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    Pezzi di storia

Corrado Malaspina "l'Antico"
di Arturo Ferretto

Il Mare – 23 + 30 ottobre + 6 novembre 1920

I Feudatari della Fontanabuona

Nella «Divina Commedia» (Canto VIII del Purgatorio), Dante ha cesellato i più bei versi per il casato dei Malaspina, dicendo a Corrado Malaspina, non l'antico, ma ad altro Corrado, che da lui discese: Purgatorio

… per li vostri paesi
Giammai non fui; ma dove si dimora
Per tutta Europa, ch'ei non sien palesi?
La fama, che la vostra casa onora,
Grida i signori, e grida la contrada
Sì che ne sa chi non vi fu ancora.
Ed io vi giuro, s'io di sopra vada,
Che vostra gente onrata non si sfregia
Del pregio della borsa e della spada.

Corrado Malaspina, l'antico, figliuolo di Opizzo II [Opizzino], nacque intorno al 1180. Verso il 1193 perdette il padre, sicché rimase sotto la tutela degli zii paterni Moruello ed Alberto, detto il Moro.
Il sei novembre del 1194 Moruello Malaspina, per il fratello Alberto, e per il figliuolo Guglielmo, firma un contratto di pace coi Piacentini e coi Pontremolesi, promettendo di difenderli non solo nei loro territorii, ma dichiarando altresì che avrebbero fatto firmare il trattato dal nipote Corrado, giunto alla maggiore età.
E' la prima volta che entra in iscena questo personaggio quattordicenne il quale in un atto del 15 marzo 1198 aveva raggiunto i diciotto anni.
E' impossibile allegare tutti gli atti, che riguardano il Corrado Malaspina, riferendomi solo, ed alla sfuggita, alle sue relazioni con Genova e Liguria.
Il 28 giugno del 1197 gli uomini di Varzi, soggetti al dominio di Alberto Malaspina, detto il Moro, e dei suoi nipoti Guglielmo del fu Moruello, e di Corrado, giurano la pace tra i detti marchesi e la città di Tortona per ciò che era accaduto intorno al castello di Mongiardino, vecchio baluardo dei nostri liguri monti, soggetto allora ed oggi spiritualmente alla diocesi di Genova, e temporalmente allora a Tortona.
Lo stesso fecero gli uomini della valle di Trebbia e segnatamente quelli di Casereto, Fontana, Fabrica, Rosarole, Caprile, Felegara, Garbarino, Rovegno, Alegrezze, Ottone, Barca, Gramiza, Tavolara, Fontanarossa.
In virtù di tali patti, il 3 luglio 1197, Guglielmo, dei Signori di Mongiardino, affida il castello ad Ottone, vescovo di Tortona, il quale a sua volta, investe i predetti Alberto, Guglielmo e Corrado della metà del Castello, a patto che quel che i Marchesi possedevano nella Valle di Borbera, e gli acquisti futuri fosse per metà del Comune di Tortona, e quel che il Comune possedeva in detta valle e gli acquisti futuri fosse per metà dei Marchesi, con patti di reciproca difesa nei loro territorii.

Dante incontra lo spirito di Corrado Malaspina, discendente di una famiglia al cui interno continuano a trasmettersi le virtù di valore guerriero e liberalità come nell'antica età cavalleresca.
Il prezzo che Corrado sta pagando è proprio l'attaccamento alla gloria mondana della propria dinastia, che lo aveva distolto dall'amore per Dio e per il prossimo. E per questa loro peculiare caratteristica, cioè il continuare nella tradizione familiare non una, bensì la tradizione cavalleresca dei tempi passati nel tempo presente, sono conosciuti per fama in tutta Europa, anche da chi non ha mai battuto le loro terre.
Un grande omaggio dell'esule Dante nei confronti di chi, nel 1306, l'aveva accolto negli anni drammatici seguiti agli scontri della Lastra. E proprio questo profetizza Corrado, ossia l'ospitalità dei suoi successori … che indica l'accettazione del volere divino e l'ineluttabilità dell'esilio.
L'anima di Corrado Malaspina si rivolge infatti a Dante chiedendogli notizie della sua terra. Il poeta assicura che laggiù la sua famiglia è ancora stimata per la propria rettitudine. Prima di congedarsi, Corrado profetizza a Dante che egli avrà modo di sperimentare entro sette anni l'ospitalità e la cortesia della propria famiglia.

Ai Malaspina, che avevano largite lire cinquecento ai Consoli tortonesi, fu serbato il diritto di porre il castellano a Mongiardino, salvi i diritti, che vi accampavano i marchesi di Gavi e di Parodi.
Il 9 maggio 1199 conveniva in Genova, nel pubblico parlamento, Alberto il Moro ed il nipote Guglielmo per giurare fedeltà al Comune genovese; promisero l'osservanza alle convenzioni, fatte dai loro genitori coi Genovesi, e condonarono le rapine, commesse dai Genovesi a loro danni, e a danni di Corrado, che avrebbe pure firmato le convenzioni.
Il Podestà ed i Consoli si obbligarono di dare ai Malaspina, per il loro feudo, lire 50 annue per la festa di Sant'Andrea, colla clausola però di far guerra ai Tortonesi, qualora Genova movesse guerra a Tortona, accordando loro sei denari per ogni carico di merce transitante, da riscuotersi, o presso Gavi, o presso Voltaggio, se i Tortonesi, per rappresaglia, li avessero privati del diritto di pedaggio, loro concesso in Tortona.
E vennero pur condonate le rapine, fatte ai Genovesi nel territorio dei Malaspina.
Dopo un anno (il 20 maggio del 1200) Alberto Malaspina, per sé e per i nipoti Guglielmo e Corrado, presso la chiesa di Santa Maria di Pozzuolo (a Novi) patteggia coi Consoli di Tortona di tenere, a mo di consorzio, il castello di Mongiardino ed i possessi della Valle di Borbera, spettando alle due parti la metà e del castello e dei beni, facendo pur giurare i patti dai signorotti e dai villani della valle.
Il prof. Francesco Mannucci nell'aurea monografia «I Marchesi Malaspina e i Poeti Provenzali» ha larghi accenni ai nostri, che appresero ad amare e favorire la bella arte dei canti.
Infatti il marchese Alberto aveva imparato, bazzicando con giullari e trovatori per le terre di Lombardia, a scrivere motti e suoni, e, se stringeva vincoli matrimoniali con una nobildonna della corte del Monferrato, ove da lungo tempo regnavano maniere signorilmente affabili, non già egli si comportava da quel perfetto gentiluomo, che avrebbe dovuto essere, avendo rapito Saladura, sorella dei genovesi Nicolò e Lanfranco de Mari, trasportandola in un castello quasi inaccessibile sui più lontani confini del suo territorio.
Egli, il 29 agosto del 1200, è a Genova, e, stando sotto il portico della casa del fu Ansaldo Trincherio toglie a mutuo una somma da Guglielmo Balbo de Castello, cedendogli in compenso alcuni diritti sulle merci, transitanti per le strade di Torriglia, condivisi dai nipoti Guglielmo e Corrado.
Essi giovinetti udirono i canti di Giraldo Borneilh, di Rambaldo di Vaqueiras, di Pietro Vidal e di chi sa quant'altri portati dai violatori di casa del Monferrato.
Guglielmo Malaspina, a cui il poeta tolosano Americo de Pegulhau inviava da Ferrara una canzone tutta d'amore, affinché egli, che già teneva a mostrarsi ricco di pregi, ne imparasse il suono e le parole, l'undici settembre del 1200 è a Genova, e nella chiesa di S. Matteo cede i pedaggi di Verolengo nel Monferrato, come già aveva fatto lo zio Alberto.
Il 17 ottobre del 1200 in un prato della valle di Trebbia, sotto il castello di Croce, i marchesi Alberto e i nipoti Corrado e Guglielmo, di parte imperiale, promisero di salvare e proteggere i Milanesi e i Piacentini, nonché i loro amici Bresciani, Comaschi, Lodigiani e Veronesi contro i Pavesi ed i Parmigiani ed altri nemici, colla condizione di non impedire ai mercanti di andare per la Lunigiana, qualora non si opponessero quei di Pontremoli, salva però rimanendo la fedeltà, giurata al Vescovo di Bobbio.
Lo stesso Guglielmo, il 25 febbraio del 1201, ponendo un argine alle liti, vertenti col Vescovo di Luni, costituisce in Aulla quattro arbitri, i quali sentenziano che egli lasci la chiesa, occupata dell'Aulla, che rinunci ai diritti, da cinque anni accampati sul castello di Podenzano, distruggendolo, e che assicuri le strade; e che il Vescovo dall'altra parte ingiunga a quelli di Madrignano, di Panigale, di Calesa e di Giovagallo di non dare aiuti contro il Marchese.
I patti dovevano essere firmati dallo zio Alberto e dal cugino Corrado.
Questi l'otto aprile del 1202 sono di bel nuovo a Genova, e nella casa di Guglielmo Embriaco cedono a Nicolò, figlio di detto Guglielmo ed a Manuele Doria, avolo del celebre Branca, i diritti sulle merci, transitanti per qualsiasi strada delle valli di Trebbia e di Borbera.
Corrado Malaspina, il 7 maggio del 1202, giura fedeltà al Vescovo di Bobbio, ed il 30 giugno dello stesso anno, nel chiostro dell'Aulla ratifica la concordia fatta il 12 maggio dallo zio Alberto e dal cugino Guglielmo in Sarzana, i quali aveano confermato il lodo, pronunciato dai quattro arbitri.
I Malaspina si obbligavano di dare in perpetuo al ricordato Vescovo di Luni la metà di quanto avevano acquistato dai Marchesi d'Este nei distretti di Vezzano, Carpena, Folo, Valerano, Beverino, Polverara, Vesigna, Penzano, Rivalta e Madrignano.
Né si perde la traccia del Corrado, che il 22 luglio del 1206 a S. Stefano Magra in unione al cugino Guglielmo ed al Vescovo di Luni, riceve un precetto dai Consoli di Lucca di osservare i patti per la custodia delle strade e delle persone, ivi transitanti, onde i due cugini ne promettevano la piena osservanza, anche a nome dei figli e delle figlie del fu Alberto.
Il 20 giugno del 1209 Corrado Malaspina, nella Cattedrale di Genova, giura fedeltà al Comune genovese contro i Pisani.
E' irrequieto dai suoi nidi d'aquila. Trovasi apertamente in rivolta contro i Tortonesi, tal che il 31 luglio del 1210 il Podestà ed i Credendani di Tortona decidono di aiutare non solo Assalito, figlio di Guglielmo, condomino di Mongiardino, ma altresì di non far pace col Marchese, se prima non l'avesse posto in possesso del feudo, che il Marchese gli aveva usurpato.
La guerra con Tortona lo fa tornare a più saggi consigli, onde il 26 novembre del 1210 cede a certi signorotti del Tortonese gli acquisti in Monteracuto Grimiasco e Dernice fatti prima della guerra, reintegrando l'Assalito nella parte di feudo del castello di Mongiardino.

Corrado Malaspina, cessata la guerra con Tortona, sfoderò la spada ai danni di Genova, di cui era vassallo.
Nel 1211 Genova, per tradimento di certo Beghino, cui da Guglielmo e da Corrado particolarmente era stato affidato il castello della Corvara, s'impossessò del castello, sborsando al Beghino lire 1800. Se ne dolsero i due Malaspina, e, spalleggiati da Alberto, marchese di Gavi, arrotarono le spade, tanto più che i Genovesi aveano cinto di bastioni il castello occupato, e munito di forte presidio. I Genovesi, con un manipolo di duecento soldati, ributtarono gli assalitori, rimasero padroni della fortezza, vi dettarono leggi, privarono il marchese Alberto dei diritti, che vi accampava, condannandolo inoltre a dieci anni di carcere.
E la guerra si sarebbe protratta fra le due parti, se l'anno seguente, nel 1212, il marchese di Monferrato non fosse stato l'arbitro nelle vertenze, onde i Malaspina rinunciarono ai diritti sul castello di Corvara, e i Genovesi, in compenso, diedero loro lire 1050, rifacendo le spese di guerra.
Fatta la pace, il marchese Guglielmo è ben accetto in Genova, ed il 6 agosto del 1212 nella casa di Simone di Felegara cede alcuni diritti sui pedaggi di Torriglia.
Allorché in Italia sprizzò la scintilla di guerra tra Ottone e Innocenzo III, tutore del giovane Federico, per la contesa dell'impero, Guglielmo e Corrado Malaspina giungono a Milano, dove, il 9 settembre del 1212, firmano una lega tra i Milanesi e Piacentini, fautori di Ottone, salva rimanendo la fedeltà al Vescovo di Bobbio, obbligandosi di diminuire i loro balzelli sulle merci, che passavano nelle strade di Tortona e della Val di Trebbia; ed anche Opizzino, figlio di detto Guglielmo, il 28 settembre, da Rovegno, ratifica il trattato.
Il 10 aprile del 1213 Corrado Malaspina, in Tortona, anche a nome del cugino Guglielmo, concede all'Abbate di Rivalta-Scrivia il diritto di pascolo nelle valli d'Aveto, Trebbia e Borbera, ed in tutte le sue terre, tanto nell'andata quanto nel ritorno, con, o senza, bestie, e senza pagamento di pedaggio.
Più le circostanze che la libera volontà aveano indotto i Malaspina alla pace coi Genovesi, onde attesero la vendetta, sembrando umiliante alla lor causa la cessione di una terra, che, situata sulla destra sponda della Vara, qual era Corvara, quasi a cavaliere di Val di Magra, poteva dominare il valico del genovesato alla Lunigiana, ove erano i loro maggiori possedimenti.
Già sui primordi del giugno 1215 il pontefice Innocenzo III avea pregato il Podestà ed il popolo di Genova di indurre il Malaspina a cessare dalle vessazioni fatte e inflitte a coloro, che andavano a Roma per il Concilio Laterano; il monito, ricevuto da Genova suonava umiliazione per Corrado, ghibellino, il quale, nell'agosto, sapendo che Genova era in guerra con Venezia, rotto ogni indugio, penetrò con gli uomini di Cassana brugnatense sul Poggio Rotondo, vicino a Cellasco, e vi fabbicò una fortezza, a difesa della strada, che guidava a Genova. I Genovesi gli inviarono Lanfranco de Mari per chiedergli spiegazioni, che non furono date, ché anzi il Malaspina, proseguendo nella fabbrica alacremente, fece occupare dalle sue genti Brugnato, dando il guasto al contado.
I Consoli genovesi inviarono Giglielmo Embriaco con un nerbo d'armati per terra, e con flottiglia, che gettò l'ancore a Levanto, né fu difficile la presa del nuovo castello di Poggio Rotondo.
Fuggì Corrado, ed i Genovesi scesi nel fiume Vara, tolsero per forza il castello di Bozzolo, fortificandolo, onde il Marchese fu costretto ad abbandonare ogni ulteriore impresa, e varcata di nuovo la Vara, si trincerò in mezzo ai suoi feudi.
Il marchese Guglielmo, dopo aver aiutati Piacentini e Milanesi, nell'agosto del 1216, riebbe per tradimento la Corvara, ma i Genovesi, allestito un esercito, vi incendiarono il borgo ed il castello.
La pace, stabilita il 10 maggio 1217 tra i Comuni di Piacenza e Pavia, colla clausola che sarebbe stata pure firmata dai Tortonesi e da Corrado e Guglielmo Malaspina, fece ad entrambi mutare consiglio, giacché nel maggio 1218 vennero in Genova compromettendo le discordie nel Podestà e nel Comune.
E qui, per incidenza, noto che sotto la data dell'otto giugno 1218, un nucleo di testi si esamina in Tortona, allo scopo di provare che a Caracosa, figlia del fu Alberto Malaspina, vedova di Alberto, marchese di Gavi, non ispettava alcun diritto nella successione della Marca Malaspina, ma ne erano solo eredi i nipoti Guglielmo e Corrado, i quali ormai, animati da vero spirito di conservare l'amicizia e la grazia dei Genovesi, colsero l'occasione propizia per addimostrarlo.
Dovendo i Genovesi reprimere la ribellione di Ventimiglia, chiesero soccorso a Corrado e ad Opizzino, figliuolo di Guglielmo, e questi non rimasero sordi, giacché, nel 1219, con centocinquanta cavalli andarono personalmente in aiuto, dando prova di non comune valore.
L'alleanza sincera diede ottimi frutti, onde, il 4 novembre del 1220, Federico II, dagli accampamenti presso Bologna, confermando i privilegi ai Genovesi, diceva di far giurare i marchesi Malaspina in favore di Genova.
Morto nell'aprile del 1220 il marchese Guglielmo in Genova (fu sepolto presso il Battistero) il figlio Opizzino ne raccolse l'eredità, ed insieme al cugino Corrado, il 24 novembre del 1220 è al seguito di Federico II, testimoni ad un privilegio a pro dei Tortonesi. Ed inoltre l'imperatore, il 23 dicembre dello stesso anno, da Castelfiorentino in Toscana, emanava un privilegio per i due cugini, nel quale, ricordata la loro devozione e fedeltà all'impero, ed i «magnifici e chiari servizi» ad esso prestati, confermava loro il possesso dei beni in Lombardia, Piemonte, Genovesato e Lunigiana, come già avea concesso Federico I al grande Opizzo, avo e proavo degli stessi.
Ai due cugini non piacque più la comunione dei beni, che sempre avea plasurata la riputazione e la forza della famiglia, per cui vennero alla divisione dell'asse feudale.
Convennero prima, il 12 aprile 1221, a Menconico nel Piacentino, e poscia (il 24 agosto) a Parma, e stipularono un atto solenne, in forza del quale, fecero due parti di beni posseduti nell'arcivescovato di Genova, nei vescovati di Luni e di Brugnato, con i capoluoghi di Filattiera e di Mulazzo, stando la Magra come termine di divisione per tutto il corso.
Nel lotto (chiamiamolo così) Mulazzo, che toccò a Corrado, fu compreso il destro territorio della Magra, dalle Alpi Appennine fino al mare, e tutto ciò che era tra l'isola di Sestri, le Alpi ed il mare nei vescovati di Luni e di Brugnato, nonché Villafranca colle sue dipendenze all'opposto lato della Magra, ed i vassalli di Pontremoli, di Vezzano, di Arcola, di Passano e di Lagneto.
Tutta la valle di Trebbia, e quella dell'Aveto, da Torriglia sino in Antola, e sino alla sommità della Ventarola, che sopra Soglio, divide la Fontanabuona, spettà a Corrado.
Nel lotto Filattiera, che toccò ad Opizzino, fu compreso tutto il sinistro territorio della Magra, da Filattiera al mare, fino a Lavenza, e di là, salendo fino a Dallo, a Castelvecchio di Garfagnana.
Gli toccarono pure le valli di Borbera e della Staffora, con molti castelli del tortonese, a patto però di pagare i debiti contratti per il pignoramento del castello di Croce nelle valli di Trebbia.
I diritti, i pedaggi e le convenzioni, risultanti dai patti, firmati dai Lombardi coi Marchesi per le merci, condotte in qualsiasi strada dei loro dominii, dovevano rimanere in comune.
Divisi gli stati ed i possedimenti, parve bene ai due cugini stabilire qualche distintivo, onde Corrado si chiamò dallo Spino secco ed Opizzino dallo Spino fiorito.

Il Branchi nella Storia della Lunigiana feudale scrive che poco, o nulla, si conosce di Corrado nella nuova capitale della Lunigiana, ove passò la vita coi figli Franceschino, Federico, Mornello e Manfredo.
Sotto la data però del 6 ottobre del 1223 il Comune di Tortona restituì il castello di Cella nel Bobbiese a Corrado e ad Opizzo Malaspina, a patto che giurassero fedeltà al Vescovo di Bobbio.
Nel 1224, scoppiata guerra tra Astigiani, confederati dei Genovesi, ed Alessandrini, ed avendo il genovese Comune inviato aiuti, per sostenere anche le proprie ragioni sui castelli di Capriata e di Arquata, occupati dagli Alessandrini, nel numero dei 1200 armati accorsi, non mancarono Corrado ed Opizzo Malaspina con cinquanta soldati, posti in arme a proprie spese con nerbo di cavalli e scudieri.
Quando, nel 1224, Assalito, signore di Mongiardino, per sé e per i figliuoli suoi, sottoscrisse i nuovi patti per il castello di Mongiardino, promise di guerreggiare ed Alessandrini e Tortonesi, eccezion fatta per i Malaspina, contro i qualo però avrebbe preso le armi, se essi avessero mosso guerra a Genova.
Il 30 aprile del 1225 il marchese Corrado è in Genova, e nella casa di Simone di Felegara riceve da Simone Vento, che teneva in feudo una parte di Torriglia, quanto gli spettava dei pedaggi di Tortona, ceduti al Vento, ed il 16 gennaio del 1226 è ancora a Genova, dove, nella casa di Simone Camilla in Campetto, dà a pegno a Lanfranco Vento, i pedaggi, che dovea riscuotere a Recco.
La devozione addimostrata dal Corrado a Federico II lo fece passare dal partito guelfo al ghibellino; onde le cronache piacentine raccontano, all'anno 1226, che l'Imperatore, accortosi che la Lega Lombarda rinsaldata ostacolava i suoi disegni, passò con Corrado il monte Bardone, e si recò a Pontremoli, ove attese i militi pisani, che gli furono di scolta sino a Pisa.
Stando a Pontremoli, Federico II, nel luglio di detto anno, confermò i privilegi dei Genovesi, colla clausola di fal giurare i Malaspina, ma Corrado ed Opizzo offersero i loro servizi al Comune di Genova, quando, nel 1226, Albenga e Savona, scosso il gioco genovese, si diedero a Tommaso, conte di Savoia, e Legato Imperiale in Italia.
Il 9 novembre del 1227 il Consiglio di Milano, eletto arbitro per sopire le vertenze tra Genova ed Asti, da una parte, ed Alessandria, Alba e Tortona, dall'altra, sentenziava che, qualora i Tortonesi nelle guerre passate avessero occupato qualche castello, villa e terra del Corrado, erano vincolati alla restituzione, come pure i Genovesi per l'usurpazioni, fatte al marchese Opizzo.
Nel 1228 il Corrado, colto il momento, in cui i nobili ed i popolari di Piacenza erano in discordia, fece suo pro del dominio di Mont'Orzolo, obbligando i condominii di detto luogo a fare omaggio a lui e non al Comune di Piacenza, ma, cessati i tumulti, dovette ritirarsi e recedere dalle sue pretese, alle quali solamente rinunziò avanti al Consiglio Generale dell'offesa Città, il 27 settembre dell'anno medesimo.
Nel successivo anno 1229, nati dissapori tra Pontremoli e Piacenza per il castello di Coltagno, che dalla seconda di dette città fu conquistato, al 28 aprile, per mezzo del marchese Opizzo, stipulante pure a nome del cugino Corrado, strinse alleanza con Piacenza per offendere i Pontremolesi, e ricevuti cento militi piacentini, perché presidiassero le sue terre in Lunigiana, contro Pontremoli, confermò il 12 agosto il trattato.
Ciò racconta il Poggiale nelle Memorie Storiche di Piacenza e la Cronaca di Piacenza aggiunge che i Piacentini trovavansi già a Godano, ed il 30 agosto a Compiano, e che in Godano entrò il marchese Corrado con una nobile coorte di militi e di balestrieri, mentre il marchese Opizzo stava radunando in lor favore un magnifico esercito.
Negli atti del notaio Giovanni de Vegio (al R. Archivio di Stato) rintracciasi una lettera, diretta il 25 settembre del 1231 da Federico II, che stava in Montefiascone, al trovatore Percivalle Doria e ad Enrico Rosso della Volta, dal cui contesto risulta che Federico, figlio del marchese Corrado Malaspina, suo fedele, erasi lamentato che il padre, disperando di aver prole, in unione e col consenso della moglie A. (non è la Costanza, che dev'essere la seconda moglie) aveano allevato un suo figlio naturale, reputato legittimo. Ciò poteva pregiudicare la successione, onde Federico II delegava il caso ai due genovesi.
Narra il Branchi che nel 1241 Corrado, i figliuoli ed i consorti suoi, ingrassarono l'esercito imperiale contro Genova, che ligia al Pontefice era il baluardo della fazione guelfa, e nel 1247 e 1248 col suo valore fu di grande utilità alla persona di Federico II all'assedio di Parma.
Era stata combattuta la famosa battaglia navale tra le isole del Giglio e di Montecristo, stornando il Concilio che Gregorio IX voleva tenere in Roma contro Federico II, allorché l'Imperatore vittorioso, visto che Genova, non ancora vinta, dava mano a novelli e più poderosi armamenti, contro cui le sue forze e quelle dei Pisani suoi confederati, non avrebbero potuto resistere, dette ordine che, sorvegliate dall'ammiraglio Ansaldo de Mari le costiere della Liguria, si facessero altri danni dalla parte di terra.
A tal uopo Marino d'Eboli, vicario imperiale in Lombardia, assaltò Voltaggio ed Oberto Pallavicino, vicario in Lunigiana, occupò il castello di Cellasco, tentò impadronirsi del castello di Levanto, che fu difeso, ebbe per tradimento il castello di Varazze, e poi, retrocedendo, occupò le terre di Ponzolo, Bozzolo, Crovara, Carpena e Ripalta, e, mentre il Marino con aiuti pavesi, alessandrini, tortonesi, albesi, novaresi, acquesi, e dei marchesi del Bosco e di Monferrato, venne sino ad Ovada, il Pallavicini, raccolti molti toscani e lunigianesi, capeggiati da Corrado Malaspina e dai suoi figliuoli, occupò Monterosso e Vernazza, scorazzando la nostra bella riviera coll'idea di porre il campo al Bisagno.
I Genovesi misero in piedi un forte esercito, a cui si unirono gli uomini di Rapallo, Chiavari, Sestri e Levanto, ed a grandi giornate marciarono contra il Pallavicini, costretto a ritirarsi sopra Vernazza, mentre dall'altra parte il Podestà di Genova in persona sconfisse il Marino ad Ovada, e poi, retrocedendo, si avviò verso Sestri.
Il Pallavicini da Vernazza fuggì nelle terre dei Malaspina, e Federico II e i suoi fautori deposero il pensiero di accerchiare Genova.
Continuò il marchese Corrado a parteggiare per Federico.
Risvegliatosi il partito guelfo per la scomunica lanciata nel Concilio di Lione da Innocenzo IV contro Federico II, deposto, si accese viemmaggiormente la guerra, e dopo varie vicende Parma, già sotto lo scettro dell'Imperatore, nel 1217 infranse il legame imperiale, aprendo le porte al Cardinale Gregorio di Montelungo, legato apostolico, e ad altri uomini armati.
Colla perdita di Parma venivano tagliate le comunicazioni colle città di Lombardia, rimaste fedeli, e colla Toscana; onde l'Imperatore, che era a Torino, mandò il figlio Enzo, eletto di Sardegna, per circondare Parmas dalla parte del Taro, quindi egli stesso si pose in marcia, e quasi rimpetto a Parma gettò le basi d'una nuova città, cui pose nome Vittoria, mettendovi a governatore il marchese Corrado Malaspina.
Correva il 18 febbraio 1218, allorché il Cardinale di Montelungo, il Podestà di Parma e i difensori inviati dalla Lega Lombarda (vi era pure un nucleo di balestrieri genovesi, inviati dai Fieschi) si accorsero che l'Imperatore si era allontanato da Vittoria per la caccia del falco, onde risolvettero di assalirla, e fu occupata.
Il Malaspina seppe talmente trattenere il nemico, che Federico II ebbe tempo a ripararsi a Borgo S. Donnino e poi a Cremona.
Vuolsi che Corrado Malaspina abbia mandato una galea (nel 1249) per soccorrere Re Luigi di Francia.
Il 22 marzo del 1250 Alberto Fieschi, essendo in Genova, dichiara di aver ricevuta una lettera dal marchese Corrado, che gli permetteva di far pascolare le sue bestie nella valle dell'Aveto e di Trebbia, ed il 27 gennaio 1250 il Malaspina, essendo a Piacenza, investiva i signori Meleta di ciò che egli possedeva a Santo Stefano d'Aveto, in Alpepiana ed in Vicosoprano.
Nel 1253 lo trovo ancora in lotta a Pontremoli; e tra il 1253-1254 si colloca la sua morte, senza che ne sieno manifeste le circostanze ed il luogo.
Io però rintracciai che i nobili di Castello e gli Embriaci, l'undici luglio del 1254, cedono al procuratore di Corrado Malaspina i diritti sui pedaggi delle valli di Trebbia e di Borbera, sicché il nostro Marchese morì posteriormente all'undici luglio del 1254.
Corrado Malaspina, il personaggio ricordato dall'Alighieri, si trova elogiato presso i poeti provenzali, specialmente da Pietro Raimondo di Tolosa, che lo dipinge «ricco di pregi da potersegli dare il nome di Sopra' tutto».
E canzoni d'amore furono dirette alle sue figliuole Selvaggia e Beatrice.

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