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    Pezzi di storia

La Sagra della Lettera a San Giacomo di Corte
di Arturo Ferretto

Il Mare – 30 luglio 1910

Edgardo Quinet [storico e intellettuale francese, 1803-1875], giunto in Italia per dare l'ultimo tocco alla sua opera Le rivoluzioni in Italia, si fermò qualche tempo a Genova. Ivi la sua incredulità si sentì conquisa dalle tradizioni cristiane, e scrisse «la più bella espressione dell'italiana poesia cassa essere il canto della Madonna sorridente alla destra del Divin Figlio».
E la gamma fulgida e brillantata si estolle [innalza] da Genova superba, si sprigiona ed echeggia dai numerosi santuarii, dalle cappelle, ora dipinte, ora sgretolate e scialbe, e dalle edicole della gemina [unita] riviera, sospiro di poeti, di pellegrini e viandanti; la poesia mariana corre più veloce del telegrafo, e dalle vette e dai culmini rocciosi dei monti precipita di balza in balza; dalle insenature, ove s'inconcano colline lussureggianti, pervade e clivi e prode, ove è ricchezza di timi, di mente, di roselline e di ginestre, e non tace sui fianchi rupestri al mare, folti di pini acri, che sorbono in una continua nenia la salsedine, che a loro arreca la spruzzaglia.

I secoli IX e X segnano per la nostra Liguria marittima un'epoca di terrore, di violenze e di malinconie. I Saraceni, padroni del nostro bel mare, saccheggiano i borghi, derubano le chiese, e le Madonne bizantine, dai larghi occhi, taglioati a mandorla, attorniate di ori e di gemme, cadono sotto le loro unghie rapaci.
Dagli ulivi di Bacezza la selce battuta manda la prima scintilla, che seconda gran fiamma. Un largo mormorio di ringraziamento si eleva con un soddisfacente respiro dalle popolazioni devote perché alfine i Saraceni, sbarcando nel 936 alle nostre spiaggie, non poterono recare sfregio alle Madonne e se n'andarono.
   Vuota stringendo la terribil ugna
Dopo tal epoca, in uno spiraglio di vita, quei di Corte, nella località di Bavastro, in mezzo agli ulivi, ricamati in argento, piantati dai monaci di S. Fruttuoso, fecero occhieggiare la loro chiesa primitiva, che vollero, nascosta, lontana dalla spiaggia, dove, come soldati della vecchia guardia si allineavano le abitazioni, che rinserravano in un amplesso il minuscolo porto, ma la vollero preservare da ulteriori scorrerie saracene, dedicandola a S. Giacomo, come ricordo suggestionante della scacciata dei Mori da Campostella per opera di detto Santo.
Dalla finestra ogivale del primo campanile cuspidato dalla chiesa nera e gotica ha dondolato per anni l'unica campana, i cui guizzi han chiamato a raccolta attraverso i secoli i nonni rugosi, nell'anima dei quali si destavano le sensazioni fugaci delle impressioni, assaporate nei giorni lontani; han chiamato i marinai di Corte, rudi, nerboruti ed abbronzati dal sole, reduci dalle pesche dei coralli e delle acciughe, e li ha fatti prostrare presso un antico altare, dove la Vergine, detta dei Marinai, riscuoteva imperituro omaggio di fiori e d'incenso, condiviso con Sant'Erasmo, cui già, alla metà del secolo XIV, i padroni di barche di Corte dedicarono l'oratorio, che, sopra una sco-gliera, al mare tendeva le braccia…

Altra canzone ha squillato i suoi ritmi sublimi nel cuore profondo della gente di Corte per la Madonna della Lettera.
«Erano partiti, scrive un Compendio storico, stampato nel 1858, dal porto di Genova l'anno 1783 a' 20 di giugno, sovra del piccolo loro battello, alcuni pescatori darzenetti (Giuseppe Boccardo padrone della barchetta con tre suoi marinai dalla Parrocchia di Prè) alla volta di Corte per comprar pesci, e riportarli in Città; arrivati che furono vicino alla baia di questa spiaggia di Corte scorsero da lontano galleggiar sovra le onde un tal che, cui credettero qualche avanzo di naufragato naviglio, e solleticati dalla speranza di ritrovar cosa di non ispregievol valore, voltarono animosi la prora verso quella parte, ove presto avvicinatisi videro alzarsi ritta una Statua, rappresentante Maria Vergine col Divin Pargoletto in braccio. Attoniti all'inaspettato spettacolo, e ricolmi di un riverenziale timore si appressarono al venerando legno, lo trassero fuori dal mare, e locatolo sopra la poppa della barchetta ripigliarono i remi, pieni di ineffabile giubilo e letizia, per approdare al lido, quai ritrovatori d'inestimabile tesoro; ma soppravenuto d'improvviso uno smisurato maroso, da cui poco mancò che assorto non fosse il fragile e piccolo naviglio, ricadette nel mare la ritrovata Statua. Cercarono solleciti della stessa, voltando or da qua or là la prora per riacquistarla, ma sempre invano; dopo lunghe ricerche la osservarono muovere verso Corte. Corse la Statua sovra delle onde, ad onta d'impetuosissimo vento contrario, con tanta celerità e prestezza che raggiunger non la poterono quei fervorosi remiganti. Pervenne Ella adunque frammezzo ad alcuni piccoli scogli nella baia di Corte, ove giunti i pescatori la ripigliarono, e, ricuperatala, approdarono al lido; e poiché era Ella da molta erba marina circondata, la ripulirono alquanto e resi più cauti della perdita che ne avevano fatto, la posero nel fondo della barchetta, coperta con una tenda…»
Il Compendio narra ancora che due fanciulli scopersero il nascondiglio, il che, venuto a contezza dei massari, mentre i pescatori pranzavano all'osteria, rubarono la Statua, che prima allogarono in una casa, poi riposero nell'oratorio di Sant'Erasmo. Divampò ben presto una contesa per il possesso della Statua, ed in fine dietro le buone intromissioni del prevosto Rev. Evangelista De-Gregori, i pescatori di Prè rinunciarono alla chiesa di Corte l'Immagine, rogando della solenne donazione un atto speciale il notaio rapallese Andrea Agrifoglio.
La prima esposizione in Chiesa venne fatta il 27 luglio 1783.
La Statua stava prima sulla porta della Dogana della città di Messina, e l'orribile terremoto di quell'anno l'avea svelta dal suo seggio, l'avea buttata in mare, finché giunse nelle acque del nostro golfo.

Già il 6 giugno 1796 i Massari di Corte avevano esposto al Senato le vertenze circa il giro della futura processione, col Venerabile, nella solennità di N. S. della Lettera, ed il Senato, d'accordo col Capitano di Rapallo, stabilì che l'itinerario da seguirsi dovesse essere quello, che seguiva la processione della terza del mese.
Non per nulla i vecchi fecero in chiesa scolpire in marmo Simulacrum perpetuo celebrandum.
E la festa attrae e suggestiona.
Quando il languido fulgore della sera tinge in viola ed in oro tutta la grigia cornice del golfo frastagliato e fuggente, un' infinità di barche e di barchette, aprendosi il varco tra i leudi e le tartane ancorate, fanno ressa alla spiaggia, come api sciamanti all'alveare, riversando i numerosi forestieri.
Mille lumicini coprono vecchie muraglie screpolate, fanno archi, che s'incendiano, nei vicoletti: le fìammelle tricolori dei lampioncini e dei bicchieri abbarbagliano l'ampia strada al mare con grappoli e ghirlande, allietano i chiassuoli [vicoli], irraggiano le bandiere, che svettano sui pennoni, e sventolano alle finestre.
E passa la processione tra la mesta fragranza della pineta e del mare, ed in mezzo a chi prega ed a chi non prega. La Madonna, carica d'oro e di gemme è infiorata e raggiante. Tanta ricchezza non aveva, quando modesta sorrideva sulla porta della Darsena messinese.
Anche a tarda ora il villaggio continua a scintillare, immobile incendio, ed a galleggiare, quale gemma schiusa nell'acque dorate in una sera d'apoteosi.
E da lontano sembra un rosso pennacchio del Vesuvio sterminatore, un gran rubino ardente, incastonato fra due distese di cielo e di mare.
Per chi ha fede cantano le campane nel sole a festa.
Per chi ha fede ancora una volta trasvola l'inno gagliardo dei buoni Cortesi, i quali nella nostra forte Liguria hanno il vanto di concorrere a continuare «il canto della Madonna sorridente alla destra del Divin Figlio» canto, che come ben disse Edgardo Quinet, è «la più bella espressione dell'italiana poesia».

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