Testata Gazzetta
    Pezzi di storia

Un anno di terrore a Portofino
di Carlo Garelli

Il Secolo liberale – 29 agosto 1945

I massacratori affogano il rimorso nel vino – Gli ultimi arresti, le ultime persecuzioni – Fiori campestri sulla piccola spiaggia

Il massacro dell'Oliveta - la ridente piccola spiaggia che sino allora aveva visto, nella sua romantica solitudine, approdi di barche con pescatori, liete gare di bagnanti innamorati delle sue acque purissime - suscitò a Portofino un senso di orrore, unito a uno sgomento ogni dì più profondo. Dove volevano arrivare i nazi-fascisti? Possibile che mai più ci si potesse liberare dal loro giogo ogni giorno più pesante, dalle loro spietate rappresaglie ogni volta giù crudeli?

articolo ottenuto per cortesia della sig.a Gianna Vinelli

Chi parlava di barche sporche di sangue: qualcuno faceva già qualche nome di scomparso. Il dolce borgo - un tempo meta di soggiorni estivi e invernali; sede di pacifici pescatori dall'alacre attività - sembrava fasciata in una coltre di lutto. L'angoscia e il panico prendevano campo: tutti cercavano di evitare il Raimers e il Grims, ritenuti i maggiori responsabili del crimine.
Intanto è stato appurato che l'Enrico Hoer, dipinto dalla cameriera Cupido come un soldato d'onore sorpreso nella sua buona fede, come un essere terrorizzato lapide dal massacro imposto, era stato invece uno dei più sanguinari fra i torturatori; buona parte dei martiri dell'Oliveta erano caduti sotto la sua pistola mitragliatrice.
O le sue lacrime - di cui la cameriera aveva parlato - erano finte, o sotto l'orgasmo della paura e nel rimorso del delitto quella di lui era stata una crisi isterica.
Trapelavano man mano le notizie, attraverso le strette maglie della sorveglianza nazista; le torture inflitte nella Torre dai tedeschi al prof. Nicolò Cuneo (morto in seguito in campo di concentramento), a Brizzolesi e molti altri, incominciarono a essere note. Terribili quelle di cui fu vittima tale Parodi, di Santa Margherita: torture da Medioevo, da «camera degli orrori», di citi possiamo solo trovare le tracce nelle cronache più vergognose della Storia.
Dopo averlo appeso per le gambe al soffitto, un certo Raucan delle brigate nere, gli mise un imbuto in bocca, e quindi gli versò in corpo un fiasco d'acqua.
Nei giorni successivi all'eccidio tanto il Raimers quanto il Grims, come gli altri responsabili, si ubriacarono sconciamente. C'è perfino chi li vide con indosso le maglie tolte ai patrioti, con i buchi delle pallottole.
Fu intanto proibito ai pochi pescatori che potevano ancora calare le reti, di pescare nello specchio d'acqua prospiciente la villa dell'Oliveta. Circolavano poi insistenti altre notizie di altri massacri compiuti nella penisola - sempre per opera dei due «capi» germanici - ma tali notizie non furono mai potute controllare, per la rigorosa sorveglianza imposta a coloro che lavoravano o erano a contatto con i tedeschi.
Nel frattempo l'ing. Ferrari era continuamente sorvegliato. Gli capitò in casa, il 20 dicembre, Sello Savoretti proveniente prima da Torino poi da Genova, dove aveva cambiato casa poiché ricercatissimo, con i suoi fratelli. Doveva portare a termine, insieme con l'ing. Ferrari, una missione assai importante.
Il 27 dicembre, mentre si recava a Genova, Ferrari seppe che al posto di blocco di Bogliasco avevano tratto in arresto la madre e le due sorelle dei Savoretti. Bisognava perciò far scappare Lello (già gli altri fratelli - Giovanni e Piero - che si trovavano nascosti in casa Ferrari a Genova - avevano preso il largo). L'avv. Errico Martino si recò allora a Portofino e riuscì a portare via Lello Savoretti.
Attraverso vaghe informazioni, fu risaputo che anche il nome dell'ing. Ferrari era stato fatto alle S.S. Per sincerarsi meglio della cosa, insieme con Beppe Croce l'ing. Ferrari si recò ad un appuntamento in piazza Fontane Morose, ma le informazioni non furono sufficienti per dare l'assoluta certezza. Malgrado sapesse che la sua vita correva pericolo, Ferrari si recò ancora a Portofino, non rallentando di un attimo il suo lavoro cospiratorio. E poco più di due settimane dopo - il 19 gennaio - il mandato di arresto giunse, su indicazione delle S.S. di Portofino. Rinchiuso nelle carceri di Marassi, Ferrari ne usciva solamente il 25 aprile, nel tripudio della liberazione.

La "piazzetta" di Portofino è oggi intitolata ai "Martiri dell'Olivetta", il quartiere che diede il nome all'eccidio compiuto dai nazisti tra i 2 e il 3 dicembre 1944: 22 persone fucilate e annegate.
Il tenente Ernst Reimers era a capo del contingente tedesco, responsabile dell'operazione.
Vito Spiotta, comandante della Brigate Nere e vice-federale di Genova, era noto come "il flagello del Chiavarese": "La Nuova Stampa" del 17 agosto 1945 riporta che, durante il processo a suo carico «Egli ha ammesso di aver prelevato nella notte dal 12 al 13 dicembre [in realtà dal 2 al 3] del '44 dalle carceri di Marassi, insieme a San Germano, capo della Repubblica per la Liguria, ed al federale Faloppa, 22 detenuti politici. Assieme a San Germano li avrebbe uccisi e gettati poi in mare, dopo averli legati con del fil di ferro e dopo di avere appeso loro dei pesi affinché fossero trascinati al fondo. Egli, però, ha affermato che non ha assistito all'uccisione, allontanandosi prima che questa avvenisse.»

Il lavoro d'informazione, iniziato e condotto ottimamente per tanti mesi dall'ing. Ferrari, avrebbe col suo arresto dovuto cessare. Ma anche questa volta - come per tanti altri casi del periodo cospirativo - un coraggioso cuore di donna si offerse per continuare l'opera sua. La signora Ninetta Ferrari, si assunse il difficile e pericoloso compito di rimpiazzare il marito e continuò impavida, sotto un'apparenza anodina di donna che si occupa dell'eleganza e della casa, sino al giorno della liberazione.
Ma il nembo di nuvole che esecrava la nostra terra stava per diradarsi. I tedeschi di Portofino - come tutti gli altri - lo capivano e davano qualche segno di impazienza. Pensando forse alla imminente resa dei conti, il Raimers ascoltò così il consiglio della baronessa Mumm di non far saltare la penisola minata per suo ordine.
Pare ch'egli sia poi stato giustiziato a Lavagna il 29 aprile [in realtà fu arrestato a fine aprile 1945 per essere poi rimpatriato in Germania, dove morì di morte naturale nel 2012]; Spiotta e complici sconteranno i loro crimini; Faraboschi - fuggito - si dice circoli ora per Milano.
Oggi il sole è tornato a splendere su Portofino, rinata a nuova vita. Il mondo liberato pare si avvii verso una pace che speriamo duratura: ma il ricordo di Coloro che hanno immolato la loro vita per ottenere questa pace e questa libertà non deve svanire nell'oblio e non svanirà.
Sulla piccola spiaggia dell'Oliveta ogni mattina mani pietose rinnovano un fascio di fiori campestri - i fiori di Portofino – cresciuti sulle balze che si rispecchiano nella tomba azzurra di coloro che hanno creduto nell'Italia.

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