Testata Gazzetta
    Pezzi di storia

San Giacomo di Corte
di Arturo Ferretto

Il Mare – 24 luglio 1915

Conduco i lettori in una delle tante case, che punteggiano la verde spalliera, tutta a colline, degradanti al mare, che lambe a semicerchio la parrocchia di Corte, ove pulsò per tanti secoli la vita marinara sammargheritese. cucina
La casa è modesta, ed era, poco prima 12 marzo 1598, l'abitazione di certa Caterinetta del fu Vincenzo Costa, vedova di Antonio Bacciocco.
Gli eredi compilarono l'inventario, il quale ci dà conoscenza di tante cose minuscole, da potere, con comodità, farsi un'idea della camera da letto, della cucina, e dell'indumenti, di proprietà della donna cortese.
E spigolo:
«Un letto da campo, una strapunta, un saccone, un paro di lenzuoli di lino, un durbetto [copriletto] bianco, una coltre bianca, un lenzuolo di lana, un coscino, un altro coscino, due oregieri [cuscini] da letto, con le sue scionie (federe), un paro di maniche di tafetà negro, una tovagliola ricamata di negro di cambrè [batista], un paro di legami bianchi di seta, palmi 16 in lista di velluto cremesi, un busto di chiamellotto [tessuto leggero in lana di capra o di cammello] cremesi, una casacca di razeta [rasetto] negra, una zamarra [soprabito] di chiamellotto negro con le sue maniche, un paro di faldette [manti con cappuccio] rosate, uno tafetà negro per acqua, due tovaglie di bambagio, uno frutero [fruttiera] da donna, due tovagliole nuove di rete senza tela, uno scozzale [grembiule] di tafetà negro, uno tafetà da collo da donna negro, due solini [colletti] da donna di cambrè, una tovagliola da testa, un paro di maniche di chiamellotto negro, un corpo di colore da donna, un velo nero, un forzere di pelle, una valigia grande di cuoio, un paro di fazzoletti di chiamellotto, uno specchio grande d'ebano, una pelliccia foderata di mezzalana, una gonnetta di drappo rosato, un quadro della Santissima Madonna, una padella di rame, una seggia di legno, un calderone di rame, due lavezzi [pentole] uno piccolo et uno grande, una brustia [spazzola] da lino, due catene di ferro, un ramaiolo di rame, due coltelli un piccolo et un grande, una meizera [madia, tavolo su trespoli] con li suoi trespi, due siassi [setacci], un cannello [matterello], uno ruxentaro [secchio] di rame, una giara, in la quale li è mezzo barile d'olio, un mortaro [mortaio] con il suo pestello, due carreghe [sedie] da donna, uno sgabello».

Per la storia dei pozzi e dell'acqua potabile giunge in buon punto un atto del 31 marzo del 1598.
Sotto tal data Stefano del fu Battista Palmieri si esamina:
«Nel borgo del muolo di S. Giacomo luoco di Santa Margherita, Gio: Ambrosio Schiattino e fratelli eredi del fu Battista loro padre hanno loro case e vacuo e pozzo; vi è pianura quale è abbondante d'acque et in ogni casa esistente in detto luoco di patroni di esse potriano, se volessero ognuno, fabbricarli pozzi per loro uso abbondanti d'acque, et in detto luoco del Molo e Santa Margherita vi sono sette case in ognuno de quali sono pozzi e particolarmente in quella dove abita Gio: Battista Bertollo speciaro abondanti di buona acqua et in detto luoco vi sono pochi vacui et orti, che non abbino i loro pozzi abbondanti d'aque e nel detto molo, cioè nanti le case ivi esistenti vi è parimente un pozzo comune abbondante e di buon'acqua, nel quale li abitanti in dette case giornalmente vi prendono l'acqua per loro uso con grandissimo loro comodo, quale pozzo è stato fabbricato in Comune, puonno essere anni venti circa, e parimenti nel borgo di Corte e Bagnaresso non vi sono pozzi comuni, eccetto pozzi di particolari, li quali a richiesta dei vicini che non hanno acqua gli ne danno a loro piacere per loro cortesia, e nella piazza di Santa Margherita non ostante che vi sii un pozzo comune vi sono parimenti pozzi in casa di particolari, che senza pregiudicio delle loro ragioni danno acqua a tutti li vicini che ne vogliono e sa parimenti che tutte le pianure di Corte, Molo, Santa Margherita e Bagnaresso sono abbondantissime d'acque non ostante che non vi siino che due pozzi comuni».

Un ramo dei Fieschi, che univano il predicato di Conti di Lavagna e di Rapallo, avea scelto gradita dimora sull'amena collina, ove ora torreggia la Chiesa di Corte, e ove sorse il Palazzo dei patrizii di Chiavari, ingrandito dai Durazzo, e passato nei Centurioni, e ove sorsero il Castello di Sant'Erasmo e il Convento dei Cappuccini.
La località chiamossi in Fiesco.
Il 17 maggio del 1598 Giovanni del fu Bernardo Schiattino si esamina che:
«Un pezzo di terra ossia possessione posseduta da Isabella, moglie del fu Antonio Garibaldo chiamata in Fiesco arborata di fichi, viti, citroni e altri alberi, alla quale confina di sopra la chiesa di San Giacomo di Castello, di sotto la strada, da un lato il fu Vincenzo Malaspina in parte Gio: Francesco Fiesco e dall'altro lato Minetta Gotuzzo era delli beni del fu Bartolomeo Fiesco».
Per la maggior dilucidazione di detto atto, che come i due precedenti tolsi dal notaio Gio: Battista Morello, ne presentò altro del 4 gennaio 1600, stipulato dal notaio sammargheritese Gio: Battista Pino. In virtù di esso Isabella del fu Bartolomeo Garrone, e vedova del predetto Vincenzo Malaspina, assegna al figlio Gio: Antonio che avviavasi al sacerdozio, una terra nella parrocchia di San Giacomo di Corte, nel luogo detto Fiesco, presso le terre di Isabella Fieschi, di Gio: Francesco Fieschi e di Bartolomeo Buceto, nonché un'altra terra alla predetta confinante, nella stessa parrocchia, nel luogo detto Il Giardino, ed una villa con casa presso il mare nel luogo detto la canova in Fiesco.
Il 22 marzo 1608 il Gio: Antonio Malaspina, diventato sacerdote, suo fratello Giacomo e la lor madre Isabella, vendettero per il prezzo di lire 5000 al patrizio genovese Gio: Luca Chiavari, assunto al fastigio del dogato, tutti i loro beni, compresa la casa vecchia ossia Canova presso il … denunciati dal notaio Bernardo Zerbino, che ne stipulò il contratto, nella cappella, ossia parrocchia, di San Giacomo di Corte.
Il Chiavari poi, con testamento del 14 settembre 1609, lasciò ai P.P. Cappuccini la villa, ove aveano già dato principio al Convento, e che egli avea acquistato dai Malaspina alla Canova confinante per tre lati colla strada, compresa la villa e casetta presso il mare ed il castello.
Il territorio adunque dove sorse la chiesa, e il convento dei Cappuccini scendente presso il castello al mare, facea in origine parte della parrocchia di Corte.

Il castello, che maestro Antonio da Carabo avea innalzato sulla scogliera di Sant'Erasmo, il santo vescovo gaetano protettore della nostra marineria avea mezzo secolo di vita.
Dalla sua cima era continua la veglia contro i corsari, giacché appunto era stato edificato per difendersi dall'artiglio turco, che ben di sovente azzannava avidamente le nostre belle contrade.
Il 20 settembre del 1598 il Sei, ossia l'Autorità primaria, preposta al governo di Santa Margherita, e gli otto Consiglieri, due per ognuna delle quattro parrocchie, deliberano a Bernardo Schiattino soldi 12 per andata a Genova e per il ritorno «per comprare polvere per le fortezze del presente luogo»; inoltre soldi 16, da lui sborsati a due uomini «quali fecero una baracca sopra la punta di Paragli per dove si fa le guardie pei Corsali».
Deliberarono pure che Vincenzo Costa, cassiere, tenesse per sé lire quattro per l'olio comprato per uso del castello, e «soldi 32 per lui pagati per una chiavatura, posta alla porta del castello et aguti, e per farla chiavare soldi 30».

Le botteghe di Corte accolgono gli abitanti, che mantengono viva la fiaccola del commercio.
Nella bottega di Salvatore Protomia l'11 marzo del 1600 Gio: Battista Palmieri riceve una partita di denaro, che promette di portare in Maremma, in Romagna, nella Corsica e nella Sardegna, ove si sarebbe recato alla pesca delle acciughe e dei coralli sopra il leudo del patrone cortese Venerio Palmieri, recando poi a Corte una quantità di frumento, tenendosi il quarto del guadagno.
Sono le vecchie società dette di accomandita, che fioriscono ancora, e sono per i nostri esauribile fonte di lucro.
Nella bottega di Battista Maragliano, il 18 aprile del 1600, Lazaro Bruno promette a Gregorio Dodero, di Boccadasse, fabbricare un leudo, lungo palmi 27, tutto di legno di quercia, per il prezzo di lire 98.
Lo scalo di Corte non è dunque inattivo se vi si agitano i maestri d'ascia coll'opere loro febbrili.
E non si stette con le mani alla cintola.
Il 29 agosto del 1600 l'Arcivescovo di Genova, a preci di Giuseppe Favale, sottopriore della Masseria di Corte, diede licenza ai parrocchiani, di ristorare, riedificare, aumentare la Chiesa, e di mutare il coro, secondo la forma da dichiararsi dall'Arciprete e Vicario Foraneo di Rapallo. Questi, essendo ammalato, il 31 agosto delegò il Rev. Giulio Mauri, rettore delle due chiese annesse di San Siro e di Santa Margherita.
Il coro fu mutato e al suo posto fu aperta la porta maggiore della Chiesa, in faccia al mare sonante, essendo parroco di essa il Rev. Benedetto Schiattino.

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