Testata Gazzetta
    Pezzi di storia

Un Natale a S. Margherita
di Attilio Regolo Scarsella

Il Mare – 23 dicembre 1933

Che sia stato un bel Natale, no davvero! Ma anzi per questo ricordarlo giova; perché a quanti si dolgono dei nostri tempi di crisi, non sarà inutile far vedere che ci furono già crisi più dolorose e tempi più difficili dei nostri.

articolo ottenuto per cortesia della sig.a Gianna Vinelli


Il Natale di cui si vuoi parlare è quello del 1799: e questa data basta a chi abbia una sia pur superficiale cognizione della storia, per mettergli davanti la scena del dramma.
Da due anni l'Italia era sossopra. Nel 1797 il Generale Buonaparte aveva sconvolto regni e repubbliche nella Valle padana.
Era quindi partito indirizzando agli Italiani le famose parole: «Noi vi abbiamo dato la libertà; sappiatela conservare». E per aiutarli all'uopo, vi battaglia aveva lasciato 25.000 Francesi; indi era andato in Egitto a pescare nel Mar Rosso quelle chiavi del Mediterraneo che più tardi furono tanto rinfacciate a quel Ministro italiano che si era proposto il medesimo scopo.
I Francesi rimasti avevan continuato nell'anno seguente, parte con l'armi, parte con la propaganda, sempre tra ruberie e prepotenze d'ogni maniera, la facile conquista. Ma appena l'avevano compiuta, che Austria e Russia e Napoli s'eran mossi alla riscossa; e sulla fine del 1799 i Francesi ricacciati dal resto della penisola, si erano ridotti nel Genovesato, dove gli Austro-Russi, avanzando dalla Lunigiana e calando giù dalla Val Polcevera, gli incalzavano per rinserrarli in Genova.
Al momento di cui si tratta, la guerra era concentrata sul nostro Golfo, ed era un succedersi ininterrotto di offensive e controffensive, di avanzate e ritirate, or degli uni or degli altri. Figurarsi le condizioni di questi paesi.
Il miglior modo per ciò sarebbe una scorsa negli archivi comunali di Rapallo e S. Margherita (quello di Portofino fu dato alle fiamme dal popolo nel 1814 per festeggiare la fine della dominazione francese). La congerie disordinata di proclami, di ordinanze, di imposizioni, di cambiamenti dell'autorità a distanza di giorni, talvolta di ore, il silenzio stesso delle ultime settimane possono soli dare un'idea della disperata confusione di quei tempi, che culmina appunto nelle feste del Natale.

Ma i guai grossi cominciarono già in settembre.
Sino allora, bon gré, mal gré ci s'era acconciati a quel preteso regime di Liberté, Egalité, Fraternité. D'improvviso, il 7 di quel mese, gli Austriaci sono a Rapallo; il 9 a Santa Margherita. Tutta la Rivoluzione è abolita d'un colpo; il che non sarebbe gran male; il male è che a questa gente bisogna dar da mangiare.
Il Comandante austriaco ordina la requisizione di tutto il grano disponibile presso i mulini di Paraggi.
La requisizione è appena finita ed ecco qua di nuovo i Francesi; ma, per una sola giornata; soltanto il tempo necessario per esigere 600 razioni di pane. E il giorno dopo ancora gli Austriaci, che impongono una contribuzione di lire due per ogni mille di beni immobili.
E come i belligeranti, così si succedono le amministrazioni. Oggi governano i Cittadini Municipali; si imbandiera l'Albero della Libertà; la parola d'ordine è: «Francia e Repubblica». Domani si va ad ossequiare la I. e R. Reggenza; si canta il Te Deum; si inneggia a Sua Maestà Apostolica.

copertina Ricerca storica sul periodo francese a Santa Margherita Ligure


A mano a mano che l'anello si stringe, sembra crescere nei combattenti la rabbia degli uni per assalire, degli altri per difendersi, di tutti per spogliare i cittadini. Il Generale Darnaud ordina entro ventiquattro ore 1500 paia di scarpe a S. Margherita, 1000 a S. Giacomo; o (giacché non tutti i Margheritesi e Cortesi sono calzolai) L. 6000 a quelli e 4000 a questi.
Poi una giornata di respiro; e tosto sopraggiunge il Maresciallo D'Aspre con gli Austriaci, che domandano dentro due ore 700 razioni di pane, carne e vino, più una imposizione di lire 20.000.
Siamo ormai sotto il Natale. Comincia la novena e a cantare le dolci note dell'inno popolare: «Natale maccaruìn…» sopraggiunge un corpo di volontari Genovesi in rincalzo alle saldatesche di Francia. Dagli amici mi guardi Iddio. La prima cosa che fanno, mandano a chiedere alla Municipalità 200 razioni di pane e vino, ben dovute a chi combatte «per difendere la vita e gli averi dei cittadini!».
Ma una ben più grave minaccia s'annuncia da un'altra parte. Sobillata dagli agenti del Piemonte e dell'Austria, tutta la Fontanabuona insorge contro i Francesi e diventa una piccola Vandea. Bande di armati scorazzano per le campagne, tra gli avamposti, spogliando gli abitanti e saccheggiando le case.
I poveri Margheritesi non sanno più a che santo rivolgersi. Ora anche quell'ombra di autorità cittadine che, bene o male, c'era stata, viene a mancare. Il 22 dicembre sono qui i Francesi, i quali ordinano di eleggere una Commissione di tre per governare il paese. E l'elezione si fa: ma dei tre eletti, uno si è nascosto, uno si dà ammalato, il terzo è disposto al carcere piuttosto che accettare.
S'arriva alla vigilia. S. Margherita è esausta. Alla famiglia Pino, la più facoltosa del paese, tutte le giarre dell'olio sono state vuotate. Nella bottega di Gerolamo Costa non resta più un soldo di cacio, né un'oncia di pasta. In casa Raggio si è insediato un Chef de bataillon con tutto il suo Stato Maggiore; e, trovando eccellente il vin di Nozarego, vuotano le bottiglie per sé e le botti per la bassa forza.
Ed ecco si sparge la notizia che a Portofino ha dato fondo una fregata inglese, e che si dispone a bombardare Santa Margherita per sloggiarne i Francesi. Così spunta l'alba del giorno sacro alle più care gioie famigliari.
Tedeschi e Russi a Rapallo, Inglesi a Portofino, Francesi a S. Margherita, Genovesi a S. Lorenzo, banditi dappertutto. Un vero Natale internazionale; una specie di Ginevra avanti lettera; una Società delle Nazioni meno pacifica, meno ciarlona, ma più attiva e più sincera di quell'altra lassù.
Mancano i padroni di casa, perché «se Dio non provvede qualche rimedio» dice una nota in un registro di casa Pino, «tra poco non ci resterà altro che i cani». Ma a veder banchettare lo straniero in casa loro, gli Italiani c'erano avvezzi ormai da tre secoli.

Nella mattinata del 25 i Francesi, prima che s'avveri la minaccia d'essere presi tra due fuochi, sgombrano S. Margherita. Un silenzio di morte regna nei caruggi deserti. I pochi Margheritesi rimasti si raccolgono a celebrare il Natale intorno alle mense mal guernite con gli scarsi cibi a stento salvati dalle requisizioni e dalle rapine.

Così celebrarono gli avi nostri il Natale del 1799. Pensiamo noi a far sì che nulla di simile debba mai più accadere alla nostra patria, ricordando che gli angeli del Signore vennero ad annunciare la pace agli uomini di buona volontà. E giacché tra questi sono da mettere quelle brave persone che hanno la forza e la pazienza di leggere le mie filastrocche, a loro vadano i miei augurii di lieto Natale.

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