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    Pezzi di storia

Il Marchese Opizzo Malaspina
di Arturo Ferretto

Il Mare – 11 + 18 + 25 settembre 1920

I Feudatari della Fontanabuona

I poeti provenzali, varcate le Alpi verso la metà del secolo duodecimo, e scesi nell'alta Italia col liuto o la giga1 sulle spalle, a piedi o su sfiancati ronzini, chiesero ospitalità alle più ricche famiglie di quella regione, poiché per carattere eminentemente aristocratico dell'arte coltivata, stemma solean prediligere la pompa dei broccati principeschi ed il fragor dell'acciaio.
Scrivendo ciò il Prof. Francesco Mannucci in un erudito lavoro intorno a «I Marchesi Malaspina e i poeti provenzali» aggiunge che forse prima che presso i Malaspina, vennero e furono degnamente accolti alla corte dei signori del Monferrato, illustre ramo di stirpe salica2.
La potenza però della casa Malaspina, il suo dominio amplificato da Opizzo con le investiture cesaree, e magnificato poi quale il più vasto dell'Italia superiore entro i versi di Goffredo da Viterbo, e ancora le sue strette relazioni con la famiglia aleramica: già nota per le continue cortesie, invogliarono ben presto i trovatori, instancabilmente girovaghi, a varcare la soglisa del suo castello.
Eugenio Branchi nella Storia della Lunigiana Feudale, edita nel 1897, ci fa sapere che Opizzo di Alberto Malaspina, per i fatti politici, ne' quali si trovò involto, è uno dei personaggi più interessanti nella storia d'Italia dei tempi suoi.
Potente per le molte terre e castella, che possedeva nella Lombardia e nella Liguria, e fornito di non ordinari talenti di guerra, fu col Marchese Guglielmo di Monferrato l'antesignano della nobiltà feudale contro il principio della libertà dei Comuni, e però ricercato e ben affetto all'Impero; fu poi il solo tra i grandi d'Italia, che, veduta pericolare la indipendenza della patria comune, abbandonato il primo partito ed entrato nella celebre Lega Lombarda, se ne fe' quasi capo, assicurando alla Lega stessa il glorioso fine che conseguì, ed a sé medesimo, amplia conferma dei suoi privilegi, e, decoro infinito, la riconoscenza delle future generazioni.
Nel 1130 Opizzo Malaspina insieme al fratello Guglielmo stringeva alleanza col Comune di Genova, promettendo di difendersi reciprocamente da Savona a Gavi, Parodi e Montaldo.
I Malaspina giuravano di abitare due mesi a Genova, salvi rimanendo i patti, stipulati coi Lucchesi, col Vescovo di Luni e cogli uomini di Lavagna.
Nel 1141, un anno circa dopo che Opizzo rimase privo del padre, la città di Piacenza, mal vedendolo soprastargli con la vicina Val di Taro ed altre contigue terre, delle quali era Signore, talmente lo tempestò con le sue scorrerie, che in unione al fratello Guglielmo, non ancora ben pratico dei maneggi politici, fu costretto cedere il castello di Compiano e sue pertinenze, onde veniva necessariamente il suo feudo a confinare con Varese, territorio ligure.
Se la gran lotta fra il Comune e l'Impero fa mirabilmente campeggiare il Malaspina per l'opera di guerra audace e possente, per la vita strettamente feudale, la vita interna di quei larghi dominii, ottenuti a mezzo il secolo XII, ce lo presenta or tiranno di miseri vassalli, protendenti il collo a un giogo inevitabile, ora feroce aquila di rapina, appostato dietro le rupi dell'Apennino, lungo il Taro, la Magra e la Trebbia, per piombare ad un tratto sulle attese prede.
E le storie raccontano che l'abate di Cluny, mentre attraversava malcauto i possedimenti dello stesso Opizzo, dirigendosi a Roma, onde lo chiamava il pontefice Eugenio III, si trovasse improvvisamente accerchiato dai suoi bravi e ne fosse iniquamente spogliato.
-Altra volta – nel 1155 – così sempre i cronisti – in Tortona, gli Imperiali liberarono un magnate greco «che Opizzo cognominato Malaspina, per estorcergli denaro, aveva catturato e vi tenea prigione».
Egli, come capitano dei Milanesi, fu tra i principali difensori di Tortona, assediata da Federico I, caduta il 15 aprile del 1155, quando il difetto d'acqua e di vettovaglie la obbligarono a scendere a patti.
Scrive il Branchi che Federico, stupefatto dal valore e perizia di guerra di Opizzo, mentre faceva crudelmente saccheggiare la infelice ed eroica Tortona, il ricercò e lo accolse nella sua grazia, sembrandogli uomo da non doversi aver per nemico.
Ma fosse questa la ragione, o l'altra più probabile, che Opizzo, veduta crescere la potenza di Federico in Italia, da che si era anche in quell'anno dal pontefice Adriano IV fatto coronare imperatore, cercasse egli medesimo il favore del monarca, certo è che il Malaspina, dopo il saccheggio di Tortona, fu aderente al Barbarossa3, avendo seguito le parti di lui fino al 1168, anno nel quale entrò a far parte della Lega Lombarda.
Ed il Vignati nella Storia Diplomatica della LKega Lombarda, ci fa conoscere che nel luglio del 1156 i Milanesi «con incredibili sacrifici d'uomini e di danari, rifabbricata Tortona, battono il Malaspina, e si rinfrancano dell'amicizia di Piacenza in posizione opportunissima da tener argine al Malaspina, defele all'impero».
Sui primordi dell'agosto del 1157 i Signori del castello di Passano, obbligando i loro beni di Levanto e di Moneglia, giuravano fedeltà al Comune di Genova per il castello di Frascati su quel di Castiglione (Chiavarese), e Strambo, uno di detti condomini, dichiarava apertamente di riservarsi il diritto di poter cedere la parte, spettantegli su detto castello e su quello di Frascarino al marchese Opizzo Malaspina, ed al figlio Alberto, notissimo, scrive il Mannucci, per aver composto, primo fra tutti gli Italiani, dei canti in lingua provenzale, ad imitazione di quei signori stranieri, che già s'eran provati nel maneggio della bell'arte, considerando l'abito poetico come qualcosa d'imprescindibile alla galanteria cavalleresca.
Nel giugno del 1157, come affermano le cronache piacentine, i Pavesi, il Marchese di Monferrato ed Opizzo Malaspina entrano trionfanti nel castello di Vigevano; il 4 ottobre 1158 il Malaspina vende al monastero di Sant'Alberto di Butrio, in diocesi di Tortona, il castello e la villa di Pizzocorno, dando a pegno la metà di Casalazzo; in detto anno fu tra coloro, che per la dieta di Roncaglia vennero obbligati a rassegnare le regalie all'Impero, le quali però riottenne per avere forse giustificato privilegi e concessioni legittime; nel 1159 essendo il Marengo coll'Imperatore assistette, come testimone, ad un placito dall'Imperatore medesimo pronunziato contro l'avo del tiranno Ezzelino da Romano, e nel 1160 si vide obbligato a somministrare milizie per la guardia imperiale a Pavia.
Il 2 dicembre 1160 il marchese Opizzo, trovandosi in Alpepiana, nella valle d'Aveto, alla presenza del pavese Rogerio Catasso, giudice dell'imperatore Federico I, conferma al monastero di San Pietro in Ciel d'Oro di Pavia, le decime, che gli spettavano sulla chiesa plebana di Alpepiana.
Nel 1161 fu presente ad una convenzione dell'Imperatore coi Pisani.
E, quando Federico I, i 5 giugno del 1162, volendo ampliare l'impero romano ed avere per coadiutori i Genovesi, confermò ad essi immunità e privilegi, essendo in Pavia, dichiarava solennemente che avrebbe fatto anche giurare il marchese Malaspina che non offendesse i Genovesi, quando partecipassero a qualsiasi spedizione imperiale. Ed era pur presente il Malaspina.
Dalla valle d'Aveto ove i Malaspina avean spiegato le tende, alla valle di Fontanabuona era breve il passo.
Il Malaspina avea fautori gli uomini di Mereta in quel di Leivi, passo strategico sulla via di Chiavari.
Nel giugno del 1164, come raccontano gli annali di Oberto Cancelliere, l'Arciprete di Cicagna insieme coi suoi parrocchiani fecero ricorso al Comune genovese, onde li aiutasse contro i Malaspina e gli uomini di Mereta, che in ogni guisa li opprimevano, mostrandosi pronti a pagare i soldati, che sarebbero corsi a difenderli ed offrendo il poggio di Monleone, acciò il Comune vi fabbricasse un castello, del quale fu ordinata la costruzione, sebbene gravi discordie dividessero la città.
Malgrado ciò, il 29 settembre del 1164,m Federico I, da Pavia, prendeva sotto la sua protezione il Malaspina pro suo magnifico et preclaro servitio e gli confermava la soprascritta castellania di Mereta Figarolo, su quel di Lorsica, Soglio coi suoi pedaggi, nella Fontanabuona, la metà di quello, che i suoi antecessori possedevano in Lavagna e nella valle di Sestri, il castello di Levanto, Montebruno nella valle di Trebbia, Montoggio, ed un'infinità di altri beni nei comitati di Tortona, Milano, Brescia, Bobbio, Lodi, Parma, Piacenza e Genova.
Come se tutti questi beni non bastassero, il 13 dicembre del 1165 il Priore del monastero di San Marziano di Tortona infeudava al Malaspina la corte di Salto, Recco ed Uscio, quelle di Passano, di Lagneto e di Moneglia, e mentre in detto anno i Consoli di Genova sentenziavano nella lite vertente tra il Comune ed il Malaspina per il castello di Monleone; pericolando l'incolumità del feudo malaspiniano per uno sbarco fatto dai Pisani a Portovenere, veniva inviato Marcello Malaspina, primogenito di Opizzo in soccorso dei dannegiati Genovesi, il quale sbaragliò i Pisani, parecchi tagliò a pezzi costringendo i superstiti a ritirarsi sollecitamente alle navi.
Moruello Malaspina è degno d'encomio. La prima voce provenzale, scrive il Mannucci, che risuonò in quei castelli, appolaiati sui verdi gioghi dell'Apennino, fu appunto una voce di civiltà, naturalmente cavalleresca; chi la profferse, un vero maestro del genere, uno dei più abili artefici di versi, e nel tempo stesso dei più rigidi diffonditori dei precetti riguardanti il buon vivere aristocratico: Giraldo di Borneilk. La canzone, che egli indirizzò a Moruello fa parte di quel suo repertorio didattico-moraleggiante, ove il meditato dettame non consente calore di sorta: «Onorato è un uomo se spende», - egli dice - «più lodato se dona, e biasimato per voler togliere e incolpato per conservare l'avere etc.» E il poeta finiva raccomandando vivacemente a Moruello il pregio della borsa: «Bel signore, largitemi un dono, Moruello, cuor di barone, non lasciate di ben comportarvi, e il pregio che in alto eleva, non lasciate per nulla affievolire!»
Il 23 novembre del 1166 i Conti di Lavagna giuravano fedeltà al Comune di Genova, dichiarando però di non far guerra Domini Malaspine, cioè al casato Malaspina, segno evidente dei buoni rapporti che correvano tra detti potenti signori.

Il 13 febbraio del 1167 Opizzo Malaspina è in Genova e partecipa ad un pubblico parlamento, ove Rainaldo, arcivescovo di Colonia, ed arcicancelliere dell'impero, espone che di ordine di Federico I chiamò i Marchesi di Gavi presso Marengo per iscusarsi dell'occupazione del castello di Parodi, e non si presentarono né ivi, né in Gavi, né in Genova, onde li poneva al bando, dichiarando che il Barbarossa avrebbe ordinato al Malaspina di non porgere ad essi alcun aiuto.
Era sceso la quarta volta il Barbarossa in Italia, accompagnato da forte esercito, ma non ingagliardito dagli italiani, che ponevansi al suo seguito; sicché, dopo aver perduto inutilmente sei mesi intorno a Bologna, voltosi ad Ancona, che si riscattò col denaro, si spinse su Roma, ad oggetto di scacciarne papa Alessandro III e porre a suo luogo l'antipapa Pasquale, il che conseguito, con salvamento però del Pontefice, che si rifugiò a Benevento, produsse a lui ed al suo esercito non lievi sventure; in quanto che cattiva ospitalità trovarono in Roma le milizie tedesche, e le febbri malariche nell'estate del 1167, decimarono l'esercito.
Con debole scorta dovette fuggire da Roma, prendendo per la Toscana e per gli Apennini la direzione di Pavia; ma, giunto presso Pontremoli, gli fu dagli uomini di quella terra, insieme a quelli di Parma e Piacenza, negato il passo, perché aveano essi incominciato a parteggiare per la Lega, giurata nel precedente aprile.
Obbligato a retrocedere per le gole di quelle montagne, affranto anch'egli dal male, e assottigliato del piccol drappello rimastogli, avrebbe anco perduta la speranza di porsi in salvo, se il marchese Opizzo, informato del suo infortunio, non si fosse presentato a guida e non lo avesse con le proprie genti, traversando pel destro lato del fiume Magra presso Villafranca, accompagnato illeso sino a Pavia, ove giunsero il 12 settembre del 1167.
Quivi il Barbarossa, subdorata la Lega Lombarda, al 21 dello stesso mese, pose al bando dell'Impero tutte le città collegate di Lombardia, e, giurato il loro sterminio, si mosse ai danni delle medesime, accompagnato, quasi a tutela della sua persona, da Opizzo, dirigendosi prima sulle terre de' Milanesi, poi contro Piacenza, sebbene ripetutamente dovesse ritirarsi in Pavia, ove declinando sempre gli affari suoi per le defezioni continue; un bel giorno di marzo del 1168, all'improvviso partì, facendo ritorno in Germania.
Prima della partenza, il Malaspina abbracciò liberamente il contrario partito.
Infatti il 27 dicembre del 1167 il marchese Opizzo, ed il figlio Moruello, si obbligano di difendere i Piacentini e tutte le città, che sono e saranno nella Lega a far viva guerra all'Imperatore dovunque, ed a piacimento delle città collegate, e consegnare alcune torri, che la Lega avrebbe fatto custodire a proprie spese; a non fare nessun accordo senza il consenso delle città della Lega ed abitare egli o il figlio colla moglie in Piacenza, finché fosse durata la guerra e far giurare i patti della Lega a tutti i loro dipendenti.
In tal modo i vassalli della Fontanabuona dovevano alimentare il fuoco contro il Comune di Genova, che non aveva aderito alla Lega.
Inoltre i due Malaspina promettevano che sarebbero andati, prima dell'aprile a restaurare Tortona, e per questa impresa Piacenza e le altre città avrebbero lor dato e mantenuto per un mese mille cavalli e mille fanti ed arcieri, e i Malaspina e i loro sudditi avrebbero avuto libero transito nelle città della Lega, senza pagare pedaggio alcuno, purché, scacciato l'Imperatore dalla Lombardia, fosse rifiorita la pace.
I Malaspina avrebbero ricevuto la moneta dai Piacentini con libero corso nei loro possedimenti, e Piacenza e le altre città confederate li avrebbero difesi insieme coi lor vassalli e poderi, giurando di non fare alcun patto, senza il loro consenso, né con l'Imperatore né coi Pavesi e promettendo di far giurare i consoli di Cremona, di Milano, di Parma e di Lodi.
Il marchese Opizzo, adempiendo all'obbligo, firmato in detta pace, il 12 marzo del 1168 ricondusse i Tortonesi nella rovinata città, sicché Tortona fu acquistata alla Lega, che crebbe in modo che ad un convegno in Lodi del 3 maggio 1168 presero parte, insieme al marchese Opizzo, i rappresentanti di diciasette città italiane.
Era in detto anno pure sorta la città di Alessandria, come baluardo contro i nemici imperiali.
I Malaspina aveano suscitata la rivolta nella Fontanabuona.
Vennero a più miti consigli, onde il 23 ottobre del 1168 in Genova, nella curia arcivescovile, giurarono fedeltà ad Ugo della Volta, arcivescovo di Genova, promettendo ai Consoli del genovese Comune di difendere nei loro territorii tutti gli abitanti della zona, che si estendeva da San Pietro di Rovereto (ove cominciava ad oriente la giurisdizione di Rapallo) sino al di là di Arenzano, e dal Giovo al Mare, cedendo qualsiasi diritto sul poggio, sul castello e borgo di Monleone in Fontanabuona, dichiarando pure di fare stare i loro vassalli della Pieve di Cicagna nell'antico diritto, che godevano, di arimanni, od uomini liberi, diritto, che detti uomini godevano già da trenta anni trascorsi.
Questo prova che trent'anni prima, cioè nel 1138, iniziando Opizzo Malaspina il suo governo feudale nella Fontanabuona avea rispettato il diritto della libertà.
Nel patto giurato sudetto i due Malaspina si obbligavano a far giurare gli uomini di Cicagna, secondo l'ordine dei Consoli, ai quali commettevano il giudizio delle liti, vertenti tra i Malaspina e gli uomini di Cicagna, ricevendo dai Consoli lire cento, due cavalli e due insegne, rinunciando al diritto, che avevano in virtù del lodo, emanato dai Consoli nel 1165, per le faccende di Monleone.
Le parti si condonarono tutte le offese, gli incendi, le prede e le rapine, fatte dai Malaspina nel genovese territorio, e dai Genovesi in quello dei Malaspina, massimamente in Cicagna, ad eccezione delle rapine fatte in tempo di armistizio.
Alla pace venne fatto ben presto uno strappo, e sentivasi già da lungi il rombo di guerra.
I Consoli di Genova si erano intanto procurato l'aiuto dei potenti Signori di Lagneto, confinanti coi Da Passano, in diocesi di Brugnato, ed essi, il 5 novembre del 1172, venuti a Genova promettevano di far guerra al marchese Opizzo da Chiavari e da Rivarola, opponendo così una diga alla lor discesa dalla Fontanabuona.
Nel dicembre del 1172, e precisamente nella settimana di S. Tommaso, come dicono gli Annali Genovesi, Opizzo Malaspina e il figlio Moruello ruppero ufficialmente la fede data, dopo un lungo lavorio di tre mesi per congiurare con i Lunigianesi, con quei di Passano, e sopratutto coi conti Fieschi e con i Lavagnesi.
Opizzo assediò il castello di Chiavari, Moruello l'isola di Sestri Levante ed altri soci il castello di Rivarola, col favore di 250 militi e 3000 pedoni. Genova tutta si commosse per questo sfregio, si fece un gran parlamento, si chiamarono gli alleati, cioè il Marchese di Monferrato, Enrico Guercio, marchese di Savona, i marchesi di Gavi, del Bosco e di Ponzone, tutti di parte imperiale, e non aderenti alla Lega Lombarda, e con un buon nerbo di volenterosi s'imbarcarono su galee, celermente allestite, che gettarono le ancore nel porto di Rapallo, ove giunse pure un forte manipolo per la via di terra.
Prima che l'esercito seguendo, la via romea che da Rapallo conduceva al castello di Chiavari, ivi arrivassero, gli uomini, che erano in esso avean promesso lire 300 al marchese Opizzo perché partisse, non bruciando però il borgo, da poco costituito, il che fece, di fronte all'incalzare dell'esercito genovese, il quale recossi a Cogorno per punire gli spergiuri ed i traditori, ripiegando poi a Sestri.
Il marchese Moruello, inseguito sino a Moneglia prese la via dei monti non potendo l'esercito genovese tenergli dietro, per il gran freddo, per i geli e per i venti impetuosi.
I Genovesi, accortisi che veniva meno la fede di alcuni aderenti, credettero opportuno di stipulare a Sestri una tregua, durevole sino a Pasqua, sicché l'esercito tornò vittorioso a Genova.
Anche allora i trattati erano, se non di carta, almeno di pergamena, e si potevano stracciare.
Il marchese Opizzo ed il figlio Moruello ruppero ancora una volta la data fede, e nel febbraio del 1173 (tolgo la narrazione dagli Annali di Genova) sobillati non pochi dalla Valdinievole sino a Rapallo, radunarono clandestinamente un esercito coll'idea di avere la resa dei castelli del Genovese Comune.
I Consoli conobbero in tempo le mosse dei traditori, onde assoldarono un esercito, che, capitanato dal console Ingo de Flexa, si fermò, per ostacolare il cammino dei nemici, a Moneglia, ove edificò il castello chiamato Castelfranco.
Una buona alleanza fu stretta coi Marchesi di Gavi, i quali, il 12 aprile del 1173 promettevano di guerreggiare i Malaspina, il che portava di conseguenza un grande dislocamento di forze per parte dei Malaspina, i quali possedevano nella Val di Trebbia, nella Valle Scrivia, e nella Valle di Borbera non pochi castelli, de' quali agognavano il possesso i Marchesi di Gavi.

Ancora una volta i Malaspina escono ai danni di Genova.
Il marchese Opizzo, congregato un esercito, scende dalla valle d'Aveto, marcia a grandi giornate nella Fontanabuona, ove l'aspettano i suoi fidi Cicagnini, e cinge d'assedio il castello di Monleone, nonostante che avesse rinunciato ad ogni diritto su esso. Sui primordi dell'ottobre del 1173 si forma a Genova un esercito di 360 pedoni e 1500 balestrieri, i quali giungono in tempo per soccorrere Monleone.
Chiese il marchese Opizzo di accordarsi coi Consoli del Comune, i quali militavano nell'esercito, ma essi non accettarono alcun patto, sicché il Malaspina, questa volta eroe da strapazzo, approfittò della notte per fuggire, il che diede agio all'esercito vittorioso di rinforzare ed incoraggiare il presidio dei castelli di Rivarola, di Chiavari e di Sestri e di far una marcia forzata contro i Signori da Passano, distruggendo il loro castello.
Siccome i due Malaspina si erano confederati con Pisa, nemica di Genova, i Consoli genovesi cercarono l'appoggio del Marchese di Massa, nemico di Pisa, al quale, nel novembre del 1173, promettevano una somma, se avesse dato in potere del Comune genovese il marchese Opizzo ed il figlio Moruello.
Col Marchese di Massa giurarono pure gli uomini di Portovenere, ed i Consoli, per far dispetto ai Fieschi, conti di Lavagna, i quali aveano preso l'armi contro Genova ed osarono pur essi ribellarsi, confederandosi coi Malaspina, il 9 dicembre del 1173 diedero la libertà a non pochi loro sudditi.
Le cose non potevano durare così anormalmente.
Le due parti in contesa, i Malaspina cioè ed i Consoli, scelsero, per dirimere i loro piati, parecchi arbitri, i quali, il 14 marzo del 1174, ingiunsero ad Opizzo ed a Moruello di far pace col Comune di Genova, e con i confederati marchesi di Parodi, di Massa, di Gavi, coi Signori di Lagneto, Celasco e Montaldo, e con tutti coloro, che aveano aiutato i Genovesi nella guerra sostenuta; di dare in potere dei Consoli il castello di Figarolo, su quel di Lorsica, per distruggerlo dalle fondamenta, col divieto di riedificarlo; di cedere al Comune genovese tutti gli uomini della Pieve di Cicagna, e colla proibizione di non far castelli dal Corvo sino a Genova.
Lo stesso giorno Alberto, figlio di Tedisio Fieschi dei conti di Lavagna, e conte pure di Rapallo, il quale non si era ribellato, giurò, essendo in Lavagna, di far pace con il marchese Moruello.
L'indomani, 15 marzo, i Consoli genovesi si obbligavano di pagare, per la Domenica delle Palme, L. 400 al marchese Opizzo, e quindici giorni dopo Pasqua mille per la distruzione dalle fondamenta del castello di Figarolo in quel di Lorsica. Se qualche persona avesse impedito ai Malaspina il possesso di detto castello, per farne la consegna al Comune, i Consoli non avrebbero dato né aiuto né consiglio, finché il castello non fosse tornato in potere di Malaspina, ché anzi avrebbe ordinato agli uomini di Monleone, che se ne erano impadroniti, di consegnarlo ai Malaspina. Che se i Malaspina non lo consegnassero per tutto il mese di maggio, non avrebbero avuto la somma pattuita, ed inoltre il Comune diventava assolutamente padrone degli uomini di Cicagna, col patto espresso che il Comune di Genova non avrebbe potuto edificare alcun castello sul poggio di Figarolo, senza licenza del marchese Opizzo e del marchese Moruello, e che i borghesi abitanti a Pietra Coperta (presso Arcola) non potessero accettarsi nei castelli e nelle ville di Passano, di Frascati e di Sestri, senza licenza dei predetti Marchesi.
Anche il castello di Nasci doveva essere distrutto.
Forse questa condiscendenza dei Malaspina si ebbe per il prossimo arrivo del Barbarossa, il quale tornò in Italia per la quinta ed ultima volta, nel settembre del 1174, scendendo per la Borgogna e per la Savoia, avendo seco il Re di Boemia e non pochi altri Principi di Germania, e quello, che maggiormente montava, un fioritissimo esercito; occupò Torino ed altre città, che spontaneamente gli si arresero; e giunto a Susa, perché lo aveva infestato nella sua ultima dipartita, trovatala vuota, in quanto che gli abitanti, non apparati alla resistenza, l'avevano abbandonata, la ridusse ad un mucchio di polvere; assediò e prese Asti per capitolazione e frettoloso si spinse dentro la nuova città di Alessandria, intorno a cui consumò Federico molti messi dal 29 ottobre 1174 ai dì di Pasqua dell'anno seguente.
Nel frattempo i Tortonesi per viemmeglio accaparrarsi l'animo di Opizzo Malaspina, il 16 novembre del 1174, concessero a lui ed ai suoi figliuoli un mulino, una casa ed un forno in Tortona, colla garanzia di salvarlo colla sua famiglia in tutto il territorio tortonese, permettendogli di riscuotere il diritto del pedaggio a Serravalle, e facendo pur giurare quei di Serravalle. I Malaspina promettevano di difendere i Tortonesi in tutti i loro feudi.
Sbaragliato il Barbarossa, si mosse contro Tortona, ove l'attendeva l'esercito della Lega.
Le storie ci parlano diffusamente della tregua di Mombello (16 aprile 1175), della battaglia di Legnano (29 maggio 1176), dell'arrivo di Alessandro III e Federico I a Venezia, per trattar la pace, ove il primo agosto del 1177 viene firmato un armistizio.
Tra le città, aderenti a Federico I, vi era Albenga, Ventimiglia, Savona, Tortona, da poco convertita, e Genova; tra quelli aderenti sempre alla Lega i Bobbiesi, Opizzo Malaspina ed i suoi figli.
Durante la tregua trova il marchese Moruello Malaspina domiciliato in Genova, in Canneto, nella casa dei Pignolo, dal 30 agosto 1179 al 5 settembre dello stesso anno prendere alcune somme a prestito, essendo presente Alberto de Bolago (il nostro Beûgo) di Rapallo.
Ed in Genova pure trovasi il 28 febbraio del 1180 Opizzo Malaspina ed il figliuolo Opizzino, cedendo sotto tal data due denari per ciascuna soma sui pedaggi di Torriglia, promettendo di far approvare l'atto da Moruello ed Alberto (quando questi avesse compiuti i 18 anni) fratelli di detto Opizzino.
E gli stessi, il 25 settembre del 1180, stando in Fontanigorda (Valle di Trebbia) vendono a Simone Vento i pedaggi e l'ottava parte del castello e della curia di Torriglia.
Il giudizio dei posteri fu che Alberto «valente uomo fu e largo e cortese e compito; e seppe ben far coble4 e sirventesi5 e canzoni».
Opizzino, che fu padre a quel Corrado, detto dall'Alighieri l'antico, fu un mecenate ed accolse alla sua corte il trovatore Rambaldo di Vaqueirar.
Il 13 gennaio del 1183 Opizzo Malaspina dichiara che suo padre Alberto (morto verso il 1140) diede al monastero di S. Colombano la decima parte dei nove denari, che venivano esatti per ogni soma transitante nella Valle di Trebbia, sicché ora, soggiornando in tal monastero, l'infeudava all'abate Rainerio, ed il 19 marzo dello stesso anno trovandosi col figlio Opizzino in Piacenza, prometteva di dare ai Consoli piacentini tutte le fortificazioni di Oramala.
In detto anno doveva aver termine la tregua tra Federico I e la Lega, quando, presiedendo l'Imperatore ad una dieta di Principi, convocata in Costanza, pensò a dar fine in un modo stabile e pacifico alla tregua medesima; ed a tale oggetto spedì suoi plenipotenziarii a Piacenza, preché trattassero dei preliminari. Intimato adunque nella indicata città il relativo congresso, intervennero coi messi cesarei i rappresentanti della Lega, il 30 aprile 1183, né mancò il marchese Opizzo.
Dopo il detto congresso, il marchese Opizzo e i deputati delle città Lombarde si portarono a Costanza, ed ebbero la consolazione di vedere ivi sanzionati tutti i capitoli da loro deliberati.
Nella pace, chiamata di Costanza, Tortona e Genova sono fautrici dell'impero.
E Federico dichiarava: «Ad Opizzo Malaspina con imperiale clemenza abbiamo perdonato per noi e per quelli della nostra parte ogni offesa, che ci recò, dopoché entrò nella Lega in difesa di sé o di qualche persona della Lega e gli abbiamo ridonata la pienezza della nostra grazia. Né per per le passate offese né lui né quelli di sua parte avranno a soffrire da noi alcun danno o violenza».
Il Branchi nella Storia della Lunigiana Feudale afferma che il marchese Opizzo, nel 1185, «si vede giurare in Piacenza i patti della Lega, e questo fu l'ultimo onorevole atto che lo riguarda; dovendosi ritenere, per tutte le più probabili congetture, che poco appresso mancasse di vita».
La data esatta della morte ci è offerta dalla Cronaca di Piacenza, la quale fa conoscere che nel novembre del 1186 i Piacentini marciarono con mille soldati milanesi nella Valle del Taro, recandosi sino alla Pieve di Compiano, bruciando alcuni castelli del marchese Moruello, per le discordie, che aveano col marchese Opizzo, e che questi morì nello stesso anno «circa festum sancti Thome».
Il marchese Opizzo Malaspina, ultimo feudatario della Fontanabuona, morì adunque nell'anno 1186 intorno alla festa di San Tommaso, assegnata dal calendario al 21 dicembre.


1 Strumento ad arco medievale citato spesso nelle saghe, canti e leggende popolari nordiche
2 Dinastia che resse il trono del Sacro Romano Impero dal 1024 al 1125 e si scontrò con il papato su chi dovesse dare il titolo di vescovo (lotta per le investiture)
3 Federico I Hohenstaufen era noto come Federico Barbarossa
4 Brevi componimenti lirici in uso nella poesia provenzale
5 Componimenti poetici di origine provenzale

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