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    Pezzi di storia

Il Primo Stemma della Comunità di S. Margherita
di Arturo Ferretto

Il Mare – 17 maggio 1913

Il 19 novembre 2015 "La Gazzetta" ha pubblicato l'articolo "Lo Stemma di S. Margherita" di A.R. Scarsella, comparso su "Il Mare" del 21 maggio 1932

Ogni anno la Comunità di Santa Margherita eleggeva un Commissario delle guardie, che dovevano vigilare contro i turchi ed i pirati invasori.
I loro artigli avean lasciato nelle carni dei nostri vecchi solchi profondi, che sanguinavano sempre, ed i ricordi tristi facevano continuamente ressa, onde castello s'imponeva la necessità di volgere lo sguardo all'onda perigliosa e guatare le vele lontane, che s'affacciavano sull'orizzonte.
Il 13 maggio del 1601 gli Agenti della Comunità di Santa Margherita, e per usare il termine più antico, di Pescino, facevano scrivere al Senato di Genova dal loro cancelliere notaio Gio: Battista Morello la seguente lettera:
«Avendo noi eletto e nominato per capo d'armi e commissario delle guardie che si hanno da fare nel loco di Santa Margarita e nella giurisdizione di essa tanto per il dubio de infedeli quanto per qualsivoglia altra causa et occorenza per un anno venturo Gio: Antonio Boglio di Nicolò, perciò supplichiamo Vostre Signorie Serenissime si degnino a tale ufficio e carico deputarlo con li soliti onori e carichi che a simili ufficiali sono soliti di concedere come speriamo da quelle ottenere».
E il 13 giugno del 1601 Gio: Battista Mainero, podestà di Rapallo, scriveva al Senato:
«Comparendo da me Gio: Antonio Boglio eletto commissario per le guardie del luogo di Santa Margherita, mi ha richiesto licenza per sei uomini di poter portare le armi per tutta questa giurisdizione il che per molti rispetti non ho voluto consentire, ma glielo ho data per la notte quando va a visitare le guardie, della quale pare che non si quieti.
Mi è parso dargliene ragguagli con raccordarli che il dar licenza d'armi alli uomini di detto borgo causerà qualche grave inconveniente, per esservi di molte risse».
I documenti non ci dicono il perché il commissario Boglio, che nel calendario del Podestà di Rapallo peccava di irrequietezza, sia stato posto in una delle segrete del castello di Rapallo.
Mancando però il capo, la disciplina stessa delle guardie avea subito un rilasso marchevole, tanto che il Podestà, il 23 giugno del 1601, denunciava al Senato:
«Il giorno del Corpus Domini mi fu riferito che a Santa Margherita non si facevano diligenti guardie per infedeli per essere il commissario eletto di esse ritenuto costì in carcere, al che come geloso del bene universale, mi risolsi andare in persona alla sera per visitarle. Così essendo andato ivi mi furono usate le insolenze dal guardiano come per li testimoni che qui incluso mando, saranno servite vedere. Detto affronto non può procedere da altro salvo dall'ordine dato per il Sei di esso luogo e dal detto eletto commissario per dette guardie, i quali pretendono che io non li abbi superiorità sopra di loro per dette guardie. L'uomo che mi ha usato il mal termine, lo ho ritenuto carcerato e di esso ne seguirà quello, che da Vostre Signorie verrà comandato».
Il Sei, che con tal nome chiamavasi il Capo degli Agenti di Santa Margherita, equivalente ad un piccolo Sindaco d'oggi, insieme col Commissario Boglio, andava in cerca di emancipazione, misconoscendo l'autorità del Podestà, che avea sede in Rapallo, e che impernava il principio autoritario del Senato di Genova.
Del processo, che istruì l'offeso e piccato Podestà, stralcio la deposizione, che il 22 giugno 1601 fece un certo Cesare Caprile.
Egli, toccando il Vangelo, si esamina:
«Ieri sera fui chiamato dal signor Podestà per dover andare a visitare le guardie per conto d'infedeli et essendosi partiti con noi vi erano i famegli dal bargello e Filippo Canessa et uno al quale dicono il Tasso e se ne andassimo a dirittura a Corte, luogo confine a Santa Margherita, dove entrassimo senza essere sentiti da alcuno sì da essi di Santa Margherita come anche da quelli di Corte, e approssimatisi alla Torre, trovassimo la porta aperta, e salito ad alto Antonio Lucatello, fameglio del bargello dopo aver battuto alla porta per più volte e chiamato, alla fine uno di quelli che v'erano dentro sonnacchioso rispose, e salito anche ad alto il signor Podestà gli disse - a questo modo fate le guardie, ricordatevi che ne pagarete la pena negligenti che sete – e così li lasciammo avendo preso in nota i loro nomi. Partiti poi de ivi se ne andammo al Castello di Santa Margherita, dove benché arrivassimo con qualche strepito, tuttavia se gli avviciniamo sino alla porta senza essere stati sentiti da alcuno et il sudetto Antonio Lucatello salì sopra della scala e cominciò parimenti a chiamare – o della guardia – e picchiare, e dopo d'aver picchiato per più volte, sentirono quei che erano di dentro et affacciatosi uno alla finestra, il Podestà gli disse – a questo modo è che vi pare che facciate bene guardie conforme agli ordini? venite giù ad aprire – Onde esso assai presto chiamò il Castellano Lazaro Tassara a cui de jure toccava aprir la porta, et anco esso affaciatosi alla finestra disse – chi è giù? – et il Podestà gli disse – son io, venite ad aprire – ed esso rispose che non voleva aprire ad alcuno e che non conosceva alcuno, che venisse domani di giorno, che li apreria; e continuando i famegli in dirli che aprisse, che era il magnifico Podestà, esso rispose che non lo conosceva, e che non li voleva aprire, onde vedendo il magnifico Podestà la sua perfidia et ostinazione fece aprire la lanterna dov'era del lume, et si affacciò in maniera che benissimo lo poteva conoscere, gli disse che da parte del Ser.mo Senato e della sua disgrazia dovesse or ora aprir quella porta, ma esso persistendo con parole impertinenti e bestiali disse che non voleva aprire in modo alcuno e che si dovessimo levar di sotto, se no tireria dei sassi. Il che visto dal magnifico Podestà, mandò due famigli a chiamare Vincenzo Costa, Sei di Santa Margherita, il quale venuto chiamò coloro che erano di dentro, e gli disse che guardia era quella et esso li rispose che era la prima, soggiungendogli che chiamasse il Castellano, e chiamatolo si fece alla mostra e disse – oh Vincenzo sete voi – et il Vincenzo gli disse – per caotela venite ad aprire al Podestà – et il Podestà sentendo trattar di cortesia disse – no, no voglio che venga per comandamento – non stette molto che venne ad aprire, et entrati dentro ritrovassimo il detto Castellano e due altri e il Podestà le disse che guardie erano quelle che le facevano, risposero che colui al quale toccava la prima guardia non v'era venuto, e che ciò era seguito per negligenza sua, et avendo comandato il detto Podestà che si vedessero i Canoni come erano ad ordine, si ritrovorno tutti vuoti e niuno di essi ad ordine».

I documenti riferiti illustrano uno dei mille episodi, sbocciati in mezzo all'eterne guerriglie ed ai molteplici punzecchiamenti tra quei di Rapallo, sede del governo civile, e quei di Santa Margherita, intollerante di qualsiasi giogo.
L'anno dopo, in data 31 marzo 1602 il consiglio sammargheritese, e per esso il loro cancelliere notaio Gio: Battista Pino, informava il Senato, che la scelta del capo d'armi e commissario delle guardie tanto «per conto del dubio di infedeli quanto per qualsivoglia altra occorrenza» era caduta nel sammargheritese Gio: Battista Verdura.
La supplica, approvata dal Senato il 16 aprile, è munita del sigillo della Comunità sammargaritese.
E' composto esso di uno scudo, con una Croce campeggiante in rilievo, che lo divide in quattro parti.
La Croce, che ha tre piccole cuspidi in cima, è sormontata da una corona, che esce fuori dallo scudo in discorso.
I due lembi dell'asta trasversale della croce sono rientranti, onde producono uno strozzamento nello stesso scudo.
In entrambi i vani semicircolari, risultanti dallo strozzamento, si leggono le due sigle S. M., cioè Santa Margherita.
Siccome i sigilli erano pure gli stemma delle Comunità, noi possiam dire, senza tema d'incorrere in errore, che la Croce, desunta dal sigillo sammargheritese, fu il primo Stemma della città di Santa Margherita.

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