuoli della pace, ebbe pace tra voi la pace nostra. Venni per gettare ne' vostri cuori la divina semente, ma cadendo in terra buona, fruttificò a cento e cento doppi con tutta prestezza. Mirabile celerità in tempo di necessità cotanto urgente! Infatti non ho trovato presso di voi né tardanza né difficoltà veruna: quasi nel medesimo giorno ho seminato e raccolto e riportati con sommo gaudio i manipoli della pace. Questa fu la messe che ne ottenni: la facoltà di ripatriarsi agli esiliati, la libertà a' prigionieri, la frattura de' ferri a chi gemeva fra i ceppi, il timore a' nemici, la confusione agli scismatici, gloria alla Chiesa, al mondo tutto allegrezza. Ora, miei carissimi, che altro mi resta, se non suggerirvi la perseveranza, la quale sola merita agli uomini la gloria e alle virtù la corona? Per certo, senza la perseveranza quello che combatte non ottiene la vittoria, e colui che vince non riporta la palma. La perseveranza è il vigore delle forze, la perfezione delle virtù, la nutrice del merito, la mediatrice del premio, la sorella della pazienza, figlia della costanza, l'amica della pace, il nodo delle amicizie, il vincolo della concordia, la torre della santità. Togliendo dalle buone opere la perseveranza, il retto benefizio non guadagna la mercede, né il benefizio acquista grazia, né la fortezza riporta lode. E per ultimo è infallibile il detto evangelico, essere salvo non colui che comincia, ma che persevera. Saulle da principio essendo picciolo agli occhi suoi, fu constituito re d'Israele; ma non avendo perseverato nell'umiltà, perdette il regno e la vita. Se Sansone si fosse mantenuto nella sua propria riservatezza, e Salomone nella sua pietà, questi non sarebbe stato spogliato di sua sapienza, né quegli di sua robustezza. Questo decoro di somma onoratezza, questa unica e fedele custodia di tutta la probità, a voi caldamente io raccomando, voi prego di conservare attentamente. Sì custodite con diligenza tutto ciò che, io predicando, ascoltaste con tanto diletto: rammentatevi essere scritto, che Erode temeva Giovanni ed anche volentieri l'udiva; e beato sarebbe egli, se quelle cose che di buon grado ascoltava, avesse messo ad esecuzione. Finalmente non sono beati quelli che sol ascoltano, ma bensì che custodiscono la parola di Dio. Conservate voi pertanto la pace co' Pisani vostri fratelli, l'obbedienza al romano pontefice, la fedeltà al re1, e a voi medesimi l'onoratezza. Così richiede il vostro vantaggio, lo vuole il decoro, e la giustizia lo prescrive. Abbiamo perinteso essere venuti a voi gli ambasciadori del duca Roggero2, senza però sapere né ciò che vi hanno proposto da parte di lui, né ciò che da voi hanno conseguito. Comunque ne sia, per dirvi candidamente il nostro sentimento colle parole di un poeta: ho timore dei Greci, ancorché apportino doni: Timeo Danaos et dona ferentes [Nel libro II, 49 dell'Eneide, Laocoonte cerca di convincere i troiani a non far entrare il cavallo dicendo «Temo i greci an che quando portano doni»]. Se alcuno tra di voi (che Dio noi permetta) sarà scoperto reo di cosa tanto indegna, che stenda la mano a ricevere un turpe guadagno (da quel principe), notate incontanente costui, riputandolo nemico del vostro buon nome, traditore de' suoi concittadini, trafficante della gloria vostra e del vostro onore. Se inoltre alcuno sorge tra voi a susurrare nella popolazione, facendo le parti del diavolo, seminando discordie, e la pace studiando di alterare, in quel modo appunto che l'infernale nemico sempre attizzò nemicizie e ruppe la buona unione, andate subitamente incontro a costui, col rimedio di una pena severa, siccome ponesi subito efficace cautela contro una pessima e domestica peste. L'oste nemica devasta le campagne e saccheggia le case; ed i perversi consigli guastano i buoni costumi; e poco fermento basta a corrompere una enorme quantità di farina. Seminate, piantate, trafficate, sia per non ricadere ne' mali trascorsi, sia per redimerli e cancellarli con le giuste vostre fatiche, giacché sta scritto: che la redenzione dell'anima si può operare con le proprie dovizie; ed altrove noi leggiamo: date limosina e tutte le vostre colpe restano purificate. Che se vi piace di guerreggiare, e dar nuovo saggio delle vostre forze e del vostro valore, non dovete ciò intraprendere contra i vostri vicini ed alleati, ma piuttosto per espugnare i nemici della Chiesa e difendere la corona del vostro regno, la quale da' Siciliani è stata invasa. Sopra costoro impugnando le armi, riporterete più onoranza, e con più giustizia possederete le vostre conquiste. Il Dio della pace e della carità sia sempre con tutti voi3».

interno … fecesi solenne voto ad onore del santo abate Bernardo di festeggiare in tutti gli anni avvenire il giorno di sua morte. Questo votivo decreto emanarono i senatori e i governatori della repubblica, nel dì 27 aprile del 1625, in cui elessero il santo abate a particolare patrono, aggiungendovi l'offerta di una lampada di argento, del valore di quattro mila scudi, la quale dovesse ardere perpetuamente al sepolcro del santo in Chiaravalle. Fu perciò deputato il marchese Agostino Centurione, religiosissimo patrizio, a portare alla chiesa di quella badìa il dono ed il voto della repubblica. Erane abate in quel tempo Claudio di Argentiere, il quale, accogliendo con ogni cortesia l'ambasciatore genovese, convocò di subito il capitolo de' suoi monaci: e tutti convennero che la repubblica di Genova, la quale conservava tanta devozione al santo loro fondatore, ben meritava di esso santo una distinta reliquia. Aperta pertanto alla presenza dell'ambasciatore e de' suoi compagni l'arca di porfido, in cui riposava il corpo di san Bernardo ne estrassero l'osso della spina, che in debita forma consegnarono al Centurione. La riportò egli in Genova entro di un reliquiario preziosissimo, ricevuta nel suo arrivo dall'arcivescovo De-Marini, coII'accompagnamento del capitolo, di tutte le collegiate, degli ecclesiastici di ogni ordine, del senato, del doge, dei collegi e dei cittadini di ogni ceto. Fu quindi esposta con solennissima pompa alla pubblica venerazione.


1 Il re d'Italia, di cui scrive qui san Bernardo, era l'imperatore Lotario, il quale conservava nello stato di Genova l'alto dominio.
2 Roggero, duca della Sicilia, era dichiarato nemico di papa Innocenzo II e della chiesa romana, fautore dell'antipapa Anacleto e degli scismatici suoi partitanti.
3 Epist. CXXX, edit. Paris, ex typog. regia, an. MDCCLII. Credesi che questa lettera sia stata scritta dal santo dottore nella badia di Tiglieto.

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