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    Pezzi di storia

La Compagnia dei "Caravana"
di G. Niccolò Garibaldi

Il Mare – 27 maggio 1922

La Compagnia dei Caravana è tale singolarissima istituzione che, quando nel 1857, il Conte Camillo Benso di Cavour presentò al Parlamento la legge per l'abolizione delle Corporazioni privilegiate, fece eccezione per questo sodalizio, appunto in vista dell'importanza storica che presentava la accolta dei forti caravana 1 «camalli» del portofranco. La Compagnia comincia ad affermarsi nel 1340, come si vede dai propri statuti, ed alquanto controversa ne è l'origine, ché vari sono i pareri circa le ragioni determinanti la costituzione della «Caravana».
Taluni storici, ricordando come nell'anno 1339 siano avvenute gravi mutazioni politiche in Genova coll'abolizione della carica tribunizia dell'abate del popolo, colla cacciata dei nobili dalle cariche pubbliche e la elezione tumultuaria di Simon Boccanegra a Doge, pensano che i Caravana siano sorti proprio in quei giorni nei quali il popolo vittorioso, e perciò insofferente da freni, pur senza conoscere il moderno sciopero, abbandonava il lavoro per far dispetto ai patrizi.
Secondo questi storici, davanti all'atteggiamento ostile degli operai genovesi, sorse la «Caravana» formata da lavoratori bergamaschi, che pertanto – se così si dovesse credere – sarebbe nella sua origine una lega organizzata dalla classe dei nobili mercanti, i quali avrebbero ricorso a tale mezzo per non piegarsi alle imposizioni del popolo.
Altri pensa – ed amo credere con miglior fondamento – che diversa sia l'origine della Compagnia dei Caravana, e cioè che essa si debba ad un atto di eroismo e di pietà.
La tradizione ricorda infatti come, scoppiata in Genova un'epidemia pestilenziale, i soli facchini bergamaschi prestarono l'opera loro nel seppellimento dei numerosi cadaveri, ed aggiunge che tale atto pietoso fruttò ai degni uomini il privilegio singolare, loro concesso appunto nel secolo XVI dal Magnifico Capitolo delle Compere di S. Giorgio, da cui dipendeva il movimento commerciale portuario, di veder riservato alla loro gente il facchinaggio, pressoché in tutti gli scali.
Comunque sia, è certo che la Compagnia dei Caravana sorse in quel grande periodo di fermento popolare, che approdò all'elezione del primo Doge della Repubblica, Simon Boccanegra, e l'inizio di essa ebbe luogo nel nostro maggior tempio, cioè in San Lorenzo.
Il nome di «Caravana» si trova fin dallo inizio della Compagnia. Esso è il vocabolo italiano «Carovana», il quale deriva dalla parola «Carwan», d'origine persiana, che corrisponde alla «Società» nostra: Evidentemente i genovesi impararono ad usare tale nome nei paesi dell'oriente, coi quali attivi e continui erano i rapporti commerciali. Del resto le crociere dei Cavalieri di Malta contro i Turchi si chiamavano «Carovane» ossia viaggi, e può darsi che tale nome derivasse ai «Caravana» dai viaggi che facevano fra Genova, Milano e Bergamo, essendo in allora forte il traffico fra i due Stati.
Per tali scambi fra Genova e Lombardia, già fin dal secolo XIII era sorto nella nostra città un sodalizio lombardo al quale presiedeva un Consolato tenuto, nel 1266, da Giovanni De' Gargani di Bergamo, ed in seguito da altri, fra i quali Agostino Calvo, confermato a tale carica il 5 dicembre 1502.
I «Caravana» avevano i loro Statuti, i quali vengono tuttora gelosamente custoditi dall'antica Compagnia, ed in essi sono contenute norme rigorose e saggie, anche attualmente seguite con scupolo e fedeltà, virtù le quali fanno sì che i Caravana godano meritata rinomanza di gente leale, costumata, onesta, e costituiscono un esempio da additarsi ai lavoratori italiani.
Da principio la «Caravana» ebbe il suo Priore – più tardi chiamato Console – assistito da scrivani, massari e sindaci; e tale ordinamento pare dovesse dare ottima prova quando si pensi che, mentre in origine i Caravana erano otto soltanto, aumentarono, in proseguo di tempo, fino a raggiungere il numero di trecento.
Gli Statuti stabilivano che non si potesse entrare a far parte della Compagnia prima di 19 anni e dicevano testualmente «Niuno presumi di venir ammesso nella Caravana se non sia di Bergamo, non abbia sofferto condanna, poco montando le imputazioni se state prosciolte dal Giudice» (v. Statuti dei Caravana, riformati nel 1576. M.S. esistente nella Biblioteca Civile di Genova).
In conseguenza della suaccennata disposizione i mariti caravani mandavano le mogli a partorire a Bergamo, affinché i figli potessero, a suo tempo, rimpiazzarli caravana 2 nel loro mestiere. Si organizzavano così, direi quasi delle… dinastie di Caravana, bellissimi, forti, mirabili uomini, che potevano paragonarsi sul lavoro a gladiatori romani, ed a senatori antichi quando, rivestiti di toghe di raso serico a smaglianti colori, incedevano nelle patrie processioni. Di un bell'uomo a Genova si dice ancora attualmente «O pâ un caravana», ed il Boito ne parlò come di «bella gente, degna di qualche strofa dell'ode che il Carducci promise intorno a San Giorgio».
Bella e religiosa gente, ché i Capitoli della Compagnia – Cod. M.S. del Secolo XIV – dicono testualmente: «Saranno puniti severamente et con multe li caravani che bestemmieranno il nome di Dio, della Madonna et dei Santi» ed aggiungono in ossequio alla disciplina «saranno multati quei caravani li quali insulteranno li negozianti».
Queste saggie norme erano prescritte «ad Evangelia sancta Dei», ed al giuramento prestato i caravani tenevano fede a qualunque costo.
Memori che il lusso è sovente incentivo al mal fare, i caravani avevano stabilito nelle loro norme statutarie: «saranno puniti quei caravani, li quali porteranno correggie d'argento, nasconderanno merci nelle saccoccie degli scozzali [grembiuli]», faranno a pugni, insulteranno i compagni o giocheranno ai dadi od a carte. Ecco in poche righe tracciata la vita di un onest'uomo: chi non vorrà riconoscere l'avvedutezza dei compilatori degli Statuti della storica Compagnia?
Né la previdenza era ignota agli ottimi lavoratori, ché il socio veniva aiutato nelle malattie e nella vecchiaia, e quando moriva era accompagnato dalla «Caravana», la quale tutelava vedove ed orfani.
Gelosissimi dei propri ordinamenti e della loro gloriosa autonomia furono sempre i forti lavoratori Bergamaschi. Nel 1389, mentre Genova si trovava sotto il Governo del Duca di Milano, due caravana, espulsi dalla Compagnia per debiti contratti con negozianti, ricorsero al Duca Gian Galeazzo per ottenere la riammissione, ma il Consiglio degli Anziani deliberò: «non esser luogo alla riammissione di quei facchini, favoriti dal loro potente duce et Signore, poiché non sia lecito al potere politico di immischiarsi nei privilegi della Caravana, che in regolare congrega espulsi li aveva».
Pervasi da un lodevole rispetto per la proprietà i Caravana provvedevano all'accensione di un pubblico fanale davanti all'immagine della Madonna in piazza Banchi, «tanto per l'amore divino, quanto per la salvaguardia de li banchi contro li ladri», ed in ciò fare mostravano una singolare previdenza in quanto, a quei tempi, durante la notte la città era immersa nell'oscurità più completa.
Ma, se la saggia disposizione di cui sopra può sembrare dettata la più dalla opportunità di contrastare l'opera delittuosa dei malandrini che dall'amore per la Vergine, altre prove vi sono del sincero attaccamento dei Caravana alla religione dei loro padri.
La Compagnia infatti possiede tuttora, nella chiesa di S.M. del Carmine, una cappella che aveva fin dalla fondazione: essa è intitolata alla Santa Croce, e gli antichi Statuti parlano dell'obbligo dei Caravana di recarsi ad ascoltare la Messa a quell'altare nel giorno della purificazione, nonché in quelli dell'Assunta e della Santa Croce.
Nella chiesa suddetta i Caravana, avevano, fin dal 1464, la loro sepoltura, la quale venne riattata nel 1691.
Il tradizionale ossequio dei forti lavoratori bergamaschi al Capo Supremo della cristianità ebbe occasione di esplicarsi nel maggio del 1815, allorché trasportarono il Pontefice Pio VII alla solenne funzione nella Chiesa dell'Annunziata; in quell'occasione il buon Papa accordò ai Caravana, con breve del 15 maggio dello stesso anno, un'indulgenza plenaria.
Nel 1589, quando la Duchessa di Lorena, sposa a Ferdinando De Medici Granduca di Toscana, venne a Genova: «ordinarono i Serenissimi una bellissima carrega a mano, di velluto cremisi et damasco guarnito similmente di oro et portata da quattro "camalli" della Compagnia delli Caravana, molto belli in faccia, molto grandi et di assai bella proporzione et vaghissimamente vestiti di velluto rosso et guarnimenti d'oro».
Non meno grandi sono le tradizioni patriottiche della Compagnia, la quale rifulse pure in ogni tempo per illuminata filantropia, esplicata specialmente durante pubbliche calamità. Fra l'altro si ricorda che nel 1746 i Caravana trascinarono i cannoni sulle alture di Pietra Minuta, e cooperarono validamente, in quei giorni sacri alla riscossa suscitata dal vindice sasso del Balilla, a sconfiggere gli Austriaci.
La «Caravana» sempre pronta a prestarsi pel bene d'Italia, sottoscrisse largamente per l'impresa di Sicilia, e contribuì con spontanea generosità allorché si trattò di offrire a S.M. Vittorio Emanuele II una corona, quale attestato di gratitudine al Padre della Patria. Né le tradizioni artistiche furono ignote ai forti lavoratori del Portofranco, ché allorché lo storico e vetusto palazzo San Giorgio fu minacciato di parziale demolizione, la Caravana risorse contro la vandalica idea, mostrando così che essa sentiva tutta la grandezza dei fasti del Banco, al quale il Grande Navigatore Genovese voleva fossero date, dopo la sua morte, una parte delle proprie rendite.
Appunto in occasione del quarto Centenario Colombiano, furono i Caravana che comparivano a festa nella celebre passeggiata storica, lieti sempre di partecipare alla solenne glorificazione dei Grandi, che onorarono Genova marinara e commerciale.
Se gelosi erano i Caravana dei loro privilegi, anche la Serenissima Repubblica non ischerzava nel mantenere alla storica Compagnia i diritti che le competevano, tant'è che nel 1630 minacciò per pubblico bando, di cui la città venne resa edotta a suon di corno, parecchi tratti di corda a chi avesse osato entrare nel Porto Franco, ove soltanto i forti Bergamaschi avevano diritto di lavorare. Caduta la Repubblica Aristocratica, i Caravana non vennero trascinati nella rovina che travolse il banco di San Giorgio, ma, superata la rivoluzione e la bufera Napoleonica, ebbero attestati di simpatia da S.M. il Re Carlo Felice, la considerazione del Conte Camillo Benso di Cavour, e finalmente l'eccezione fatta per essi dal Parlamento col conservare la Compagnia, mentre si sopprimevano tutte le corporazioni privilegiate.
Allorché, nel 1340, si costituirono in Corporazione, i Caravana svolsero il loro servizio a Banchi, al ponte Reale – così chiamato dal rigagnolo, o riâ, che da Soziglia, scendeva al mare attraverso Banchi – al ponte della Mercanzia, a quello del Pedaggio – attuale Morosini – ed a quello della Calcina, ora intitolato «ponte Calvi». In origine – come fu detto – i Caravana dovevano esser nativi di Bergamo, o tutt'al più dei laghi di Como, Maggiore e Lugano, da cui vennero pure a Genova, i «massacani» ossia muratori, così chiamati da Massaca, valle della Lombardia da cui derivavano [?].
Dopo il 1576 non furono ammessi nella Compagnia se non coloro che provenivano dalle valli Brambilla [Brembilla], Brembana e Imagna, esistenti nel distretto di Bergamo, ed appunto di val Brambilla erano oriundi i Carminati, i quali, nel 1006, diedero alla Chiesa il Pontefice Giovanni VIII [l'autore compie un errore grossolano, in quanto si tratta di Papa Giovanni XVIII che il 6 gennaio 1006 con un "Breve" diretto a Pietro Carminati concede a suo figlio Giacomo, Canonico, la possibilità di successione al vescovado di Bergamo, e assegna a Pietro il titolo di cavaliere e conte da poter tramandare alla famiglia, con una frase ambigua che pare farlo appartenere a quella stirpe: "… concedemus ed mandamus per præsentes ad hanc Propaginem tuam ex ipsa originem traxsimus…" (concediamo e ordiniamo con le presenti lettere alla tua progenie, perché da essa noi pure abbiamo avuto origine)].
Taluni curiosi costumi avevano ed hanno tuttora i Caravana: quello di portare sul lavoro un grembiulino di tela blu, sul genere di quelli dei soldati scozzesi, il quale in genovese prende il nome di scôsà, e l'altro di mutar nome all'ingresso nella compagnia.
Il grembiule data dal 1400 e non deve portare tasche, come infatti è tassativamente prescritto dagli Statuti, per evitare che vi si possano nascondere delle merci, e di esso, fedeli all'antica tradizione, i caravani tengono gran conto come di loro particolare distintivo, tanto che il rappresentante della Compagnia in seno all'Assemblea Generale del Consorzio Autonomo del Porto interviene alle adunanze col caratteristico indumento.
Intanto al pari del precedente è rimasto l'uso plurisecolare del soprannome, che all'ingresso nella Compagnia vien dato ad ogni ascritto. Questa consuetudine risale all'origine della Carovana, ed ha qualche analogia col costume degli ordini religiosi, i quali fanno mutar nome ai loro neofiti appena vi vengono ammessi. I soprannomi ancor oggi usati si trovano nella matricola fin dal 1600, ed i più comuni sono quelli di: Liberale, Avito, Isidoro, Belfiore, Zaffardi, Rubens, Caporale, Gerione ecc., taluni dei quali son diventati direi quasi … celebri, perché portati da caravani che furono padri di notorietà.
I primogeniti dei caravana entravano infatti per lo più nella Compagnia, mentre gli ultrogeniti lavoravano in altri campi, e molti, datisi al commercio, divennero negozianti di Porto Franco, come i Gervasoni, i Conti, i Gamba, i Palazzi. Cito fra gli altri Pier Antonio Carminati, amicissimo di Gabriello Chiabrera, il quale appunto lo ricorda nella prima parte delle sue rime; S.E. il Card. Gotti, figlio del Caravana Canuto, i cui antenati, a cominciare da Antonio quondam [fu] Vincenzo, entrato nel sodalizio il 19 luglio 1656 col soprannome di Cosimo, furono tutti Caravani sino a Filippo (soprannominato, come fu detto, Canuto) padre del cardinale, il quale vi fu iscritto il 15 settembre 1828.
Altri noti furono gli Scultori Scansi e Rota, figli rispettivamente dei caravani Leonardo ed Abele, nonché il negoziante Luigi Ghisalberti, figlio del Silvio.
Il Porto Franco, al cui servizio i Caravana furono destinati, è antichissimo, ed in origine consisteva nei «fondachi», ossia magazzini posti vicino al mare, nei pressi della Dogana e di Banchi. Nel 1595 il Governo della Serenissima accordò porto franco alle vettovaglie, e nel 1623 a tutte le merci, sì che il Porto Franco prese un grandissimo sviluppo.
Siccome mancavano i magazzini vicino al mare, si dovettero creare, e fu per ciò che si dimezzarono le volte dei portici di Sottoripa per ricavare dei depositi dagli edifici in tal modo purtroppo deformati.
Il Porto Franco fu poi ampliato ancora nel 1656 dai Protettori del Banco di San Giorgio, ad opera dell'architetto Pietro Antonio Corradi, e più tardi, tra la fine del 1600 ed il principio del 1700, si effettuò la completa sistemazione di tale emporio, dividendolo nei dieci quartieri intitolati ai Santi Giuseppe, Bernardo, Giorgio, Catterina, Antonio, Francesco, Giambattista, Lorenzo, Desiderio e Santa Maria. Nel porto franco esistevano allora ben 355 magazzini di proprietà del Banco di San Giorgio, al quale appartennero fino al 1797, anno in cui il Banco stesso venne trascinato nella rovina della Repubblica Aristocratica.
In quel tempo i suddetti magazzini furono venduti a privati, e la Camera di Commercio, la quale anche oggi gestisce il Porto Franco, vi aggiunse altri grandi locali.
Oggi, mutati i tempi, della Compagnia dei Caravana possono far parte facchini di qualunque regione d'Italia, ché sarebbe incompatibile un privilegio regionale a favore dei Bergamaschi. La Compagnia però mantiene sempre le sue tradizionali costumanze e gode di un'alta estimazione presso i Commercianti e le Autorità, appunto perché essa si informa ai più sani principii di rettitudine; di laboriosità e di fedeltà verso le Istituzioni, sì da costituire un esempio degno di essere imitato da tutta la classe operaia.


Il termine "Caravana", come indicato nell'articolo, deriva dal persiano "kārawān" che significa carovana di cammelli, compagnia di persone in viaggio; a Venezia tuttavia, nel 1278, si chiamava "caravana" un convoglio di navi.
Nel porto di Genova i caravana svolgevano un compito più articolato dei semplici "camalli" (il nome derivato dal turco "hamal" per indicare i facchini): scaricavano le merci utilizzando stanghe, corde e carriole, attrezzi che appartenevano alla Caravana, sballavano le merci, le suddividevano secondo gli ordini di acquisto dei mercanti, effettuavano pesatura e registrazione per il pagamento dei dazi, assicuravano la custodia fino al ritiro.
La Compagnia dei Caravana sopravvisse alla legge che abolì nel Regno d'Italia le corporazioni d'arti e mestieri: già nel 1801 era stata protetta con provvedimento speciale napoleonico e la protezione proseguì con discipline specifiche disposte con Reale Decreto del 20 maggio 1832 e successive statuizioni del 13 giugno 1850, 16 maggio 1854 e 5 luglio 1860, finché fu esplicitamente esclusa dalla legge di soppressione del 29 maggio 1864.
Si deve arrivare al 1946, alla fine della guerra, perché la Compagnia prenda il nome di Compagnia Unica Lavoratori Merci Varie (CULMV), raggruppando altri operatori del porto di Genova.
Nel 1969, con la rivoluzione dell'attività portuale portata dall'uso dei container, scoppiò il conflitto tra chi si arroccava in difesa di antichi privilegi e le esigenze dettate dalla concorrenza mondiale, ed iniziò un periodo di intensa conflittualità con scioperi, picchetti, blocco dell'attività del porto.
Nel 1994 entrerà in vigore la legge n.84 "Riordino della legislazione in materia portuale" che sarà poi integrata dalla legge n.186 del 2000 "… in materia di operazioni portuali e di fornitura del lavoro portuale temporaneo".

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