Testata Gazzetta
    Pezzi di storia

Vincenzo Gioberti a S. Margherita
di Arturo Ferretto

Il Mare – 14 giugno 1913

Si veda anche l'articolo pubblicato sulla Gazzetta l'8 settembre 2010 "Ricordi del Risorgimento a S. Margherita"

Il mio cugino, carissimo avv. prof. Attilio Scarsella, fin dal luglio 1905 ha inserito sul giornaletto Il Parnaso un articolo, riguardante il Gioberti. ritratto
Le note, raccolte dalla leggenda, sono esattissime.
La vecchia Margherita De Zerega, che ha raccontato i particolari, non ha neppure sbagliato il giorno e soltanto non ha azzeccato il mese, cambiando giugno in luglio [la data è il 15 luglio 1848].
Sentite con che grazia e venustà lo Scarsella l'ha ammanito ai lettori:

Gioberti?… Se me ne ricordo. Io ero allora una ragazzetta in sui sedici anni, e con diverse compagne s'andava a casa d'una vicina, lassù presso la chiesa di San Giacomo a fare il pizzo. Quel giorno una di noi, che stava sul suolo, venne in ritardo, correndo, e tutta ansante ci disse: E' arrivato Gioberti! Gioberti! E noi senza saper più che tanto chi fosse costui piantai lì il tombolo, la scuola e la maestra, o giù di corsa in paese a vedere Gioberti. La sera, si capisce, n'ebbi una salva di schiaffi da mia madre!… Ma!… Mi pare ieri e sono 57 anni!… Così dicendo mia cugina Margherita crollava il capo, restando qualche poco in silenzio, come assorta nella visione del passato, poi adagio adagio animandosi, quasi rivivendo i bei giorni della sua fanciullezza, ripigliava a narrarmi di quei tempi e di quegli uomini, che, secondo l'eterno errore di tutti i vecchi ingenuamente convinti di dovere attribuire ai tempi i cangiamenti del proprio essere, anch'ella credeva migliori del presente.
Diversi non c'è dubbio, se peggiori o migliori non voglio dire, ma certo fu straordinaria quell'età in cui siffatti entusiasmi furono possibili: certo fu buono quell'uomo, che mia cugina Margherita era accorsa ad applaudire senza sapere chi fosse; buono e grande quel Vincenzo Gioberti, che appunto nel 48, concessogli di rimpatriare dall'esiglio di Bruxelles, gira percorrendo in trionfo le nostre città a predicarvi il risorgimento d'Italia. E così andando venne alla Spezia, dalla Spezia a Chiavari, da Chiavari a Rapallo, a S. Margherita e Portofino.

Qui a Santa Margherita giunse il 15 di Giugno [in realtà luglio]. L'ora… chi può saperla? Dei superstiti quale alla sera; uno lo fa dormire qui; questo ce lo fa restare due giorni, quello due ore. E ciascuno è certo e sicuro del fatto suo…
Lasciate dunque che io tra le varie versioni scelga quella che più sorride alla fantasia; e immaginiamo un mattino di quelli per cui la natura pare abbia creato apposta questo golfo benedetto; un bel mattino del Giugno [luglio] di quell'anno che fu la primavera del nostro risorgimento. Mentre il sole dai monti chiavaresi si levava suscitando la festa dei colori nelle acque immobili e sulla terra fremente di vita, i margheritesi, pieno il cuore di speranze e di gioie, di moti confusi, con bandiere, coccarde e fiori, al suono delle campane traevano sul molo. Di lì a poco una barchetta spunta da Pagana; s'accosta; approda, e ne scendono alcuni preti in mezzo ai quali sta Vincenzo Gioberti. Si leva un grido lungo e unanime: si agitano i cappelli; tutti si stringono attorno al grande. Egli si scusa del ritardo, perché la sera innanzi, una ventina di Margaritesi, tra cui il Rev. De Bernardi e il Signor Dassio, erano andati ad aspettarlo a Rapallo, là verso Noledo; ma circa la mezzanotte un corriere era venuto da Chiavari, annunziandone l'arrivo per l'indomani. Si fanno le presentazioni; i maggiorenti lo pongono in mezzo, e tutti insieme s'avviano alla piazza della Chiesa. Traversata questa a gran stento, entrarono nel palazzo Baratta (oggidì segnato col N. 10) e dopo poco dalla finestra di mezzo al primo piano Gioberti si affacciò per parlare. Appena la sua bella voce ebbe risuonato, un applauso scoppiò così intenso che per dieci minuti egli noti poté dir verbo. Poi fatto il silenzio, cominciò ad esporre il suo gran sogno; e disse dell'Italia e della religione, dimostrò essere l'una e l'altra le sole fonti di ogni vera civiltà; spiegò l'idea del partito guelfo, che a base del risorgimento poneva la federazione dei principi sotto la supremazia del papa. Invocò la fratellanza di tutti gli italiani, e finì con queste parole: «In nome di Dio e d'Italia, sia pace e concordia fra S. Margherita e S. monumento Giacomo».
La scena che seguì fu di quelle, che già videro i campi di Paquara1, all'epoca dei comuni, quando risuonarono in essi le preci del buon frate di Ripalta; o in quel medesimo 48, le sale dell'Assemblea francese, scosse dall'eloquenza dell'abate Lamourette2.
Chi gridava, chi danzava: alcuni si abbracciavano; molti piangevano: tutti erano commossi. Santa adorabile follia!
Nel dopopranzo Gioberti andò a San Giacomo al primo piano della casa N. 2 in via di Corte, allora di proprietà dei fratelli Torre, dei quali uno era cantante, l'altro canonico Giuseppe, canonico a N. S. del Rimedio in Genova ed amico di Ugo Bassi. Là si ripeté la scena. Si corse ad avvenire il più che novantenne Principe Vittorio Centurione, che stava in chiesa pregando. Il patrizio decrepito alzò un istante il capo, come eletrizzato al suon di tanto nome; mormorò qualche parola e ricadde a pregare.
Al ritorno, passando presso il castello, Gioberti vide un fiore a piè del muro, forse una margheritina; si chinò, lo colse, e l'adagiò tra i fogli di un libriccino, forse l'Imitazione di Cristo, che il grand'uomo portava sempre con sé. Più oltre uno del popolo, che gli grida all'orecchio: "Viva Gioberti, li ha scoperti" volendo dire i gesuiti; e subito l'autore del Gesuita Moderno: "No, no; gridate piuttosto, Viva i principi alleati." Vi fu ancora sosta in casa Baratta; poi, quando fu calala la notte, la piazza si rischiarò di mille e mille lumi, e risuonò di canzoni patriottiche. Finalmente alle 10 Gioberti partì, mentre le donne gli porgevano a gara i bambini, perché li benedicesse, e gli uomini devotamente toccavano il lembo della sua zimarra. Partì accompagnato con torce fino a Rapallo; e S. Margherita si racquetò nel sommo in cui per un momento un grande pensatore avea fatto balenare il suo gran sogno.

Quattro anni più tardi a Parigi (26 ottobre 1852) in una stanza meschina, un uomo dalla testa possente di pensatore, dal volto emaciato d'asceta, stava seduto sul letto, a notte fatta leggendo l'Imitazione. D'improvviso un sussulto lo scuote; il suo corpo si contorce; un rantolo sfugge a stento dal petto ansimante; già la faccia diventa paonazza; già gli occhi si chiudono. Ei fa per alzarsi; vuol posare il libro sul tavolino: brancolando fa cadere un bicchiere: grida «aiuto» e stramazza. Nessuno l'intese. Solo l'indomani un servo entrando lo trovò cadavere già freddo.
Così moriva Vincenzo Gioberti.
E a me da quando il vecchio amico mi ebbe narrato l'aneddoto del fiore, a me piace pensare che il libro onde il grande filosofo, in quell'istante, consolava le amarezze del secondo esiglio, e che ora, insieme al bicchiere, si trova nelle mani d'un nostro concittadino d'elezione, il Marchese Giorgio d'Agrogna, era forse lo stesso che portava fra noi; e mi è dolce immaginare che proprio in quel punto l'umile fiorellino del Castello, sia tornato sotto i suoi occhi a porgergli l'estremo saluto di questa terra cui per il primo ci diede battesimo di terra italiana.

Quando, a sera inoltrata, Gioberti ritornò a Rapallo, la nostra diletta città era avvolta in un barbaglio di luci e colori.
Il sindaco Zunino fece improvvisare l'illuminazione e gli urrà e gli evviva rintronarono per molte ore nelle orecchie del filosofo, che aveva preso alloggio nel palazzo Serra, ora Ricci, che già aveva alloggiato Pio VII e Vittorio Emanuele I.
L'indomani l'entusiasmo per il Gioberti raggiunse il suo apogeo.
Riprese il viaggio il giorno 16, accompagnato da un manipolo di Rapallesi.
A San Lorenzo della Costa, nella località della Violera, quei di Camogli e di Recco stavano ad aspettarlo.
Da Recco portossi in barca a Camogli, ed una corrispondenza del 19 Luglio inserita sulla Gazzetta di Genova, ricorda il lieto avvenimento.
Da Camogli portossi di nuovo a Recco, ripartendo per Genova, ove arrivò alle ore 10,30 di sera dello stesso giorno 16 luglio.
L'indomani (17 luglio) all'una pomeridiana ripartì per Torino.

A Roma non per nulla il Campidoglio era situato presso la rupe Tarpea.
La Gazzetta di Genova, che tante volte aveva encomiato il Gioberti, nel numero del 3 ottobre 1851 scriveva che era diventato di moda lo sparlare di Gioberti.
E Il Cattolico, giornale clericale intransigente, che in uno dei fondatori riconosceva quel Tommaso Reggio, che in qualità di Rettore del Seminario di Chiavari avea fatto staccare dai Seminaristi i cavalli alla carrozza del Gioberti, nel numero del 27 febbraio 1852 scriveva:
"Miracoli di Vincenzo Gioberti - Il nostro V. Gioberti ha molte grazie, che si chiamano gratis datæ; la grazia, per esempio d'essere universale in tutte le cose, e quella di essere fatidico e taumaturgo. Sì taumaturgo, e di nuova specie, perché egli sa negar e affermare nel tempo stesso, e non contraddirsi, lodare e biasimare una comunità o un individuo, e dir vero egualmente ne' biasimi e negli encomi; latrare ad un avversario, ed afferrarne la gola, come farebbe il cane arrabbiato e superare la mansuetudine dell'agnello; ostentare lo più grandi e ambiziose prerogative, e non peccare d'impertinenza; infamare il Pontificato, la Chiesa, le Monarchie, le Repubbliche e rimanere ortodosso, ecclesiastico, realista e repubblicano; sì ché il Gioberti è l'uom de' miracoli e certamente gli si conviene il predicato di sommo e d'unico.
Il Gioberti dopo l'osanna ebbe il crocifige.
Egli, che vagheggiava il partito, detto dei neo-guelfi, che voleva portare il Pontefice alla testa del movimento italiano, fu sfruttato ad usura, e poi posto in non cale, come buccia di limone spremuto.
Il modernista, di quell'ora fugace, apparve troppo liberale ai clericali, e troppo clericale ai liberali.
Tra il clero genovese, che seguiva la linea retta (erano i gesuitanti gli antimodernisti d'allora) il priore Frassinetti avea già nel 1846, a visiera alzata, scritto un libretto contro il Gioberti, ma nel 1848 scontò la sua audacia coll'esiglio.
La gloria del Gioberti, anche vera, se tale può essere il giudizio dei posteri, durò poco: fu un fuoco fatuo, fu una farfalla, ricoperta l'ali di pulviscoli iridati.


1 La spianata di Paquara, alla destra del fiume Adige nel comune di San Giovanni Lupatoto, in provincia di Verona, il 28 agosto 1233 vide un grande raduno di popolo presieduto dal frate domenicano Giovanni da Schio: nel clima di lotta tra le fazioni vicentine, ottenne lo scambio di promesse di pace tra i potenti intervenuti.
2 Il 7 luglio 1792 Antoine-Adrien Lamourette, deputato francese, spiega che i mali della Francia derivano dalla faziosità e invita i colleghi a dimenticare rancori e animosità.

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