Testata Gazzetta
    Pezzi di storia

I racconti del vecchio nostromo
di Gio. Bono Ferrari

Il Mare – 9 marzo 1940

Santa Margherita Ligure nel 1661

Ai miei tempi, diceva il buon nostromo De Zerega, S. Margherita era tutta e soltanto dei sanmargheritesi. Era già venuto, è vero, il signor Nicola Maragliano a fondare l'Hotel Belle Vue per la comodità dei forestieri di passaggio. Ma all'infuori di quell'ambiente d'eccezione, ove non si parlava che in lingue barbare e impossibili, tutto nella cittadina era ligure e ben ligure.

articolo ottenuto per cortesia della sig.a Gianna Vinelli

A principiare dall'unica locanda del borgo che era proprietà di G. Felugo, e che si chiamava degli «Amici». I caffè pubblici, veri e proprii erano soltanto tre. Il «Marittimo», sulla piazza della Chiesa, proprietà della signora Rainusso Rosa in Boero e che era frequentato dai parrucconi più grossi del paese. Il «Ligure», gestito dal Candiani, aveva anche il bigliardo. V'era poi quello proprio per noi, per tutti i coriacei navigatori degli scali di Sardegna, dell'Arcipelago e dello Atlantico. Trovavasi in Via Corte ed era del burbero ma buono Francesco Casabona, che in gioventù era stato navigatore. Quel caffè marinaio era proprio il ritrovo di tutti quelli che partivano o che arrivavano. Lo diceva il suoi stesso nome: «Al Ritorno». Il suo stanzone, piuttosto basso, era sempre affollato e pieno di fumo. E in certi giorni fissi della settimana funzionava un po' come la Borsa del porto. I nostri calafati ed i mastri d'ascia erano di prim'ordine e assai rinomati. Nel ceto marittimo si sapeva che quando un bastimento era stato calafatato dai nostri, diventasse stagno come una botte e poteva con tranquillità affrontare le boriane del capo d'Horn.
E, come dite?, quanto valeva una tazza di caffè? Il buon Casabona ne aveva sempre un'enorme caffettiera di maiolica pronta, a bagno maria. Il caffè non lo serviva in tazze, ma bensì in «gotti» e lo si pagava, assai buono, un soldo. Con il poncino alla livornese costava due soldi. Vedete che c'era da scialare. Eppure, credetelo, qualche volta noi si faceva dei debiti. Quando, specialmente nella stagione invernale, l'imbarco tardava a venire. Ma il burbero Casabona ci serviva lo stesso ed annotava le consumazioni su un libraccio lungo e stretto, fasciato di verde, che mi pare ancora di vederlo. Quando il conto diventava un po' lungo Franceschino mi diceva: «Nostromo, fatemi un bastimento a mezzo scafo». Ad altri diceva: «Tu mi preparerai un bastimento in questa bottiglia». E noi, ben contenti di pagare i nostri debitucci con questi lavori marinareschi, si cercava di accontentarlo. Poi, finalmente si partiva, chi per Rangoon, chi per il Pacifico. E si ritornava dopo due o tre anni d'assenza…

E si ritrovava la nostra cittadina sempre più bella. Sul vecchio cantiere c'era sempre qualche veliero in costruzione E le barche per la pesca del corallo erano allora assai numerose. Vi basti sapere che Santa Margherita vantava delle forti ditte che negoziavano il corallo all'ingrosso. Alla Corte v'erano i fondachi di Boffaro Leonardo e di Favale Domenico. Francesco Vinelli aveva magazzeno in Via Sella. Anche Costaguta Angelo mandava molto corallo a Genova. E il cav. Gio. Batta Raggio aveva i depositi in quella che noi chiamiamo la via nuovissima.
V'erano poi, numerosissime, le fabbriche di cordami da bastimenti. Era un'industria, questa, nella quale S. Margherita veramente eccelleva. Non me le ricordo proprio tutte. Ma mi pare che le più importanti fossero quelle di Bozzo Luigi, G. Campodonico, Pietro Campodonico, G. De Bernardis, Luigi Devoto; Giacomo Lastreto, Nicolò Luxardo, Antonio Marré, Merello Benedetto, Pastine Giuseppe e Merello Gerolamo, che avevano le fabbriche verso S. Siro. Di altre piccole fabbrichette di cordami ricordo ancora quelle di Beretta Agostino, Luigi Canessa, Canale Gerolamo, Francesco Dezerega, un Piola e un Pendola, che prima era stato un ottimo nostromo.
A quei tempi eravamo altresì forti produttori di olio, che esportavamo direttamente al Sud America. I nostri frantoj erano rinomati. I più importanti, per l'esportazione, erano quelli dei fratelli Costa Carmagnola, del Pini Palmieri cav. Francesco e Gio. Batta Oneto, che era anche l'agente dei Baroni Baratta.
Non parliamo poi dei merletti a mano. Quelli, lo sanno fino le pietre, sono i più stimati in tutto il Sud America. Noi, con i bastimenti, li portavamo al Plata, al Cile e al Perù sotto forma di «paccotiglia», arraggiandoci acciò che le dogane americane non s'accorgessero di nulla. E guadagnavamo più con i «pizzetti» che colle nostre paghe di bordo. Come i negozianti erano tutti di Santa Margherita, ci consegnavano la merce al fido, a pagarla al nostro ritorno dalle Americhe. E noi - quando si ritornava - aggiustavamo i conti con delle monete d'oro sud-americane. Le case più importanti che io ricordo erano quelle di Bafico Angela, che aveva anche bottega a Genova in Via Scurreria; Costa Maria, Marianna Maragliano, Rosa Lanata, Gerolamo Barbagelata, Brizzolese Maria, Nicoletta Cassottana, Costa Margherita, Luigia Barbagelata, ed alcune altre che più non ricordo.
Dei nostri vecchi armatori dell'epoca della vela vi posso nominare quelli con i quali ho navigato. I più «bulli» perché possedevano dei grandi ship's per le navigazioni oceaniche, erano Rainusso Filippo e Angelo figlio; un altro Rainusso Angelo fu Angelo, che abitava alla Calata; Costa dei Carmagnola e Costa di Santo Tomè, che avevano anche velieri per i traffici del caffè dalle Antille.
V'erano poi gli armatori Bozzo Luigi e fratello; Carlevaro Agostino, che abitava in Via Sella; Costaguta Angelo, che aveva la sua casa a Corte; Piras Donato e Cap. Stefano De Zerga, che erano soci; e l'edile Schiaffino Giacomo e Dapelo e Gio. Batta Tavolara, che avevano bastimenti per i traffici vinaccieri. Cap. Schiaffino Giacomo, lo ricordo bene, era di razza camogliese e abitava in Via Nuovissima.
V'erano poi tanti ottimi capitani di «mar afuera» [mare aperto] e dei buonissimi e numerosi padroni da cabotaggio. Ma di questi, se mai, ve ne parlerò un'altra volta. Così favellò un caro e vecchio nostromo di Corte, durante un sereno meriggio di primavera.

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